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Non esistono motivi pe non votare. Chi fa spallucce e pensa che uno vale l’altro, che economicamente stiamo messi male, che il lavoro non c’è, ed una prospettiva di vita neanche, così un sogno e qualcosa che gli somigli, una chimera, dico “appunto”.

Cosa possiamo fare se non esprimere il nostro voto democraticamente. In una Politica liquida, resa tale dal malcontento, dai mezzi digitali dove le risposte sono poche e caratterizzate da roboanti grida sguaiate e insulti. Dove la piazza è la Rete e tutti restiamo isolati. Nel collegarci, in realtà, ci scolleghiamo umanamente e fisicamente. Un ossimoro grave, vivente, che ingrossa le proprie fila e ci rende incapaci di relazionarci. Mancano contatti e dibattiti reali. Solo annunci e smentite a colpi di post e tweet . Proprio in queste ore, prima del voto, si sta tentando di cavalcare un decreto sicurezza bis come un aiuto alle famiglie. Non passeranno. Così non passerà, subito, una flat tax. Ormai ci siamo abituati alla Politica urlata che  si fa nei social e non più nell’agorà, nelle piazze urbane. Che di piazze ne abbiamo, tante, e sono riscoperte proprio dai giovanissimi e dai millennial.

Per il resto la situazione europea oggi è chiara: un’anomala onda protezionista e di destra sta ammantando parecchi Paesi con risultati economicamente discutibili e offensivi dal punto di vista delle libertà. Assistiamo ad un reiterato e subdolo tentativo di erodere diritti già riconosciuti, un attacco alle libertà nuove e acquisite. Ed infatti devono intervenire magistrati, corti, solidificare sentenze perché la legge viene mal interpretata e  tirata come una giacchetta logora secondo la convenienza del momento. E come i magistrati, interviene più spesso con moniti e la richiesta di incontri privati  il Capo dello Stato a stoppare disegni di legge incostituzionali. In questo scenario complicato tutto sembra potere crollare da un momento all’altro.

Io voterò contro questa realtà magmatica e mefitica, voterò contro le discriminazioni, i respingimenti, la chiusura dei porti, l’isolazionismo dal lato di Visegrad. Voterò contro i provvedimenti presi ai danni delle insegnanti che inculcherebbero idee comuniste agli alunni. Voterò contro chi si ostina a riconoscere come reale solo la famiglia naturale. Voterò contro chi ottusamente non comprende e accetta l’alterità, la diversità come ricchezza ma solo come minaccia a quanto si possiede.  Voterò contro il rifiuto di volere ridiscutere le leggi sulle adozioni e la possibilità di una madre surrogata. Voterò per la scienza, per l’accoglienza, per i porti aperti, per la possibilità di dialogare sempre, di porre e risolvere i problemi sui tavoli europei ma non con dei categorici ricatti e ultimatum.  Non con la dialettica, puerile, di chi agisce solo e sempre se sono accettate inderogabilmente  regole e condizioni.

Voterò contro le promesse impossibili e chi si sente vittima di un eterno complotto di grandi poteri economici e politici. Questa risibile narrazione ha fatto il suo tempo. Quella del complotto, degli “italiani prima”, dello stiamo male per “colpa di chi ci ha preceduti”. Il tempo dei “cattivi” e “cattivisti” è scaduto, così le scuse. Torniamo a votare, non ci asteniamo e votiamo per la serietà della nostra storia, per la nostra democrazia, i principi umanitari. Scegliamo l’unica strada possibile, del dialogo e confronto continui.

Usciamo da questo ottundimento e torpore, rinsaviamo e mostriamo resipiscenza. Che la fragilità piega, ma non blocca. Votiamo e facciamolo, come direbbe Erri De Luca,  “in alto a sinistra”.

David Giacanelli

 

 

 

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ITALY-POLITICS-SOCIAL-MIGRATION-DEMO

Salvini in un recente comizio elettorale, uno dei tanti e tra i molti, ha dichiarato che le elezioni europee saranno un bivio tra la vita e la morte, e forse è vero. La morte della democrazia e del pensiero libero, della possibilità di esprimere una critica senza essere redarguiti, puniti, stigmatizzati né scherniti e irrisi. Il limite, dopo le urla che invocano allo stupro della donna rom che si impossessa della casa che le spetta per graduatoria a Casal Bruciato, non è ancora colmo.  Lo abbiamo raggiunto, poco  dopo, con la sospensione per due settimane e dimezzamento dello stipendio della professoressa del liceo di Palermo, Dell’Aria.

La domanda, in vista delle Europee, è proprio questa. Quanto siamo disposti a tollerare che un decreto sicurezza sancisca di multare delle organizzazioni non governative che soccorrono migranti nel Mediterraneo con la confisca della nave, multe salate ai cooperanti, multe per ogni migrante traghettato? Il Trattato di Dublino andrebbe rivisto, così la necessità di accordare tutti i Paesi europei sulle quote di migranti da accettare. La situazione è di stallo, ma non per questo possiamo effettuare un calcolo aritmetico: chiudere i porti fintantoché non si trovi una soluzione condivisa. “Prima gli Italiani” è una sciocchezza, come il fatto che chiudendo i porti si possa pensare di risolvere il problema della migrazione. Certo che gli sbarchi sono diminuiti a fronte, però, del cimitero che è diventato il fondale del Mediterraneo! Che nei prossimi decenni restituirà ai nostri nipoti pagine sconcertanti di storia nelle quali milioni di cadaveri riemergeranno in superficie e qualcuno si interrogherà sul perché e sul per come sia stato possibile scrivere questa orribile pagina. S’interrogheranno sul sentimento della solidarietà e umanità che, comunque, sono annoverati tra i   principi fondamentali, nella Carta dei diritti umani. Non è tutto possibile, non si possono chiudere i porti come le porte di casa. Per questo aumentano le sentenze, soprattutto delle Corti internazionali ed europee, perché ci si muove arbitrariamente violando il diritto.

La soluzione è stata ampiamente spiegata in questi giorni dall’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che ha parlato esplicitamente della necessità di creare dei corridoi umanitari che garantiscano, almeno, l’approdo dei migranti economici verso mete serene o rimpatri, ma non nei lager e ghetti dai quali in Libia sono scappati, anche nel continente africano ma in altri Paesi.

Non c’è da sconvolgersi se gli alunni di un liceo classico di Palermo arrivano, in una elaborazione critica del tutto personale, ad accostare le morti in mare e le politiche dei migranti allo sterminio dei lager e agli eccidi della seconda guerra mondiale. È una loro visione: il sentimento più lugubre e triste cui possono come nuova generazione provare e, perciò, accostare ad un altro del passato. Non si può pensare di censurare tutto.

Nel comizio di oggi a Milano, Salvini cita anche il Papa. È in realtà, isolato. La Chiesa non lo appoggia, così come tutti i partiti di sinistra e i movimenti liberali. Poiché i migranti non solo non li aiutiamo a casa nostra, tanto meno lo abbiamo fatto a casa loro e la politica libica ce lo dimostra ogni giorno. Con le tribù dove polizia, lenoni, scafisti, venditori all’asta di schiavi e corpo militare si confondono e mimetizzano, scambiandosi periodicamente ruoli.  Quanto possiamo tollerare che un Ministro degli Interni pieghi le leggi e la Costituzione a suo piacimento, invocando il suo, e solo suo ordine, come la  propria disciplina? Il richiamo populista a risolversi i problemi da sé, superando lo Stato e il Parlamento, lacci e laccioli, è proprio l’icona autoritaria, la rappresentazione icastica di uno stato liquido, una democrazia che sopravvive a stento, un Paese isolato che ama isolarsi e interloquire solo con i Paesi di Visegrad. Il passo verso regimi accentratori e autoritari è troppo breve. Per questo i giovani tornano in piazza a manifestare. I millennial, la generazione Y e i nati all’inizio del 2000. Lo fanno abbracciando la causa ambientalista, con i #Fridayforfuture elogiando Greta Thunberg, scortando alla Sapienza tra i cori di “Bella Ciao” il Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, adombrando movimenti estremisti di Casapound e Forza nuova che vogliono impedirne la lezione alla Sapienza. Questo nuovo civismo, la nuova spinta giovanile non legata necessariamente a un partito o movimento, e per questo forse ancor più sincera, ci salverà. Il nuovo senso di ribellione, la necessità di esserci e, pur giovani, di non dimenticare quanto hanno imparato a scuola, appreso dalle proprie famiglie, dai racconti di molti e semplicemente documentandosi dovrà salvarci. Che un Ministro dell’Interno si sovrapponga a qualsiasi altro Ministro, dal quello delle Infrastrutture a quello della Difesa nella politica dei migranti non è un bel vedere.  Manifesta le difficoltà e le grosse fragilità di un Governo che non si coordina e si muove in ordine sparso, senza criteri condivisi e comuni. Sono scorciatoie autoritarie per ammansire un elettorato povero e disperato. Il problema è riuscire a ridestarlo questo elettorato, per fargli capire quanto sia importante votare alle elezioni Europee, ma per un’Europa coesa. Perciò tentare l’accordo sulle percentuali dei migranti sempre, rispettare il Trattato di Dublino fino a che non sarà possibile cambiarlo, creare dei corridoi umanitari per fare transitare anche migranti economici verso territori dell’Europa e del Mondo dove sia possibile farli vivere dignitosamente. Le persone tornano in piazza perché non si sentono rassicurate da Lega e Movimento. Piuttosto sentono che non agire, non votare contro, non tentare di esprimere il proprio dissenso ci riporterà indietro nel tempo. All’autoritarismo e all’assenza di democrazia. Dopo sì, sarà troppo tardi. Per questo mai come in questa occasione occorre votare in Europa per l’Europa, evitando le destre e le leghe.  Un partito che si schiera con i Paesi di Visegrad, che sono quelli cui l’Ue che tanto vituperano ha dato più aiuti economici che ad altri, è anche beffardo e contraddittorio.  Infatti Polonia, Repubblica Ceca,  Slovacchia e  e Ungheria, cui Salvini guarda come alleati e, incantato, osserva il muro di Orban, sono proprio quelli che ricevono più aiuti economici e che meno contribuiscono, invece, al benessere europeo. Allora dovremmo drasticamente rivedere anche queste regole. Chi non è solidale e non apre le proprie porte, non condivide le scelte sui migranti, ma pretende anche di restare in Europa, deve ricevere meno aiuti. Ma non sarà sempre così, e il nuovo civismo di ventenni e trentenni ci salverà. Andiamo, tutti, a votare.

David Giacanelli

 

 

 

 

Resistenza spontaneaDi questi giorni esalto lo spirito antifascista e la resistenza di gruppi di persone, eterogenee, soprattutto dei più giovani. Ragazzi che difendono la propria Costituzione, che studiano e ripassano la storia mantenendone vivo il ricordo più di molti loro genitori.  E non ci stanno a farsi imbeccare, suggerire, sovrastare dal tramestio e clangore delle troppo facili frasi ad effetto. Proposizioni sgangherate che inneggiano a certo passato, ai regimi illiberali, come alle discutibili figure storiche che hanno sufficientemente compiuto nefandezze. Siamo pervasi da esempi di resistenza continua: questo significa che più si mette a dura prova la nostra Costituzione e i principi cardine della nostra democrazia più nascono le ribellioni spontanee. Quelle non organizzate, i moti più sinceri. Sono moltiplicate in un profluvio sagace le manifestazioni di opposizione, con quel sano e strafottente senso di dimostrazione immediata e tangibile, così i selfie irriverenti accanto al Ministro dell’Interno. Così hanno fatto i ragazzi e le ragazze in tutta Italia. È il periodo, l’attuale, nel quale è giustamente indagato chi compie apologia del fascismo e in cui, per l’assenza di una legge contro l’omofobia viene boicottata Radio Globo perché non è accettabile che l’emittente ospiti posizioni discriminanti ed offensive. Allora bene il boicottaggio, come quello nei confronti di certe catene alberghiere dalle policy discutibili, di certe mete geografiche. È lo stesso periodo nel quale ad un secondo padre è negata la genitorialità di un figlio, non ne viene consentita l’iscrizione nel registro dell’anagrafe. Il padre naturale è uno solo e si è servito di una madre surrogata: la pratica in Italia non è ancora ammessa, a differenza di molti Paesi europei disciplinati in materia. Una sentenza della Cassazione ha respinto, pertanto, il riconoscimento del padre non naturale e di conseguenza l’iscrizione del figlio. In questo caso la legge non c’è ed è per questo che molte famiglie non sono ancora tutelate. È lo stesso periodo in cui il sopralluogo e la visita della Sindaca Raggi alla famiglia rom di Casal Bruciato, periferia di Roma, è salutato con frasi infamanti e violente. Più di qualcosa non torna. Nel livello d’intolleranza e massima umoralità, per usare un eufemismo, che caratterizza i gesti di molti. Accanto alle sane ribellioni spontanee, abbiamo recrudescenze che inneggiano ad un triste passato non ripetibile. Come unico comune denominatore delle recrudescenze, l’incapacità di riconoscere e confrontarsi con l’alterità, ogni dimensione diversa e lontana dalla nota, semplicemente forse più complessa. Si cerca, piuttosto, una scorciatoia in tutto: così il rifiuto di ospitare una famiglia rom minacciandone la madre di stupro, elargendo dichiarazioni assolutiste che non ammettono alcun confronto. La crisi economica e la politica liquida assieme hanno abbassato ogni soglia di etica minima e molti si sono sentiti legittimati ad esprimere la propria rabbia e debolezza. L’incapacità è il limite che non hanno elaborato, solo urlato in un turpiloquio rivendicando i principi peggiori.  E molti di noi hanno provato vergogna per il genere umano, tutto. In questa confusione totale, dove ancora si pensa che concedere una casa di diritto, per la graduatoria e il punteggio ottenuti, alla famiglia rom significhi sottrarla ingiustamente a qualche altra, dove ancora il diritto acquisito da qualcuno è implicitamente sottratto all’altro in una perenne somma algebrica, ci hanno costretti a una tenzone e scontro continui tra poveri. Tutto questo triste spettacolo va in scena, quotidianamente, con la complicità di molte forze politiche che continuano a soffiare su questo pernicioso binomio, facendo campagna elettorale ed erodendo consenso sulla nostra pelle.

David Giacanelli

 

via La grande bellezza non basta più

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Salvarla o non salvarla. Certo da romano è difficile pensare alla propria città senza emettere sospiri o provare fastidio, insofferenza, estraneità. Roma ha sempre avuto molteplici problemi, un centro storico tra i più grandi al mondo, diverse aree verdi e una geometria irregolare rispetto all’espansione geografica e demografica. L’importanza storica delle borgate, che sono la storia di questa città, sempre più protagoniste della vita sociale e culturale della metropoli, eppure troppo strumentalizzate e strattonate dal populista di turno che se ne ricorda per coltivare consenso e soffiare su atavici problemi. A Roma la bellezza tanto decantata dal mondo accademico, culturale e artistico più in generale lascia il posto alla sofferenza e all’indolenza. Con la bellezza non ci vivi: sopravvivi, piuttosto, con i servizi. Perché al di là di come la si pensi e delle proprie rispettabili posizioni, in molti non smettono mai di pensare che qualcosa possa cambiare nel tempo. In molti coltivano una speranza, un miraggio, una chimera da lasciare a chi seguirà dopo di noi, più giovane, o forse a noi stessi se determinati ad accogliere la responsabilità di provare a modificare qualcosa di questo panorama desolato e cristallizzato.  Se affidata a persone nuove, trasparenti e competenti, magari la città potrà tornare a risorgere quanto a servizi minimi. Questo ci piace pensare rimestando nei nostri ragionamenti anodini. La competenza, questa illustre sconosciuta, adombrata machiavellicamente da slogan populisti e dalla tanto sbandierata quanto sbiadita trasparenza, come dalla roboante onestà, è stato il più grande fraintendimento ed equivoco storico che i cittadini romani pagano. Senza esperienza e capacità di provarsi, di arrivare al migliore compromesso possibile, non si può amministrare.  Abbiamo assistito, negli ultimi anni, a tanta incompetenza e limiti amministrativi. Bandi deserti poiché al ribasso, per niente attraenti, gare bloccate, procedimenti fallaci. Si è confuso il necessario controllo e l’ostentazione verbale della parola “legalità” nell’amministrare con l’unico modo per procedere. Sono rimasti tutti concetti e pratiche fumose, valide solo per una comunicazione effimera da social, da strampalata campagna elettorale. Dopo, però? Da parecchio tempo siamo giunti al “dopo”. Non bastano più altisonanti concetti arrugginiti dall’uso improprio, né ologrammi di una cattiva predica che non si sostanzia mai. Difficile pensare che sia sempre stato ordito un complotto, che qualcuno pervicacemente abbia pensato di volere ostacolare una classe dirigente, che la colpa sia sempre e solo attribuibile a chi li “ha preceduti”. Queste argomentazioni, mischiate in modo ingenuo, non bastano più. E se esiste anche un’atavica indolenza romana che si oppone al cambiamento e ai giusti atteggiamenti, alle pratiche buone, all’osservanza di regole precise non basta comunque per esimersi dalle proprie responsabilità.  Per la prima volta dopo svariati anni ho pensato che forse vivere fuori da questo intricato disordine consentirebbe almeno di godere di buoni servizi, di una sufficiente qualità della vita. Questo deve garantire un’amministrazione con la pretesa di governare una città. Nient’altro. E per la prima volta, mi riscopro a non provare più alcuna affezione e legame verso il luogo geografico nel quale sono nato e cresciuto. Mi sento apolide, non percepisco più alcun legame con la mia città, le radici non esistono più: sono state estirpate e bruciate. Non c’è un’identificazione né un richiamo, non esiste familiarità se non lo sdegno e malanimo quotidiano perché nulla o davvero poco, solo su base volontaria, continua a funzionare. Un’amministrazione che si rispetti non può pensare di delegare al volontariato i propri compiti, la propria ordinarietà. Questo ragionamento è lucido e triste, ma consente a me cittadino tra i cittadini di essere più obiettivo e guardare la mia città dall’esterno. Il mio sentimento è condiviso da molti, probabilmente i più tra i cittadini romani. E nuotando in questa grande bellezza che a poco serve per migliorare la nostra quotidiana esistenza, t’imbatti per caso in semplici realtà delle quali disconoscevi l’esistenza. Una sera a casa di amici conosco Francesca. Mi descrive la sua meravigliosa esperienza dei venerdì pomeriggio trascorsi a giocare a rugby. Uno sport inclusivo, dove sono ammessi tutti: donne, uomini, abili e diversamente abili. Tutti uguali in partenza e durante l’allenamento, sottoposti agli stessi pericoli e difficoltà. La sua è una squadra mista con disabili. Il progetto cui partecipa e che ci tiene a divulgare è il MIXAR, Mixed Ability Rugby For All, con la finalità di fare interagire abili e disabili. Uno sport, il rugby, dov’è impossibile vivere di individualità e strategia personale. Non ci avevo mai pensato e, in effetti, è così. Francesca si relaziona con ragazzi disabili e, sovente, è l’unica donna in campo.

“È appena partito un progetto europeo, cofinanziato dal programma Erasmus plus della UE, con la partecipazione di partner, di cui la Federazione Italiana Rugby è la capofila” – mi racconta concitata.

“Il progetto prevede lo sviluppo di un modello MIXAR da proporre in un secondo momento a tutte le realtà rugbistiche dei Paesi partecipanti” – prosegue.

Infatti lei gioca nella “Unione Rugby capitolina” che ha già aderito al progetto “Mixar” e che dallo scorso ottobre ha la sua squadra. Francesca si allena almeno due pomeriggi a settimana e ci tiene che il progetto MIXAR, come la diffusione delle attività svolte dall’Unione Rugby capitolina possano viaggiare di pari passo, essere conosciute e magari sostenute da sponsor nelle diverse attività. Perché di sponsor e soggetti istituzionali intelligenti c’è sempre bisogno: anche per finanziare gli stessi allenamenti.

E allora le dico che nel mio piccolo blog ne parlerò, ma non solo.  Lo faccio perché Francesca è una donna volitiva e intelligente, dotata di una sensibilità sopraffine e distaccata da ogni inutile convenienza. Per ogni informazione, se vogliamo sostenerli, possiamo visitare il sito internet http://www.capitolina.com o scrivere alla mail info@capitolina.com

Il suo sogno, mi racconta, “sarebbe di partecipare ai campionati mondiali MIXAR che si terranno in Irlanda a giugno 2020”.

Allora trattengo il respiro per qualche secondo, in uno strano impeto di incredulità e sorpresa, per tornare a pensare che un po’ di quelle radici bruciate ed estirpate forse esistono ancora. Vanno trattate e irrorate. La grande bellezza non mi insinua più, non è di per sé sufficiente per ritrovare la famigliarità della geografia dove sono nato e cresciuto, ma forse parlando e confrontandomi, ci saranno tante Francesca che potranno condividermi la propria felice esperienza. In una città allo sbando e decadente sopravvivono tante singole eccezioni, rarissime realtà da scovare e far parlare per distrarci da questo machiavellico torpore, da una coltre che tutti avvolge di insofferenza e impossibilità ad intervenire.

David Giacanelli

Immagine diritti

Dopo le giornate di Verona sulla famiglia, dedicate alla famiglia “naturale”, la considerazione forse unica e determinante che emerge è l’assenza della Chiesa.

D’altronde la riproduzione della specie è sempre stata fondamentale e lo diventa, ancor più, in un contesto storico qual è il nostro, di bassissima natalità. Se si eccettua il figlio e la modalità con la quale si acquisisce lo status di genitore, la famiglia ammessa non è una sola. Papa Francesco non solo più volte ha ribadito di non avere alcun diritto, né come uomo né come massimo rappresentante della Chiesa istituzione, di giudicare le numerose scelte, affettive, di ciascuno. Di più, di fatto la Chiesa di Francesco converge sull’opinione che “Famiglia” è ogni luogo dove c’è amore, declinato in molteplici modi.

Anche l’omosessualità e le famiglie allargate, rinnovate, divorziate hanno diritto di esistere al pari delle altre. Nel concetto e nel senso, nel riconoscimento non solo sociale.  Non sono più dei tabù. Né le famiglie monoparentali, né le adozioni, né gli affidamenti. Altro è il più generale tema dei diritti e delle questioni etiche sollevate, che evolvono e tracimano di giorno in giorno, e per fortuna aggiungo. Lo dico, in questo caso, da agnostico laico.

 L’acquisizione di nuovi diritti, l’allargamento della platea dei beneficiari non sottrae nulla alla famiglia naturale: questo il fondamento che si fatica a comprendere. Per anni il tema dei diritti è stato visto e continua ad esserlo come l’ostaggio politico, il privilegio che se aggiunto sottrae forza a qualche altro. Come ci si definisse per negazione di qualcun altro. Una mentalità primitiva quella del possesso: rispetto ai beni, alle persone, ai diritti. Invece di augurarsi che la qualità della vita migliori, che tutti si possa stare un poco meglio, ci si difende. Da cosa? Una visione divisiva ed esclusiva alla base dell’acquisizione dei diritti: questo il solo tema.  I dubbi, le pretestuosità e violenze con le quali si negano diritti e si sollevano problemi sulle famiglie, sulla possibilità che tutti in diverse forme si possa essere e diventare famiglia, sono proprio il riflesso di questa visione elementare e primitiva.

Le altre famiglie, tante, non insidiano alcun potere o essenza, non trasfigurano, soprattutto non hanno alcuna pretesa di combattere contro qualcuno. Sono varianti, coraggiose, del bisogno e desiderio di amore, di esprimere la propria genitorialità, di potere avere dei figli anche se la Natura non lo ha previsto in origine. Su questo piano la Chiesa non potrà che accettare, solamente, le leggi che faticosamente nella storia sono state promulgate e approvate e, speriamo, quelle altre copiose che verranno. Tutto ciò che non è normato non può essere discusso e accettato incondizionatamente, ma non viene più stigmatizzato. Questo ho visto a Verona, questo i media hanno veicolato, fatto percepire. Ho ascoltato i commenti di credenti indignati, perlomeno scettici rispetto alla necessità di una manifestazione per osannare la famiglia naturale. La famiglia naturale esiste e nessuno vuole combatterla: il problema di questa giornata che, a loro dire, è stata solo “inutile” e “pretestuosa”, è stato proprio il malcelato pretesto. Quello di rilanciare con foga, soffiando sul fuoco, vellicando le pance acritiche di molti italiani il modello antico dell’unica famiglia, la necessità di un rinnovato consenso, rispolverarlo nel criptico patto di Governo dove ci si strattona per visibilità e per marcare il proprio peso. Le giornate di Verona hanno rappresentato, già alla prima lettura, il classico espediente per rinverdire la tinta della tradizione granitica, del semplicismo e dell’ovvietà sentimentali, del pensiero essenziale, primitivo, tanto caro a molta destra.

 Verona ci restituisce l’immagine di molte manifestazioni, più quelle che rivendicano nuovi diritti, la legittimazione di nuove famiglie, la possibilità di scegliere sempre e comunque della donna in primis e dell’autodeterminazione più in generale.

Su questi binari la Chiesa di Francesco è andata avanti e lo ha fatto con silenzi eloquenti, quando avrebbe potuto formalizzare opposizione o schierarsi dalla parte della Lega. Invece no, continua silente nella sua apertura basandosi sulla realtà, sui costumi mutati, sulle percentuali, sulle nuove analisi. Lo continua a fare con i propri modi e tempi.

Il silenzio, in questo caso, non è assenso ma ragionata contestazione o, perlomeno, presa di distanza dal fanatismo della conservazione. Viviamo in un paese democratico e tutti possono manifestare, organizzare liberamente delle giornate dedicate, anche, alla famiglia naturale. Il punto è che queste giornate, patrocinate dal Governatore della Regione Veneto, si sono trasformate in un’arma, spuntata, di resistenza politica che per nostra fortuna non ha sortito alcun effetto. Se non quello di tenerci stretti tutti i diritti faticosamente acquisiti, senza rimettere in discussione alcuna legge, per rilanciare invece l’urgenza di averne di nuovi, allargando il più possibile la platea dei beneficiari.

 

David Giacanelli

la-vie-chagallDifficile avere una visione della Famiglia e del Sociale unitaria con questo Governo. Ministri  che si rimbrottano e strattonano, praticamente, su tutto. Che alternano posizioni e dichiarazioni in uno stillicidio senza fine, se non quella decretata dal Premier Conte che, nella migliore delle ipotesi, a fine giornata interviene caustico a mettere un punto. La sua voce mozzata e sempre un po’ artificiale costituiscono la versione ufficiale. Senza retorica, auspico che Rami ottenga la cittadinanza per quanto ha fatto, perché vorrebbe servire il proprio Paese come carabiniere, perché nato qui, perché più italiano di molti di noi, perché sensibile e coraggioso. Non gli manca davvero niente: eppure non sono questi i requisiti importanti, la condizione per cui potere beneficiare della cittadinanza italiana. Allo stesso tempo penso che il dibattito sullo ius soli debba essere ripreso dove incautamente, senza troppo coraggio, è stato interrotto. Ritengo che la cittadinanza data per meriti “eccezionali”, senza seguire  le modalità della legge esistente, scontenti inevitabilmente tutti gli altri bambini come Rami, figli di genitori stranieri, e che crei machiavellici precedenti. Un precedente è sempre pericolosissimo. Inoltre, se si vogliono conferire cittadinanze per meriti eccezionali, come va ripetendo il Ministro dell’Interno braccato dal Movimento 5 Stelle e da tutta la sinistra italiana, perché non mostrare lungimiranza e logica, allo stesso modo,  e rivedere lo ius soli, magari nella sua forma “temperata”? Ci si evolve, almeno così dovremmo, coerentemente con la società che cambia e le sue nuove  compagini. Allo stesso modo parliamo di persone e di famiglie. Trovo offensivo che Verona ospiti il Congresso internazionale della Famiglia, quella che non esiste più, se non resiliente nella mente di Salvini, Zaia e pochi altri. Ologramma per vincere le elezioni. Quella famiglia, per intenderci,  fatta da un uomo e una donna e da figli concepiti nel matrimonio. Quel nucleo dove le  donne accudiscono il marito e la prole: uniche mansioni accettabili. Gli uomini mettono in scena la moderna “caccia”, procurandosi i viveri per la famiglia. Una famiglia che anche quella del Mulino Bianco biasimerebbe, troverebbe fuori luogo, arcaica, dove il genere diventa penalizzante e non ricchezza, argine con il quale dividere e interpretare i ruoli dell’uomo e della donna. Non che questo debba essere per forza sbagliato e non auspicabile da qualcuno.  Questo qualcuno, evidentemente però, non è maggioranza degli Italiani. Per questo motivo trovo sbagliato che il Governatore del Veneto, Zaia, non ritiri il patrocinio della Regione. Il Congresso mondiale delle Famiglie di Verona è un ossimoro vivente e implicitamente esclude ogni forma, altra, di amore già disciplinato da leggi esistenti. Esclude l’amore omosessuale e la famiglia  monoparentale, la possibilità di autodeterminarsi nelle scelte affettive, la volontà di scegliere sempre, anche di non procreare, anche d’interrompere una gravidanza. In questa babele di umori, di isteriche dichiarazioni, d’improvvisazioni impopolari e manifeste ignoranze è tutto troppo contraddittorio. Continua a mancare, anche per la Famiglia come per la Cittadinanza,  una visione condivisa. Si sovrappongono troppe voci e pareri. E il premier Conte torna a dovere ricucire l’impossibile. Inoltre, questo Patto di Governo sembra sempre più strumentale. Nei Cinque Stelle troppi i malumori. Per sopravvivere il Patto elettorale presuppone che il Movimento cambi la sua genetica e rinneghi molti dei propri principi. A che prezzo? Le percentuali elettorali del Movimento sono in caduta libera e, a guadagnarci, solo la Lega incontrastata. Il Governo dei proclami, della comunicazione consumata nella rete, priva di visioni, di programmi concreti e strategie  realizzabili fonda il proprio consenso nell’urlo sguaiato e nella promessa ad effetto, anche contro le leggi vigenti. Per mantenere alto il livello di popolarità e consenso si fa e disfa tutto, le promesse per prime. Un elemento si aggiunge, inquietante, nella narrazione politica attuale. L’elettorato sembra ormai stordito e anestetizzato, perché a questo Governo della Comunicazione si è abituato, non gli oppone più resistenza e preferisce lasciarsi convincere. Senza interrogarsi sui numeri, sulla fattibilità delle proposte, senza paragoni, né indagare i profili improbabili di molta classe dirigente. In questa inquietudine, il Governo s’impone con una comunicazione basica e diventa un tutt’uno con essa, un’arma inarrestabile e imprevedibile, se non nei certi effetti dirompenti.  E’ come se il cittadino non riuscisse più a esprimere una critica reale, a misurare i concetti, i numeri che la Lega sciorina sul web. Nessuno osa mettere in discussione strategie e numeri,  soprattutto in campo economico. Il Ministro Salvini e alcuni esponenti del Governo percepiscono  che sull’elettorato italiano possono più le suggestioni e i convincimenti artificiosi, che non un’analisi attenta dei benefici. L’elettorato sta progressivamente abdicando alla propria facoltà, un dovere, di esercitare critica e analisi approfondita. Piuttosto i cittadini si tengono i propri disservizi e continuano a sopravvivere nella propria precarietà e povertà, un’enorme sacca, la maggioranza dell’elettorato, senza chiedersi cos’è che non sta funzionando. Perché  confrontarsi, ai tempi del web e della Rete, costa troppo tempo e fatica, come specchiarsi nel proprio dolore quotidiano. Non guardarsi, però, non elimina la precarietà né la povertà, così la possibilità di crescere ed evolvere.

David Giacanelli

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