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Certo la canzone di Daniele Silvestri, “Argento vivo”, portata all’ultimo Festival della Canzone italiana di San Remo, è  proprio bella. Come sempre il cantautore ci mette del suo, abbina parole e concetti, scava nelle pieghe della nostra storia, del quotidiano, per non lesinare critiche sempre comunque poetiche. Lo fa utilizzando metriche e suggestioni sonore, che rimandano più a componimenti e narrazioni che indugiano molto su concetti e temi sociali: delle moderne poesie più strutturate nei testi che non nella musica. Silvestri affronta spesso argomenti scabrosi, difficili, lo fa con ruvidezza, con potenza ma tanta sensibilità che ormai gli conosciamo. Eppure imbattendomi in più di una persona questo testo, “Argento vivo”, ha lasciato un po’ perplessi. Molti i genitori che più che annegare nelle proprie parole, per citare la canzone di Silvestri,  sono annegati in interrogativi dolorosi. Magari non sarà questa l’occasione giusta. E non è possibile, in un unico testo, peraltro già prolisso, sintetizzare tutti gli aspetti sociali di una tema così complesso come la disabilità. Un termine  che nella canzone non appare mai, ma ad un’attenta lettura non può che trattarsi della storia difficile di un bambino nato con problematiche. Impedimenti tali da costringerlo all’assunzione di farmaci come terapia e a una vita da prigioniero. Quasi fosse un carcerato, che è l’equivoco dell’interpretazione di molti. Ed invece no. Il carcere nel testo è solo un’immagine, la rappresentazione icastica dello stato d’animo dell’adolescente. Un carcere cui l’avrebbero, intenzionalmente, costretto un padre e una madre. Due irresponsabili, a modo loro, affetti da un amore sbagliato, riversanti premure e ansie nocive e fatali.  Si tratta di un adolescente, ormai sedicenne, che dall’età di sei anni ha l’argento vivo in corpo. Ipercinetico e bulimico di azione e pensiero. Con una mente in movimento, tanto, troppo, tarantolato, veloce al punto di non stare dietro alle sue  parole e fatti. Asincrono rispetto alla vita e ai propri coetanei.  Per questo  è chiuso in una residenza dove possono seguirlo e curarlo. Torna a casa la sera, sedato, con una madre che lo sommerge di parole e un padre che lo ammonisce. Sopraffatti dalla preoccupazione i genitori,  più in generale la famiglia, sono descritti come complici di quella prigionia e vita indesiderata.  Ricordo sempre, dopo avere scritto diversi anni fa un saggio nel quale intervistavo genitori, madri e padri di figli disabili, quanto dolore trapelasse da quelle interviste. Quanta sofferenza unita ad amore, quanta abnegazione, quanto desiderio di sacrificarsi per l’amore più caro, quanta responsabilità.  Temi delicati ma già allora, almeno dieci anni fa, mi resi conto  quanto fosse facile scadere in generalizzazioni, renderlo terreno di becero scontro manicheo. Sempre più facile schierarsi dalla parte di chi soffre, della persona offesa sua malgrado. E anche giusto, forse, come reazione naturale. Però mai dimenticare chi questi figli, nonostante tutto, li ha concepiti e messi al mondo sacrificando l’intera esistenza.  Questi sono i genitori aguzzini e  scellerati che, per amore del figlio con l’argento vivo, rinunciano al proprio di argento. Come biasimarli?! Non critico e non criticavo, allora, quando scrissi il saggio “Sì, cambia!” per Libertà Edizioni, alcuna scelta. Ancora oggi non è possibile immaginare di farlo. Dispiace, pertanto, che Silvestri pur avendo creato una canzone potente e bella abbia deciso di fotografare solo la sua metà campo. Quella del bimbo problematico. E’ stata persa un’occasione per un’immagine più organica e completa del tema. Magari, chissà, in un’altra canzone o in uno spazio specifico nel quale spiegarsi ulteriormente, potrà dare voce anche ai genitori di quel bambino. E, se non loro, ad altri  genitori.

David Giacanelli

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Una volta ho detto ad un’amica, la “rabbia affatica”. Anche quando giusto sfogo per un’ingiustizia subita. Comunque “affatica”. “E’ vero” – ha risposto lei sgranando gli occhi.  Affatica, crescendo, ergersi sempre a tutori dei diritti, i propri e quelli degli altri. Affatica presidiare e difendere uno status, che diamo per scontato, quando si ha minore energia e la vita comincia a colorarci differentemente. A incanutirci e modificare le fattezze del nostro corpo. A rugare le gote e gli occhi di esperienza, non sempre positiva.  Affatica quando ci rende schiavi e dipendenti di piccoli rituali giornalieri, gli spazi per noi, che difendiamo puerilmente ad oltranza. Tutto è più difficile, noi più pesanti di disincanto e desiderio di concretezza. Eppure, da piccoli, ci avevano detto, quasi promesso, che ci avrebbero aspettato grandi cose. Orizzonti rossi, privi di “soli ingannatori”. Che un giorno avremmo raccolto la fatica del nostro lavoro. L’agognato giro di boa: mai avvenuto. Il cambio di rotta, tangibile. Al contrario, infatti, si assiste solo alla rinuncia. Allo sgretolamento progressivo della battaglia. Ci si acconcia a quel che resta, manifestando la propria divergenza senza più lottare.  Si nasce forse più cacciatori di altri, questo è il tema.  Non si combatte sui social, con le voci sgangherate, ma con i fatti silenziosi e ordinati, coerenti con un disegno studiato a tavolino. Questo è combattere, essere guerrieri e partigiani. Ma lo è per pochi, per chi alimenta e decanta una sana rabbia.  Ho sempre ritenuto che per non avere rimpianti, anche solo la percezione di avere mollato, bisognasse indagare e non rassegnarsi a una indesiderata condizione. Ci si difende nei luoghi opportuni. Per questo sarebbe importante mantenersi il più possibile informati e in contatto con specialisti di ogni ramo, che possano aiutarci, darci ulteriori strumenti. Poiché ignoranza e stanchezza non ci scusano. Ci si nasce più combattenti, più lottatori, ma lo si diventa anche.  Ho sempre pensato, per i riferimenti culturali e ideologici nei quali i miei mi hanno cresciuto che fosse fondamentale, nella Politica come nella quotidianità, l’assenza di rimpianti. Qualche rimpianto resterà sempre, ma non di quelli evitabili. Solo con una presa di posizione, un atto di coraggio e coerenza dissiperemo le ombre che ci confondono e spaventano. Insomma, per noi deve diventare importante combattere, in ogni sfera, a prescindere dal risultato conseguito. E non è una banalità, poiché per me è più importante perdere combattendo che non aver combattuto affatto. Questo è il tema.  La lotta è metafora, ovviamente. Sta per contrapposizione di idee e diritti violati. Se verso in uno stato difficile sarà più arduo raccogliermi per oppormi, ma potrò farlo   attraverso altri, gruppi, amici, reti solidali. Altrimenti è tutto inutile. Bisogna avere coraggio, certo, ma la forza viene dalla contezza della propria ragione. Questo è un periodo strano, affogato nella precarietà, per cui anche chi prima viveva decorosamente comincia ad avere problemi nel lavoro, nella vita, nelle relazioni. Sono saltati schemi e certezze, minimi. Come tutto fosse talmente veloce e liquido da non lasciarci il tempo per riflettere, sedimentare, capire come acconciarci e dirigerci a un obiettivo.  E’ triste realtà che ci riguarda, progressivamente, tutti.  Questo senso di precarietà, di accontentarsi, di schermarsi e proteggersi da battaglie difficili, di non riuscire a vedere la fine del mese è l’unico punto da cui ripartire.  Un’educazione alla sopravvivenza. Perché, diciamocelo, non doveva andare così. I nati tra gli anni’70 ed ’80, e non solo, si aspettavano ben altro futuro e, invece, a cinquant’anni suonati devono ancora ricominciare. Perché licenziati, perché rimossi coattivamente, perché oggetto di giochi politici pretestuosi e discriminatori. Per non parlare dei più giovani, che neanche hanno questi strumenti di riferimento, neanche le promesse, i pomeriggi e le sere passati a dibattere nelle sezioni, poi circoli. A loro resta niente, perché non hanno mai avuto niente e non si aspettano qualcosa. Hanno meno pretese e forse, per questo, soffrono meno. L’arte dell’arrangiarsi è insita in loro. Tutto questo è avvilente. Sempre accaduto, ma non in questi termini, percentuali, non da divenire realtà dilagante. Bisogna resistere: espatriare in cerca di fortuna o restare da partigiani. Preferisco vivere la mia resistenza combattendo sempre. Contro le ingiustizie e le politiche sbagliate, i valori distopici e antinomici. Dev’essere per questo motivo, la lucida visione del dramma sociale, che mai come in questo periodo storico assistiamo a un rigurgito di movimenti civici. Tanto civismo declinato differentemente. Partono tutti dal basso, da un luogo, un quartiere condiviso, mali e insidie da controllare, narrazioni da ricostruire, il proprio quartiere da adottare. E’ già qualcosa, una forma di resistenza. Però attenzione, non sostituendoci alla Amministrazione che deve fare il proprio lavoro, per il quale è pagata lautamente. Piuttosto imbeccandola con il buon  esempio.  Resistenza è raccogliere le forze residue, che non si vedono più, che solo si immaginano in un luogo della mente, che si rispolverano nelle pieghe di antichi ricordi. Questo è resistere. Anche con poco tempo a disposizione, ciascuno il suo, guardando sempre in alto, più in là, oltre la triste contingenza.

David Giacanelli

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Non credo sia l’età, comunque giovane, né l’essere parte di un mondo circoscritto, all’occorrenza biasimato, vituperato, del quale molti cattivisti amano schernirsi. Non credo le persone abbiano, improvvisamente, perso ogni possibilità di critica e messa in discussione. Credo, piuttosto, che la reiterata sfiducia e delusione portino gli elettori ad abdicare a molti diritti e, tra questi, alla partecipazione attiva e reattiva alla Res Pubblica.  Spogliarsi del coraggio e delle buone intenzioni, interrogarsi il meno possibile, fuggire la vita pubblica e affidarsi, piuttosto, al primo nuovo venuto.  Per non volerne sapere più. Per provare l’alternativa, unica, differente dal già esplorato o accarezzato. A prescindere da ciò che predica, ma basta un’alternativa che affascini e ammali, che compensi e occupi il senso di smarrimento, misto di scherno e afasia, che s’identifichi nell’uomo forte, in una posizione che neanche immagineresti. L’alternativa populista ha colmato dei vuoti e assenze momentanei.  Proprio perché ha bisogno di clangore, di contenuti che riempiono il vuoto, va bene anche l’alternativa impensabile, lontana dai principi etici sempre professati. Il definito, anche se orribile o eticamente molto discutibile, si preferisce all’indefinito, alla sensazione di assenza e smarrimento totali. Ecco perché le elezioni sono sempre disertate. In una percentuale altissima di astensionismo. Il famoso voto di protesta che si propone come unico mezzo di resistenza e aggressione al torto subito, alla condizione generale di precarietà nella quale tutti ci troviamo, favorisce le posizioni più inquietanti e fantascientifiche, resuscitanti orrori del passato. L’alternativa al “meno peggio” che con coscienza, invece, abbiamo sempre seguito.   Il limite di questa azione, però, è che il ghigno di reazione, l’intestino desiderio di protesta, l’urlo imponente e sgangherato, la sintesi di tutti i bisogni riconosciuti universalmente da tutti, non è accompagnato da ricette credibili e politiche correlate, ma da una narrazione sciatta e conforme alla sintesi puerile dei social più moderni, è destinata a fallire.  Ha vita breve. E’ come un bluff, il segreto di uno spettacolo di magia che si disvela e mette il suo comico in fuga. A mostrare i limiti dell’insipienza ci vuole poco. Basta seguire i non fatti, le contraddizioni, basta vederli predicare gli uni contro gli altri, all’interno dello stesso movimento.  E’ come pensare di manifestare di continuo, creare una politica sulla protesta, differentemente articolata da tutti, senza osare di risolvere la protesta in un risultato concreto, senza un atteggiamento coraggioso e impopolare. Anche pacifico. Un tempo si facevano gli scioperi, della fame e non, che immobilizzavano un Paese. Si minacciava la fame, l’esistenza, d’incatenarsi finché fosse stato necessario al raggiungimento di uno scopo, perlomeno un dialogo reale. Un tempo si boicottavano acquisti, si discutevano politiche economiche e biasimavano campagne pubblicitarie d’infelice gusto. Nessuno, oggi, si sente di percorrerle, nessuno ha la forza e determinazione per annichilire le urla sgangherate e sguaiate, di opporsi alla viralità dei social e dell’uso inappropriato che se ne fa. Perché tutto sembra già superato prima di cominciare, perché siamo sovrastati da modelli estetici e sensoriali, non contenutistici. Siamo dissuasi dall’approfondimento e dalla complessità: di contenuto e lessicale.  Funziona questo. Poco altro: essere stupiti e imbeccati da altri; essere indottrinati; suggestionati e manipolati da altri, terzi; immaginare le verità più assurde pur di non cimentarsi con le difficoltà reali. E invece è il poco altro che va riscoperto e analizzato. Le notti insonni a dare risposte non utilizzando lo stesso linguaggio e forma della subdola protesta populista, quella che prolifera nei e tra i social. Bisogna essere tanto convincenti nelle scelte e nei contenuti da destabilizzare e interrompere, spezzare questa catena infinita incoraggiata dai post immediati. Io non posto e, se posto, non lo faccio per attaccare ma per porre quesiti, per criticare dichiarazioni che ritengo assurde, soprattutto  sulla bocca di Istituzioni che dovrebbero rappresentarmi. Io posto informazioni, ma non sono quelle informazioni, né tanto meno il gradimento che raccolgono. Sollevo questioni, ma non sono quelle sintesi lì. Basterebbe poco, già questo. Non il “ciao come posto”.

 

David Giacanelli

ThinkPoeticChe in realtà non c’è più una visione, una prospettiva, non un sogno da realizzare. Quando sei giovane, non fai che alimentarti di sogni e cibarti di idee credibili, tanto vicine da accarezzarle ogni giorno. Quando sei meno giovane, il nostro Pese ti ha fatto conoscere, a poco a poco, il disincanto, e se sei fortunato ad avere un impiego devi tenertelo stretto, senza neanche lamentarti troppo. Non hai più sogni, coltivi interessi paralleli per sopravvivere al lavorio di un lavoro che ti va stretto. Che se all’inizio poteva essere promettente e sottintendere carriere, evoluzioni, percorsi formativi che ti portassero ad assumere diverse responsabilità e, pertanto, a crescere dopo anni di indefessa prostrazione e consunzione, radicale abnegazione, ti svegli e in un attimo ti accorgi che rimarrai sempre esattamente così come sei. Una tautologia di condizioni pesanti, arrugginite. Anzi, per la precisione, là dove hai cominciato e sei rimasto con i piedi piombati. Sempre lì sei. Allora più di qualcosa non ha funzionato. Non funziona il Paese, con i suoi sistemi di valutazione, con l’assenza di formazione, di investimenti nelle carriere e nei percorsi professionali. Tranne l’1% della popolazione, simmetricamente alle possibilità economiche e agli stili di vita, chi davvero può oggi dirsi soddisfatto della propria condizione lavorativa? Il precario, non credo. Il lavoratore a tempo determinato tanto meno, il neo assunto a condizioni indecenti e opache neanche. Poi c’è chi il lavoro lo ha avuto, chi ha conosciuto la fortuna di un contratto a tempo indeterminato e, sul più bello, l’azienda ha chiuso. È fallita. Non si è preoccupata di ricollocare nessuno. Chi ha avuto il miraggio di un tempo indeterminato, una chimera, una visione sotto l’effetto di sostanze lisergiche, se non lo ha perso ci si è schiacciato, seduto sopra, si è fatto abbrutire da un’omologazione generale. Di aspettative e intenti. Non si avanza. Si resta immobili, lì, con quella sensazione reale di drammatica staticità. Tutto torna a ripetersi uguale a sé stesso e anche i lavori di “concetto” diventano meccanici. Impossibile misurare il proprio reale apporto creativo, il valore aggiunto delle proprie conoscenze ed esperienze. Non ci sono reali criteri di valutazione, né qualitativi né quantitativi. Ci sarebbero, ma non sono mai applicati. Insomma, non sorprendiamoci se i giovani sotto i 34 anni tendono al bamboccione, non cercano lavoro e si raggomitolano nel guscio materno; non è più una scelta naif, dettata dagli stereotipi mediterranei, una narrazione che negli anni novanta poteva forse far sorridere e ispirare qualche regista a corto di idee. Ora è drammatica attualità: le continue migrazioni e i cervelli in fuga. Fuggono, certo, come biasimarli, ma non per un impiego soddisfacente, per la sopravvivenza che non abita più qui. Perché allora ci lamentiamo dei Neet. Ragazzi che hanno smesso di formarsi e di cercarlo un lavoro. Tanto di lavoro non ce n’è, e se c’è è una forma edulcorata di sfruttamento. L’economia di un Paese può arretrare, vivere momenti bui, essere invasa da una crisi durissima, ma se la crisi arriva a prevaricare ed offuscare i diritti fondamentali di ogni individuo è l’inizio di una società abbandonata, in arrestabile decadenza, preda dell’anarchica corrente che tutti trascina e inghiotte. Gli effetti del capitalismo accelerato e della globalizzazione hanno prodotto solo mostruosità, come il rincorrerli senza frenarli e porre loro, da subito, delle barriere. Lì sì, solo lì i muri sono consentiti, per arrestare una legge calata dall’alto che ci impone ritmi e tempi lavorativi, divisione e rimodulazione del lavoro e dei rapporti di lavoro.  Non una legge, una tendenza, un vorticoso e onnipotente movimento che ha prodotto, solo, vittime e sudditi. Non parliamo, poi, della sfiducia nei Sindacati, così come trasversalmente nella Politica tutta. Tutti, nessuno escluso, hanno una porzione di colpa. E non sembrano riuscire più a catalizzare alcuna attenzione, esercitare alcuna funzione di difesa, di protezione verso i lavoratori. I Partiti poi, anche quelli più “integri”, secondo la propria storia, in nome della trasparenza non cooptano più nessuno, anche riconoscendo il merito delle persone non fanno un passo per utilizzarne esperienze, per servirsi di menti valide che si ritrovano di fronte, ovunque, nella società. La sensazione, mi dice la signora Rosa quando mi incontra ogni giorno al bar sotto casa, militante storica di sinistra, quella vera e cattiva, è che a “cerchi magici” si sostituiscono altri “cerchi magici”. E così la Res Pubblica rimane, sempre, privilegio di pochi, eletti prima dalle strutture e gerarchie di partito, dai salotti e corridoi dove si infittiscono incontri e accordi, così come nelle maglie della Rete dove con la sciattezza e superficialità di pochi click si elegge un irresponsabile. Poi, forse, dopo le segrete stanze e le strampalate Reti, un elettorato che non è ancora del tutto esausto avallerà il “meno peggio”. Si turerà il naso davvero per l’ultima volta, anche se lo va ripetendo da anni che lo hanno incanutito. Un quadro abbastanza deprimente ma noi, per fortuna, sopravviviamo grazie ai nostri interessi, continuando a guardare sempre in alto a sinistra.

David Giacanelli

 

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Con questo nuovo testo Ileana Argentin si serve di massime, proverbi, detti popolari per sviscerare e dettagliare le proprie considerazioni di donna adulta, disabile, sulla vita e le sue sfaccettature. Come volesse raccontarci il proprio bilancio, quello di una vita dedicata sicuramente alla conoscenza, alla Politica, alla ricerca di soluzioni per l’inclusione e l’abbattimento di pregiudizi, stereotipi culturali e barriere non solo architettoniche.

Dopo cinquantanni questo testo è per lei un atto dovuto, una sorta di necessaria confessione, anche come cattolica. Un ulteriore ragionamento, illuminante e disincantato, ad alta voce. Senza fronzoli né diaframmi o scheletri interposti ad attutire il colpo.

Si racconta con la ruvidezza e la logica che le conosciamo e riconosciamo, anche in questa testimonianza, senza troppi pudori. Come volesse ricordarci che anche la disabilità ha un tempo ed è bene metterlo in chiaro. Un tempo di bilanci. Si capisce che è cresciuta molto dal diverso approccio che ha nel raccontarsi e descriversi, con determinazione e debolezza, con quel nuovo candore e quella dolcezza sempre decisi, non un ossimoro, che la contraddistinguono solo oggi, dopo avere molto lottato e dibattuto.

Una disabile adulta, che ha avuto altro tempo per guardarsi e soffermarsi ad analizzare: anche il verbo, le parole, le proposizioni depositate in abbondanza. Si analizza attraverso i detti della nonna Piera, le rassicurazioni impartitele dalla mamma, che può più di ogni padre perfetto, le relazioni con le persone più vicine, gli amici di sempre, i conoscenti, il fidanzato, la sorella, i cerchi concentrici che gravitano e hanno gravitato attorno a lei.  Chi per amore, chi per amicizia vera e fraterna, chi per invidia o semplice utilitarismo.

Nell’argomentarsi, oggi ripassa le dinamiche sociali e comportamentali che si producono, automaticamente, nei confronti dei portatori di handicap. Parte dalla massima per arrivare a confutarla o avvalorarla, parlando del suo mondo. È molto interessante quest’operazione narrativa, perché consente alla Argentin di vedersi in prospettiva e raccontarci il suo mondo nel tempo. Ognuno resta se stesso, ma l’esperienza e il mero dato della crescita esistenziale aggiungono dati, informazioni, elaborazioni e insegnamenti. L’Argentin ha più volte descritto il proprio mondo e il suo stato.  All’inizio edulcorandolo un po’, utilizzando una chiave e un registro che spronassero e fossero di monito a reagire. Altre volte, addirittura, quasi negando i limiti oggettivi della propria condizione, sua e di altri, in nome della forza del carattere e della determinazione, della differenza come ricchezza, sempre e a prescindere.  Oggi, in questo nuovo testo, si guarda e racconta in un altro modo, forse più maturo e sincero: l’handicap non si sceglie né si può negare. Bisogna saperci convivere, e l’esperienza è sempre differenza che evolve in duttilità e ragionevolezza, consapevolezza del sé. Sapersi adattare e permeare al mondo circostante. Accettare le possibilità e incrementare le capacità per andare a prendersi il proprio sogno o qualcosa che gli somigli. Sempre con i piedi bene a terra o, nel suo caso, ben seduta.  Vale per tutti, nessuno escluso. Chi nega il proprio stato non cresce e involve, si aggroviglia, nega delle possibilità. Personalmente mi convince molto il testo, perché nella sua semplicità arriva, ruvido ed efficace, a non creare illusioni e chimere. Non fa sconti con infingimenti, non illude, ma ricorda che per tutti esiste una possibilità: scegliere, data la propria condizione, come vivere.

Solo, però, sulle opportunità il ragionamento deve farsi diverso. Quando queste ultime saranno eguali per tutti in partenza, a prescindere dal sesso, dalla condizione fisica, dalla provenienza, dal credo e orientamento politico allora l’Argentin deporrà ogni arma e, magari, smetterà di raccontarsi. Anche se sarebbe un peccato.

Le leggi italiane sulla disabilità, l’onorevole del Partito Democratico per tre legislature e attuale Presidente dell’associazione A.I.D.A. (Associazione Italiana Diversi e Alternativi) lo ribadisce più volte, sono le migliori in Europa. Anche rispetto a paesi come la Francia, che del proprio welfare ha fatto un modello cui fare riferimento. Il Paese è dotato delle migliori leggi quadro sull’Handicap, ma non attua le specifiche sanzioni in caso di violazioni, purtroppo continue. L’Argentin, pertanto, torna a chiedersi a cosa serva legiferare, approfondire tematiche e lavorare duro, battersi e dibattere, se poi quel testo che si costruisce come legge, frutto di mediazioni e difficoltà, non viene applicato nella sua interezza.

Inevitabile declinare questo discorso sul tema, centrale, tra le priorità: il lavoro.  Tema che penalizza un’intera generazione di giovani disoccupati e inattivi, ancor più spietato con i disabili. Gli imprenditori preferiscono in gran parte essere multati, piuttosto che assumere nel rispetto delle percentuali obbligatorie persone con disabilità.

Il mondo dell’Handicap è comunque complesso e reso tale anche da chi lo abita e vive: da fuori si mostra così bisognoso di solidarietà e aiuto, sempre e solo inclusivo, ma al suo interno combatte e divide, alimenta invidie e contrapposizioni: associazioni contro associazioni, particolarismi contro altri. Tra i disabili esiste un’enorme competizione e poca solidarietà. L’Argentin lo evidenzia molto bene, avendo fatto della Politica la propria missione e professione. Vuole liberamente sfogarsi: basta con i buonismi, approcciarsi alla disabilità in modo caritatevole, sempre solo indulgente. Servono aiuto e assistenza, certo, se economico ancor meglio, riproponendo una delle massime popolari. Ma serve anche impegno e sforzo nell’accettarsi per quel che si è.

Serve l’attuazione delle sanzioni per chi non rispetta le leggi vigenti e un’interpretazione differente del mondo dei disabili, che non odori solo di ospedalizzazione e sanità coatta e circoscritta, di dogma e di un’unica, stessa, rappresentazione. Ci sono molteplici disabilità, tutte diverse, da trattare con strumenti differenti.

E poi l’augurio, a partire dalla comunicazione e sensibilizzazione, il metro usato, a non vedere più come fatto per anni il disabile un “diversamente abile”, più abile di chiunque altri al mondo, ma come disabile e basta. Non omologare, ma fermarsi a ragionare, caso per caso, sulle realtà e potenzialità di ciascuno. Avere come nel caso dell’Argentin una malattia genetica dalla nascita ha escluso, ancor più, molte possibilità d’intervenire e incidere sulla propria condizione. Ileana non può che vivere su di una carrozzina, delle migliori e costose, guardare il mondo orizzontalmente e verso l’alto. Non può porgere “l’altra guancia”, né osservare dall’alto i propri interlocutori. Anche l’Handicap è trasversale, lo è nella Politica. Ragione per cui, aggiungo io, per i suoi principi e ideali Ileana volge lo sguardo sempre verso l’alto, ma “in alto a sinistra”.

David Giacanelli

Consigliere AIDA

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In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne non possiamo che ricordare cifre, dati Istat ed Eures, che fanno bene per fotografare eventuali progressi o involuzioni sul tema, sempre una drammatica realtà.  Al momento si rinnova.

Per Eures nei primi dieci mesi dell’anno sono state 106 le donne uccise in Italia, una ogni 72 ore.

Una violenza che cresce nel tempo, se correlata allo stesso dato dell’anno precedente. Tre volte su quattro le violenze avvengono nel nucleo familiare da parte di mariti, compagni o parenti.

E ancora sono state quasi cinquantamila, per l’esattezza 49.152, le donne che nel 2017 si sono rivolte a un centro anti-violenza. A riferirlo è l’Istat con la prima indagine sui servizi offerti da questi centri alle donne vittime, in collaborazione con il dipartimento per le Pari opportunità, le Regioni e il Cnr.

Fra le donne prese in carico da un centro anti-violenza, il 64% ha figli e per il 27% sono straniere. Quanto alla dislocazione dei 253 centri, il 34% si trova al Sud, il 22% nel Nord-Ovest, il 20% nel Nord-Est, il 16% nel Centro e l’8% nelle due Isole.

Sono quasi trentamila, esattamente 29.227 pari al 59%, le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Tutti i centri garantiscono ascolto e accoglienza, il 99% anche supporto legale, il 98% supporto psicologico, il 95% predisposizione al percorso di allontanamento, il 94% orientamento al lavoro, l’87% supporto alloggiativo e l’81% anche supporto ai figli minori.

 L’ambito famigliare continua a essere il palcoscenico preferito per il femminicidio.

L’odio, il limite, il desiderio di possesso, la patologia e l’incomunicabilità lievitano e si rafforzano tra le mura domestiche, lontani da occhi indiscreti, dietro un’apparente normalità. La violenza si consuma nella coppia, in un legame riconoscibile e duraturo e ne sono, loro malgrado, testimoni i figli.

Un elemento di novità che è stato rilevato da Istat ed Eures riguarda l’età media delle donne che subiscono violenza. Quest’ultima si è alzata portandosi al suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare.

Fra le zone più colpite dai femminidici il Nord Italia e la Capitale.

Secondo l’Eures, oltre un terzo delle vittime di femminicidi di coppia ha subito nel passato ripetuti maltrattamenti, rappresentando l’omicidio l’atto estremo di ripetute violenze fisiche e psicologiche: il 34,7% dei casi noti nel 2015, il 36,9% nel 2016 e il 38,9% nel 2017.

Un dato su cui riflettere: nella maggioranza dei casi (il 57,1% nel 2017) tali violenze erano note a terze persone e nel 42,9% delle occasioni la donna aveva presentato regolare denuncia. Senza evidentemente ricevere un’adeguata protezione.

Al primo posto il movente passionale, poi la lite e il dissapore, quindi il disturbo psichico dell’autore. l’atto estremo di fronte una grave malattia e disabilità difficile da accettare.

Ogni volta ci siamo detti “mai più” deve accadere. “Mai più!”, abbiamo urlato.  Lo ripetiamo ogni 25 novembre di ogni anno. Con manifestazioni, cercando di fare informazione nel nostro piccolo, informandoci e condividendo dati aggiornati.

Dati sui quali pensare, riflettere, costruire campagne di sensibilizzazione e sfruttare la Rete per un’ottima causa: urlare il proprio disappunto e rifiuto. L’unica volta in cui urlare in Rete ha un senso, quando non è lo sfogo strumentale per raccogliere consenso, fomentare paure e distrarre l’attenzione dalle vere cause di problemi che tutti viviamo. Antropologia e lessico di molta Politica.

Ormai gli strumenti ci sono, le denunce sono sempre possibili come  tutelarsi.

Nei centri anti – violenza. L’intensificarsi del numero dei centri se avalla da una parte l’esistenza del problema, che resta sempre drammatico, allo stesso tempo ci restituisce la speranza che donne e uomini sanno come approssimarvisi e cercare di affrontarlo. Prima che sia troppo tardi.

Quello che è importante, lo abbiamo ripetuto in molte occasioni, è che sia proprio l’uomo a farsi portavoce, per primo, di questo urlo di dolore e ribellione. Perché se il femminicidio si sviluppa per gran parte per mano di un uomo, perlopiù partner malato, non è possibile, mai, alcuna facile generalizzazione.

Molti uomini sono presenti e si ribellano a questi dati sviscerandoli, conoscendoli, facendo di tutto per rispettare e leggere le condizioni delle proprie compagne di vita, amiche, parenti, conoscenti occasionali.

Molti sono vigili e  combattono assieme a loro.

Le Regioni che promuovono e sostengono l’apertura dei centri anti – violenza svolgono un ruolo fondamentale. Quando il sostegno arriva dall’alto e dal basso del territorio che si vive, cui si appartiene,  comincia a strutturarsi in modo riconoscibile significa che le Istituzioni stanno cominciando a rispondere con strumenti tangibili.

Quel che ancora va combattuto è l’istinto primordiale di una cultura, nonostante tutto, machista, che fatica a superare e riconoscere come ricchezza  ogni differenza di genere e ragiona solo in termini di posizioni di forza, di concessioni, di potere da imporre ed esercitare.

Così come si esercita il controllo e si dirigono le persone, le si bacchettano a comando perché rappresentino il mondo plastico che ammette pochi protagonisti indiscussi, anche all’interno dei rapporti sentimentali.

Questo proprio non va e invece resuscita grazie anche a una nuova politica di facile semplificazione e paura del diverso, dell’estraneo, che rimanda alla necessità di avere chiare e ben stagliate le categorie. Un mondo di categorie presuppone un ordine e un rapporto di subordinazione. Questo facilita la mentalità del Capo,  nella vita politica, nelle dinamiche istituzionali e sociali private.  Dall’alto verso il basso vanno annichilite le categorie, la presunzione di creare rapporti di subordinazione. Come non esiste la teoria del “genere”, che fa comodo a pochi conservatori, così non esistono ruoli precostituiti né atteggiamenti consentiti e non consentiti. Siamo davvero tutti uguali.

E se non si riparte da qui, dai ruoli all’interno di ogni famiglia e comunità,  difficile è andare avanti.

Per questo “cappuccetto rosso” esce dal “luogo comune” di molta mentalità, arcaica e retrograda, che si ripresenta sotto diverse forme e in occasioni eterogenee di dibattito e che, fin nell’utilizzo del lessico, nascondono molta misoginia.

Ho voluto citare la vignetta molto sagace e salace di Mauro Biani, sul Manifesto, che ho trovato efficace ed  elegante. Spero non me ne voglia. “Mai più!”.

 

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terremoto-zona-rossa-piazza-visso-FDM-10Fa impressione pensare che la carta stampata, già in difficoltà ai tempi d’oggi, per alcune aree geografiche sia diventata un lusso impensabile. Così è per piccoli borghi caratterizzati dagli ultimi terremoti. A Visso, per esempio, Arquata del Tronto, Santarcangelo e molti Comuni in Abruzzo, nelle Marche e nel Lazio. E gli anziani che si lamentano. Sono perlopiù i testimoni di borghi che non esistono più, la traccia di un tempo che è stato, ma che vorrebbero potere continuare, almeno, a leggere. Ritagliarsi una consuetudine cara, che li teneva e terrebbe legati alla realtà, ancorati all’informazione, quella finestra da schiudere sul mondo.  L’illusione di esserci ancora, di saperne, di poter dire la propria. Non solo per superare la condizione di sopravvissuti, mitigarla, elaborarla diversamente riconnettendosi e confrontandosi con quanto accade negli spazi vicini e più lontani, ma per sentirsi parte del Paese. Con un peso specifico, elettorale, condizionante.  È rimasta, solo, qualche copia cartacea nei bar centrali. I chioschi hanno progressivamente chiuso o si sono convertiti alla vendita di altra merce. Ci sarebbe la televisione, poiché computer e informazione digitale tra segnali deboli se non assenti e anacronismi e difficoltà d’incontro, di mondi troppo distanti, sono impenetrabili. Volutamente, con quella sana ostinazione e l’orgoglio di volersi leggere le notizie sulla carta, stropicciarla all’abbisogna, farne conversazione nei crocicchi quotidiani. Come poteva essere andare al cinema o al teatro. Non certo la luna, un capriccio distante ed elitario, soltanto leggersi il proprio giornale.  Potere decidere d’informarsi ma, soprattutto, scegliere il mezzo con il quale farlo. Sono quelli cui è stata, magari, assegnata una casetta provvisoria, e che si lamentano della distribuzione e delle ferree pur comprensibili leggi del mercato.  E devono essere contenti. Lo sono ma, cinicamente, il loro pensiero non può che andare all’isolamento che li tiene ancorati ai resti di una precedente esistenza. Un confinamento forzato. Un silenzio continuo e siderale, quasi una volontà oscura che ricorda loro come il Paese potrebbe essersi già dimenticato. Sono pochi, perché investire troppo nella loro comunicazione e opportunità d’essere informati? In meri termini numerici non rappresentano, neanche, importanti bacini elettorali. Non spostano baricentri, né determinano cambiamenti politici.  I distributori e i service, d’altro canto, non guadagnano più nel portare poche copie di giornali attraversando chilometri di strade impervie. Il profitto è troppo poco, le vendite troppo esigue com’è la popolazione richiedente. E così quel che rimane di antichi borghi, centri storici attraversati da feroci sismi, un cielo lattiginoso e giallo, temperature invernali impervie, casette di legno acconciate a moderni villaggi, tanto silenzio inquietante e il deserto intorno è anche l’assenza d’informazione.

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