Già, questa volta, in prossimità del nuovo lockdown e con il passaggio di altre terribili vicissitudini della vita, ti accorgi quanto il vicinato e l’amicizia di prossimità facciano la differenza. Non tutti hanno la fortuna di avere pochi buoni vicini, l’estensione naturale della famiglia di origine, con tutte le normali differenze. Non tutti hanno la possibilità di vedere lievitare e crescere d’intensità le relazioni sociali, di constatare la realizzazione di nuove geometrie sentimentali. Ci vogliono le guerre, gli attacchi dei virus, le paure dei contagli, le restrizioni territoriali e la momentanea sospensione di alcuni diritti, per comprendere quanto un amico vicino, di pianerottolo e quartiere, possa fare la differenza. Una naturale conseguenza dell’area geografica cui siamo costretti, dell’astinenza dalle pulsioni vitali, della lontananza di quel che eravamo e potevamo esercitare. A salvarci sono anche la consapevolezza di realtà speciali, lo stato d’animo che riaffiora di non sentirsi mai, davvero, soli. E non è scontato. Capitare in un condominio giusto, in una scala giusta, in un territorio geografico inclusivo e accogliente, intelligente, ai tempi della pandemia fa la differenza. Con tanta stanchezza ma, al contempo, desiderio di continuare a sognare e produrre, di architettare lo strano progetto che è questa vita. Abitare all’Esquilino mi ha confermato che non tutti i luoghi geografici e le relazioni che crescono, spontanee, sono uguali. C’è sempre la persona malmostosa di turno, il giovane e il vecchio ormai inariditi, che contano le occasioni per additare e accusare il condominio, che si compiacciono di creare scompiglio, che sono ostativi per pesare la propria presenza, perché non avrebbero altre occasioni per emergere e percepirsi. Poveretti, in quanta inutile fatica si prodigano, ma questi basta non assecondarli e, alla fine, come in ogni democrazia sono destinati a zittirsi. Invece è la solidarietà verticale dei piani, che sale su fino alle terrazze per riscendere giù, nei giardini condominiali che si arricchiscono di nuove piante, amica del vaccino che verrà e dell’immunità di gregge, a renderci partigiani. È nell’affetto di prossimità che, ai tempi della guerra, si misura e riconosce la vita reale.

David Giacanelli

È sicuramente imbarazzante, perché se in un primo momento, nei primi anni che hanno cambiato il nostro lessico famigliare come la modalità di comunicare, i Social e i loro sviluppatori di start up diventati milionari ci hanno lusingato e quanto meno costretti a stare dietro alle nuove tecnologie, oggi ci restituiscono immagini anche mostruose di cronaca. E non è informazione, ma semplice libertà illimitata di dire e promuovere contenuti, anticostituzionali, che ledono la libertà di pensiero e lo stato di una democrazia. Lo abbiamo visto con gli episodi dell’occupazione del Campidoglio americano, ai danni di Joe Biden e della maggioranza dei cittadini americani che hanno votato per il candidato democratico. Fomentati da frange di estremisti di destra e populisti, dai quali lo stesso Trump e i Repubblicani americani, tardivamente e in modo goffo si sono poi dissociati. Eppure la democrazia americana, come incontrovertibile modello storico, con tutte le sue contraddizioni, è venuta meno per un attimo, lasciando il mondo intero con il fiato sospeso. L’immagine del vichingo che mostra il bicipite e gli scranni dei differenti studi occupati sono il segno del totale non controllo, della fluidità, liquidità di qualsiasi regola e buonsenso. È in casi limite ed emergenziali che si misurano gli organi di informazione, così le moderne piattaforme Social. Ci siamo, negli anni, divertiti ad assecondare e studiare Facebook di Mark Zuckerberg, quindi Twitter di Jack Dorsey, la piattaforma di Instagram e il TikTok di Louis Yang e Alex Zhu. La nostra scrittura si è fatta più sintetica, ruvida e di effetto. Questo produce i follower, notorietà, avere seguito, in alcuni casi essere sponsorizzati per fare delle pubblicità e accostarsi a luoghi, marche o persone, per condizionare il pensiero e le scelte degli altri produce reddito. Anche questo genera, secondo un congegnato sistema di algoritmi, la fidelizzazione di un cittadino alla piattaforma attraverso pubblicità, più o meno esplicite, che si basano sullo studio della sua profilazione: le scelte di navigazione compiute, i propri gusti in definitiva. Siamo tutti monitorati e controllati a distanza e, pertanto, suscettibili di condizionamento. E di questo non ci sconvolgiamo, c’è ormai chiaro, leggendone e studiandone ogni giorno. Fa parte del gioco, di una tecnologia pervasiva che si accetta in tutto o in niente. Non è chiaro, però, dove la mia privacy può essere tutelata, il punto del limite da non oltrepassare. Non solo per i miei dati personali e quanto afferisce la mia vita sentimentale e sociale, ma per le esternazioni, le azioni, i convincimenti e le distopie predicate da vanesi, narcisi, onnipotenti capi di Stato. Comportamenti sociali pericolosissimi, che si contraddicono strada facendo, che mettono in discussione tutto. Asseriscono ogni posizione e il suo contrario a distanza di pochi secondi; solleticano e vellicano le pance, stanche, di disoccupati che tracimano confini geografici, possiedono armi, inneggiano alla ribellione e rivolta “fai da te”, classe di borghesi e operai gravati dalla crisi, senza più alcun riferimento ideologico, ma solo preoccupati a sopravvivere e galleggiare un altro giorno, ancora. E allora in questa compagine sociale, che riguarda sempre più il globo terraqueo, che copre la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, chi detiene il potere dell’informazione – sempre meno la carta stampata e i siti on line – sempre più le piattaforme Social deve assumersi ogni responsabilità. Non nascondersi dietro la libertà sconfinata di espressione. Deve regolamentare sempre più nel dettaglio, anche se soggetto privato, la policy del proprio funzionamento. Bannare profili pericolosi, chiudere utenze che istigano all’odio, cancellare tutti i post considerati anti costituzionali e pericolosi. Che non è una dittatura informatica, come ad alcuni intellettuali piace pensare, poiché momentaneamente tagliati fuori dalla propria agorà politica e dal proprio tinello di autocompiacimento, dove sono domesticamente venerati e ricoperti di like e gradimenti, senza neanche essere mai stati conosciuti personalmente. Bannare, escludere e sospendere la libertà di parola, in casi estremi, è piuttosto la salvaguardia di quell’etica e morale, minime, che ci consentono tutti di sopravvivere ancora. Che l’account di Twitter @Potus, quello affidato al Presidente degli Stati Uniti d’America in carica sia stato chiuso per Donald Trump, consentendo un più pacifico, lo auspichiamo, passaggio all’Election Day di domani del nuovo presidente eletto Joe Biden, è il minimo che si potesse concepire e, anzi, doveva essere fatto prima. Si arriva sempre troppo tardi. Questo perché ogni libertà, se da una parte mina l’ordine sociale e istituzionale di un Paese, dall’altro arricchisce in termini economici la piattaforma ed il suo proprietario. È ormai noto a tutti, per sua stessa ammissione, che l’ultima elezione presidenziale Usa, che vedeva contrapposti Donald Trump a Hillary Clinton è con tutta probabilità, aldilà del complesso sistema elettorale americano, stata decisa da una campagna efferata e senza sconti, cinguettata di continuo su Twitter dal primo. Gli è stata consentita ogni fakenews, ogni colpo basso ai danni della Clinton e sua immagine che sarebbe stata immischiata, addirittura, in casi di pedofilia e altro ancora. Insomma è possibile essere liberi, esercitare sempre il diritto di parola e pensiero, ma non ci vuole molto a comprendere fin dove ci si può spingere. La qualità di un contenuto postato, la modalità nella quale è veicolato, il fine e trascinamento irreversibile di quel contenuto devono essere esaminati prima del rilascio, che diventi dominio pubblico. Vale per ogni moderna piattaforma e, anche se i differenti manager di cui sopra, si affannano nel dichiarare che esistono già policy precise, che esiste un controllo di fackechecking sulle fakenews, assistiamo comunque a qualcosa che spesso somiglia alla fine della civiltà che abbiamo sempre conosciuto. Quel che è certo è che, in tempi di pandemia, sono proprio le azioni di Facebook, Instagram, Twitter, Tiktok ed Amazon ad avere subito impennate e avere prodotto enormi profitti. Insomma, come sempre il contrasto è tra ciò che una società liberale e il liberismo economico consentono e le conseguenze estreme di queste libertà che, non sempre, ma possono innescare facili meccanismi incontrollabili e discutibili quanto perverse reazioni. Occorre, oltre alla speranza di potere galleggiare e sopravvivere alla pandemia in atto, ad uno dei periodi storici più difficili che abbiamo mai vissuto contando i morti quotidianamente, così i disoccupati, tenere alto il controllo sui contenuti. La verità non coincide sempre con il nostro convincimento del concetto di “verità”, ed il fatto di comunicarlo, questo concetto, non lo rende né vero né tollerabile. Se allarghiamo questa considerazione alle generazioni più giovani, i principali fruitori di tutte le piattaforme social, immaginiamo gli enormi rischi che possono dilagare sul web.

25stilelibero

Che Natale sarà? Questo il tema della giornata, rincorrendo le indiscrezioni e le agenzie stampa. Speriamo il migliore dei Natali. Anche se in un solo momento risplendiamo sulla terra e, speriamo, di vivercelo al meglio. Dopo, è subito lockdown. Capisco tutte le ansie e le delusioni. La segregazione protratta, continua, a destabilizzare, ma giunti a questo punto della Storia non potrà che essere Natale in sicurezza, fatto delle chiusure degli esercizi commerciali ad una certa ora, dei coprifuoco confermati, dei limiti massimi a radunarsi tra parenti e conviventi in casa. Come potrebbe essere diversamente? Ma, soprattutto, chi ha potuto pensare che sarebbe stato un Natale diverso, magari vacanziero, dove partire e spostarsi come niente fosse accaduto. Per chi credente non credo la differenza la faccia un panettone in più, un pandoro in meno, la cena ristretta e in solitudine, la necessità di non assembrarsi, anche in chiesa. Si può pregare e comunicare in solitudine. Ci si raccoglie da soli. Per chi laico, a maggiore ragione, ogni festeggiamento potrà essere procrastinato a un futuro prossimo, migliore, nel quale auspichiamo di essere progressivamente vaccinati tutti. Abbiamo fatto tanto, che Natale potrà essere? Solo un Natale in sicurezza. Mi preoccupano i bambini e gli adolescenti, che prima con la scuola e poi con l’assenza di socialità, si ritroveranno in una festività mozzata, azzoppata come i loro sogni, le suggestioni, la pesantezza di questa prigionia sociale che non produce esperienza, perché manca di confronto e interazione con i coetanei. Sono anni che dovranno avere la pazienza e determinazione di volere recuperare. Continuerà ad essere in parte difficile per bar e ristoranti, che continueranno a chiudere alle 18 e, dopo, solo asporto. Non sarà più difficile per i negozi che resteranno aperti, con tutta probabilità, anche fino alle 21 di sera. Sarà dura per gli spostamenti, perché per l’intero periodo vacanziero resterà in vita il lockdown alle 22. E, nonostante il colore cangiante delle Regioni, secondo i 21 parametri che ne determinano pericolosità e contagi del Cts, ci si potrà spostare da una Regione gialla all’altra solo per fare ritorno al proprio Comune di residenza. Per gli altri, più o meno adulti, sarà continuare ad osservare le regole. Che differenza potrà fare? Sarà il Natale che ricorderemo tutti, perché minante rispetto alle libertà e all’espressione completa e radicale degli affetti. Detto questo, auguriamoci di farcela, di riempirci di buone notizie nell’oceano di sensazionalismo e allarmismo che, se ci informa, condiziona parecchio. Sarà difficile, ma non abbiamo scelte. Negare ancora, e pensare di fare finta di niente è da idioti, nel caso ne fosse rimasto ancora qualcuno da convincere. Qualcuno è resiliente nella idiozia, alla lettera. Sarà chiamarsi, videochiamarsi, raccontarsi la vita al computer, scriversi in ogni forma possibile. Sarà tenersi occupati e tenere occupata la vita più fragile degli altri, tra volontariati, azioni sociali mirate alla distrazione e possibilità di regalare attimi di leggerezza e spensieratezza. Soprattutto agli anziani, che sono diventati anarchici impazienti, cui raccontarsi e raccontare, cui restituire e rinverdire la forza e il peso delle parole, che occupano spazio e tempo. Questo 2020 sarà un Natale di privazioni, che ricorderemo tutti. Di distanza, reale, e concettuale quanto psicologica e ideologica rispetto al mondo istituzionale che, per quanto serio e abnegato in sacrifici per sostenere la pandemia, non può certo dare risposte immediate. Non può alleviare le morti, colmare i vuoti sentimentali prodotti in ogni famiglia, non può lenire e cancellare le disoccupazioni enormi prodotte, così i livelli di povertà documentati. Ce lo raccontano la Caritas, i Rapporti Demos e Libera, i dati aggiornati dell’Istat. Per quanto ci si affanna a trovare soluzioni, al momento ognuno si sta solo con se stesso, con la propria famiglia, galleggiando nel migliore dei casi, piegandosi all’indigenza e povertà in quello più comune. E forse le cig, le misure sociali per interrompere parzialmente le tassazioni, i redditi creati ad hoc ed emergenziali già non bastano più. Perché a mancare è una vera visione che superi l’oggi e la Politica, nel suo interno continuo dibattere, spesso divisivo, da un’immagine di sé seria, ma lontana dalle bollette scadute, dagli affitti da pagare, le bocche da sfamare, dalla dad in costrizione sempre alienante, dai pensieri di un adolescente che non ne può più, di un adulto che si ritrova disoccupato o vessato da una tecnologia che gli confonde la notte con il giorno, da un anziano che provocatoriamente esce di casa quando non te l’aspetti perché non ne può più. Con diversi gradi di difficoltà ed emergenza, si staglia difronte a noi una società che ci comprende nella dilagante precarietà ed ansia, compresa ma non risolta. E questo crea altra distanza, l’effetto del ripiegamento sulle proprie uniche forze, sulle proprie idee, negli incontri provvidenziali, nella disperazione laddove possibile di reinventarsi continuamente. Non è facile e la pandemia rappresenta, di per sé, una nuova guerra. Sarà un Natale fai da te.

25stilelibero

25stilelibero

Quello che non è più ammissibile è il negazionismo. Sono bastati i mesi di reclusione, capire che nessuno è immune al Covid: giovani, anziani, persone adulte e meno giovani. Un virus trasversale al genere e all’estrazione sociale, che colpisce tutti senza avvertimento. E, diciamocelo, le poche certezze tristemente raccolte sono quelle che ci assicurano una qualche protezione in più dal virus, ma del quale, ancora, molto poco si conosce. Altrimenti non ci ritroveremmo qui, a parlarne ogni giorno. Così non parleremmo del collasso delle Sanità Regionali, i numeri dei contagi e gli ammalati che riempiono tutti gli ospedali esistenti e quelli creati ad hoc. Gli alberghi tramutati in ospedali, i tendoni campo allestiti. Non è stato tutto previsto, nonostante fosse, tutto, prevedibile. Almeno nella seconda ondata, dopo l’estate caotica. E comunque, difronte un trauma e un nemico così feroce, che abbraccia un mondo intero, se non si possono fare pronostici, ci sia arma come per affrontare un conflitto mondiale. Oggi paghiamo i ritardi di una mancata o sbagliata comunicazione, di un’assenza di regia comune tra Governo e singole Regioni, con i propri Governatori in ordine sparso. Ciascuno con il suo verbo, il suo sdegno. Comitati scientifici e medici da una parte, che hanno gridato il proprio dolore disperato, che denunciano l’impossibilità e incapacità delle strutture sanitarie ad accogliere altre persone, Governo e Ministri dall’altro che edulcorano o aggravano la situazione secondo il nuovo Dpcm che sta per essere scritto e imposto. Secondo il colore che potrà assumere la propria Regione. Insomma, la percezione è di vivere nella gravità che non si riesce a circoscrivere, a descrivere e comunicare, se non nella sofferenza delle morti e dei famigliari che le sopravvivono. Alla morte. E’ qualcosa che ci è sfuggito completamente di mano, ha alterato la nostra percezione, disturbato i nostri sonni, diventato molto più di una paura. Ci sono le percentuali, gli studi e le informazioni: ‘ché non smettiamo mai d’informarci. Anche nella indeterminatezza. E questo aumenta l’ansia e il sentimento di sospensione. Però, una incontrovertibile verità è sotto gli occhi di tutti, nei numeri delle terapie intensive, dei morti per Covid dallo scorso inverno. Di Covid si muore, anche facilmente. La curva del contagio può assumere anse diverse, accelerare o rallentare, così l’indice del contagio, così il numero dei morti, comunque si muore. Pertanto, che il Covid non esista o sia frutto di un complotto bisogna avere parecchia demenza e ignoranza per continuare a sostenerlo. Così le teorie complottiste. Eppure le immagini delle barelle di Bergamo hanno fatto il giro del mondo, così delle file ininterrotte di ambulanze, gli abbracci spezzati, le morti in solitudine, i parenti che non hanno potuto congedarsi dai propri genitori anziani, i cari. Tutto questo è realtà che andrà metabolizzata, dolore inesauribile da lavorare. Perciò almeno i negazionisti, coloro che sono contro i vaccini, contro ogni misura scientifica che consenta almeno un baluardo in più rispetto al pericolo del contagio, che ritengono la pandemia un disegno ordito a tavolino per diminuire le nascite e riproporzionare il numero degli abitanti sulla terra, e altre eterogenee fandonie, che tacciano. Che possano fermarsi un attimo a riflettere profondamente, che possano studiarli questi numeri, e confrontarsi con gli epidemiologi. Basta teorie strambe, come vederli arroganti e pericolosi, per le strade, non indossare la mascherina con strafottenza. Questa è, solo, pericolosa ignoranza.

Oggi ho fatto la fila distanziata, che pare già un ossimoro, per stampare un documento che mi serviva. Già, ormai chi utilizza più le stampanti se non in ufficio e per motivi eccezionali? Evitiamo di sprecare la carta e, in piena pandemia, ammettiamolo, abbiamo cercato di accelerare ogni processo lavorativo in chiave digitale. La smaterializzazione della corporeità dei documenti e degli accessori lavorativi è entrata prepotentemente nel nostro quotidiano. Chi si è abituato subito, per alcuni c’è voluto più tempo, per altri non è mai cominciata. Siamo perlopiù relegati nelle nostre case, in un lavoro agile per chi ha la fortuna di averne, chi invece è impegnato ad arrabattarsi e acconciarsi a qualsiasi situazione si ponga per sfangarla. Comunque, siamo isolati, per difenderci e difendere le persone che amiamo, le più esposte, noi stessi. Difficile non avere paura. Anche osservando tutte le indicazioni che Istituzioni e Comitati medico scientifici impartiscono, anche attenendoci a tutto il rigore possibile, esiste sempre un’incognita. L’imprevedibilità che ci coglie di sorpresa. Questa equazione, nella mia vita, è saltata spesso. Rispetto alle aspettative, al lavoro, agli amori, ad alcune amicizie, alla periodica profusione d’impegno che è stato anche amore incondizionato, alla passione e al pathos. L’equazione non è tornata, ancora, rispetto alla necessità di dimostrare e attivarsi per produrre, di darsi per sentirsi corrisposti, nel pieno controllo della propria esistenza, meritevoli di apprezzamento. Non sono corrisposti, tuttavia, effetti uguali, né tanto meno simili, vicini alle aspettative di partenza. Accade sporadicamente di ritrovarsi in una condizione bilanciata, di affetti dati e ricevuti, di attenzioni corrisposte, di sensibilità e accortezza contraccambiate. Sono eccezioni e, quando succede, capisci che non devi farti scappare l’interlocutore, l’attore che ti restituisce tutto l’impegno. Se non esiste un’equazione di causa ed effetto che ci tuteli in condizioni di pseudo normalità, figuriamoci con un virus del quale si conosce poco, comunque non tutto, che complotta sulla nostra salute, che briga per sottrarci libertà di movimento, possibilità di lavorare, consumare, fare girare il pil di questo Paese. Questo stato di sospensione non può restituirci un senso di logica e di minimo determinismo. Galleggiamo e continuiamo a farlo. Sappiamo che non dobbiamo abbassare alcuna guardia. Non abbiamo mai negato o relativizzato quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi, perché non sarebbe servito a niente, solo a qualche dissennato politico in perenne campagna elettorale, ma a corto di idee e suggestione, di una chiara visione cui accompagnare ricette per uscire dal magma che ci incolla alla precarietà. Siamo solidali ed empatici per difenderci da un sentimento universale di fragilità: questo ci unisce e corrobora la buona disposizione. A dividerci, però, lo spazio fisico e il tempo, la frequentazione, il timore del contagio. Tutto è diventato così incerto ed opaco che ci resta la tecnologia. Usata nel peggiore dei modi, per alimentare discussioni e polemiche viscerali, per fornire degli espedienti ai leoni da tastiera e agli hater che non aspettano altro. Difficile capire di ogni giornata cosa conservare nella casa dove siamo relegati. Gli incontri a distanza, sui social network, le persone ascoltate da lontano, i libri e film visti quando possibile, la noia, la frustrazione di non potere fare, di viaggiare, di spostarsi liberamente, di non avere sempre un lavoro, un’occupazione, un obiettivo a stretto raggio e termine. Non possiamo smettere di vivere e aspirare, ma dobbiamo saperlo fare, in sicurezza. Siamo tesi, anche se lo dissimuliamo. Viviamo la nuova condizione di solitudine forzata e cerchiamo, da mesi, di tenerci connessi attraverso la Rete. La pandemia ha accresciuto la consapevolezza di quanto importanti siano i legami reali, corporei, le effusioni e manifestazioni d’affetto, la discussione e il dibattito in presenza, lo scambio intellettuale, sempre in presenza. Non possiamo vivere di tecnologia per farci compagnia, non può essere la soluzione se non per una contingenza. Inutile, poi, rilevare quanto si siano abbassate le aspettative e la critica. La divisione e l’isolamento portano ad accettare, non dico incondizionatamente ma quasi, tutto quanto si muove e vive di una propria vita, tutto quanto serve a distrarci dal controllo e dal contagio possibile. Ed essere distratti, riempire il vuoto con la distrazione non ci migliora, piuttosto peggiora. Lo fa nella qualità, nella quantità del nostro tempo, nella esperienza che s’interrompe, nella produzione culturale che siamo costretti a recepire, bassa e standardizzata, in assenza di altro.  La prolifica attività culturale, agita o subita, ci insinuava sempre il dubbio, istillava la curiosità, metteva in discussione. Avevamo scelta, comunque più di una, laddove ora viviamo accettando quel che ci viene proposto, dissimulando una sottile e continua linea di tensione e ci alleniamo a tornare più vivi di prima.

25stilelibero

Nella nave dei sogni ci si illude di trovare il proprio amore, la propria storia, una struttura affettiva, magari cominciando dal semplice avvicinamento. Il superamento di cliché, e la possibilità di essere sé stessi fuori da qualsiasi regime politico. Per una volta liberi, senza paure e timori, senza essere stigmatizzati. A prescindere dal sesso, dalle attrazioni che si sviluppano, gli orientamenti naturali, le esperienze che si cumulano e che non ci portano al “genere” e disquisizioni inutili, quello che affatica è la ricerca di una stabilità, dell’accettazione di quel che si è, senza dovere più faticare, mascherare, alterarsi. Senza alcun camuffamento, psicologico e fisico. Il vero nemico dei nostri tempi è l’invecchiamento, l’incapacità di accettarsi e vedersi diversi senza ostacolare il naturale processo del tempo che si dipana e dispiega, stendendo i nostri anni, l’esperienza felice e l’infelice. Perché opporsi alla natura? E soprattutto perché troppe poche voci che non si indignano. In qualsiasi mondo, la paura della vecchiaia e di non potersi preservare gradevoli per sempre incide sui rapporti umani, le relazioni sentimentali, perfino sul lavoro. Giovane e giovanilismo sembrano gli orientamenti prioritari. L’esperienza e un corpo maturo perdono terreno e punti, tutto questo è un pessimo ribaltamento di come il mondo reale dovrebbe invece andare. È purtroppo vero che tingersi i capelli, rifarsi il viso, asciugarsi le rughe sono semplici operazioni di routine, ormai anche tra persone delle Istituzioni, della Comunicazione, della Cultura. Questo mi trasmette un forte senso di imbarazzo e tristezza, mi comunica povertà e assenza di valori e forze interiori per bilanciare qualsiasi fastidio, legittimo, estetico. A nessuno piace invecchiare e deteriorare, vedersi cambiare negli anni, afflosciare i muscoli, incanutire, perdere o diradare i capelli, riempirsi di rughe dell’espressione e del sorriso, ingobbirsi e ricoprirsi l’epidermide di antiche efelidi. Trasversalmente, in ogni mondo e strato sociale della popolazione, si teme l’invecchiamento e ci si affanna nella ricerca e pratica comportamentale di una giovinezza eterna. Il risultato è ovviamente naif, imbarazzante, asincrono, goffo. Sono comparse di una commedia scialba e infelice. E a forza di ringiovanire, contrastando ogni principio naturale, gli strenui difensori della parvenza continuano a relazionarsi con un mondo di giovani, a pretendere di misurarsi e interagire con loro, essere apprezzati e farne parte senza più forza, freschezza mentale, trascinandosi una disparità enorme, esperienziale. Come nelle relazioni sentimentali. Non si può reggere tutto sull’eterna e precaria attrazione sessuale. Tutto va scemando, trasformandosi in un sentimento più strutturato e profondo, cerebrale. Questo è altro, migliore amore, ma per molti la fine della possibilità di un rapporto. È davvero triste la rincorsa all’elisir di lunga vita, che non esiste, e che non consente a molti uomini di maturare e relazionarsi costruendo legami stabili con coetanei. E perché? Perché i coetanei non piacciono e devono trovare e vivere giovani e giovanilismo, abbeverarsi in quell’ardore epidermico e ormonale che restituisca l’oro, anche per pochi attimi, l’illusione di tempi ormai andati. Il passaggio è questo. Non so come può essere vinto, distrutta e debellata la debolezza, ma fintantoché non si riuscirà ad essere attratti da persone per il carattere, per la sola sintonia psicologica, per la curiosità e le affinità, tutto sarà improntato e modellato prevalentemente sulla sfera della sessualità. Il tempo inesorabile scorrerà e ogni intervento chirurgico, ogni allenamento fisico, ogni artificio e malia non potranno durare in eterno. Un giorno si risveglieranno soli, uomini e donne, con tutta probabilità abbastanza depressi, chiedendosi ancora una volta perché loro, pur desiderando una relazione stabile e completa, non sono riusciti a concretizzarla. Perché hanno cercato la causa del proprio insuccesso fuori di loro, quando dovevano continuare a combattersi dentro. Enormi e reiterate banalità che sopravvivono nei nostri tempi, si acutizzano, peggiorano, rendono le persone più fragili e sole. Come fosse impossibile arrendersi alla natura e all’evidenza, essere accettati per quel che si è. E invece, a riuscirci, renderebbe liberi da sovrastrutture e manie, pensieri inutili, agonie insensate e superficiali. Ma non mi stupisco del rigurgito del giovanilismo che va di pari passo con lo stigmatizzare le minoranze per gli orientamenti sessuali, religiosi, politici, culturali. Ogni minoranza e diversità sono sovente oggetto di discriminazione, derisione, ce se ne allontana con sdegno e scherno. Ai tempi di oggi, ai tempi del Covid, dove l’urgenza più grande dovrebbe costituire l’opportunità per rimettere in discussione ogni nostro riferimento e ragionamento sbagliato, va in scena il pregiudizio che può incancrenirsi in una incapacità totale di comprensione e confronto. Il ritorno al preconcetto come discrimine si propaga, più o meno silente, come l’ardire di restare sempre giovani, lontani dall’età e dalla morte. Superficialità che, ahinoi, si fanno sostanza. 25stilelibero

Già, come stiamo? Oggi mi è capitato di rivedere alcuni amici cui tengo molto su Zoom. Collegati, da diverse parti del mondo, ci siamo dati appuntamento per festeggiare il compleanno di due adolescenti gemelli. I figli di un’amica. Era come non essersi lasciati mai, se non per le facce felici ma incredule, la gioia di contarsi, di raccontarsi, seppure per breve tempo e in idiomi differenti. L”incredulità, epifania felice del Covid. L’intercalare più comune: “Tu, come stai?”. Che poi lo sappiamo come si sta ai tempi del Covid. I giornali li leggiamo, anche troppo, le agenzie stampa, gli approfondimenti, le stime e le percentuali, gli studi Istat. Bulimici e tossici d’informazione. Eppure oggi pomeriggio, durante il collegamento, ogni parola, ogni cenno del capo, ogni sguardo sembravano fossero nuovi, esistiti per la prima volta. Ci siamo abituati a convivere con la precarietà ma potersi risalutare, dare una pacca sulla spalla, una gomitata è sempre una grande felicità. E il resto dei pensieri cupi, di quelli che normalmente avremmo considerato tali, svanisce per sempre. E non chiediamo il permesso. Circoscrivere tutto, relazionarsi con i temi e problemi veri, ancora una volta il senso del contesto ci restituisce una mappa su come muovere e dipanare l’esistenza. Non esistono strutture verticistiche e tutti siamo, per fortuna, davvero uguali. Con o senza paura, esibita o dissimulata, ce ne freghiamo delle sciocchezze che sentiamo, non esistono più formalità ma il linguaggio antico dell’emergenza e della consistenza: l’essenziale. Superato il primo dramma, il timore di non farcela, di potere finire tra le percentuali funeste di chi il Covid lo ha vissuto, ne è stato prigioniero per sempre o gli è invece sopravvissuto, ora resta solo una gran voglia di normalità. Eppure non sarà una estate normale, non lo saranno le aspettative, i sogni, le proiezioni. Tutto un futuro prossimo da ridisegnare. Un bene? Un male? Non voglio esprimere giudizi, non mi interessa. Sarà come abituarsi a camminare su carboni ardenti, non dare nulla per scontato, apprezzare ogni prezioso secondo, senza alcuna retorica, in attesa dell’imprevisto sempre al fianco. Così sono cambiati i nostri sonni, i nostri rapporti d’amore e d’amicizia. E si sono incrinate anche le relazioni più inossidabili. Naturale quando la Morte ti scorre a fianco, quando ne senti l’odore e ti auguri che non colga te ed i tuoi cari. Allora resisti, combatti, con la cautela e le migliori risorse. Eppure non basta. Siamo invecchiati tutti, abbiamo sommato in tre mesi l’altalenante esperienza emozionale di un decennio. Queste oscillazioni qualcuno se le porta addosso, scolpite come stigmate, con i capelli incanutiti, le rughe, le sopracciglia incurvate dalle preoccupazioni, la pelle ruvida che sembra un campo privo di ortaggi e sentimenti. Insomma, siamo dei sopravvissuti che si ostinano a mostrare il proprio lato migliore, che hanno reagito e vanno avanti. Così si deve fare, solo così si può fare. Per questo è bene raccontarsi tutto e rammentarsene. Tenere il proprio diario quotidiano, da condividere o non, ma tenerlo per sé. Perché, ci auguriamo, un’altra guerra non vorremo mai viverla, ma potremo raccontarla ai nipoti che ce ne chiederanno, alle generazioni che verranno dopo di noi. In questo periodo sto recidendo tante cose. Sto rinunciando volutamente a molte abitudini per tenermi degli spazi bianchi, aperti, da riempire anche solamente con l’umore dell’ultimo secondo. Mi aiuta a decomprimere la pressione del giorno, che mi porto appresso. Brevemente risplendiamo sulla terra. Un avverbio troppo breve. Come il romanzo che sto leggendo in questi giorni, centellinandolo, perché mi piace troppo. E allora rallento, mi addormento, come non volessi terminarlo perché è difficile essere distratti da un’altra bella storia qual è questa. Sono più prigioniero ma, allo stesso tempo, in cattività posso osare di più: sul mio destino, sulle abitudini, le consuetudini, il modo di condurre il quotidiano. E tutto mi sembra così piccolo: le persone, i fatti, tutti minuscoli e così privi d’importanza rispetto alla Storia che stiamo subendo e poco agendo. Passo da Zoom a Teams, a Google suite. Una gran duttilità digitale, mi costringo a sessioni inusitate. Sperimento un po’ tutto, mi riempio e tengo occupato. Il forte senso d’ansia che mi assale con il primo caldo, che mi ricorda che è tempo d’estate, di cicale e di aspettarla assieme, come ogni anno, tranne questo appunto. Un meriggiare in solitudine, nei cuscini umidi di qualche sparuta siesta domenicale, nei crocchi di persone, nei capannelli d’anziani e giovani osservati più a distanza delle distanze usuali. Nei paesaggi che solo l’estate piena di sinestesie è capace di regalarci, saremo più soli ed incerti. I ricordi, rimandi, il sale sulla pelle, le scottature, il dorso delle mani e il collo dei piedi immersi nel bagnasciuga a guardarsi, a guardarci. In solitudine o sparuti gruppi che non facciano assembramento. Sarà un relax, nel migliore dei casi, di prossimità. Già, siamo già altro. E fare finta di niente è forse la cosa peggiore. L’aspetto più interessante è, invece, proprio quello di maturare, invecchiare prematuramente, svelarci per quel che siamo, senza nasconderci o nascondere i segni di quanto stiamo vivendo. Da dentro a fuori, da quel che resta dell’aspetto esteriore ad i sentimenti che si aggrovigliano alle budella. E speriamo di cavarcela, di aiutarci anche da lontano. Buon compleanno.

25atilelibero

Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

25Stilelibero

Oggi mentre correvo al parco, ho incontrato degli amici. Abbiamo preso un caffè da asporto, a distanza, e ragionavamo su come i rapporti siano sempre più difficili. Non solo diradati, ma il timore strisciante di un possibile contagio ci accompagna ormai sempre. Più o meno ossessivo, questo sentimento interferisce nelle geometrie famigliari, in quelle tracciate degli stessi amici e nuclei che si frequentano da sempre, a maggior ragione s’insinua con efferatezza con gli avventori esterni, sconosciuti. Ogni avvicinamento è vissuto con sospetto. Tutto questo ci ha reso più insicuri e insofferenti verso chi non si attiene, a menadito, a ogni regola sul distanziamento sociale. Poi in molti, non potendo più disporre del proprio tempo e spazio reali, uscire come avrebbero fatto arringando agli amici, al muretto, alle abitudini famigliari, non potendo prodigarsi in cerchi concentrici affabulatori e magnetici, non fanno che stare su internet. Sui social e le diverse piattaforme. È il caso di dire che ben vengano ma, allo stesso tempo, ci restituiscono l’immagine di un Paese molto triste, che vive di sole piattaforme, egoriferito nei like e nelle battute fugaci scambiate a colmare tutti i vuoti. Accadeva prima del Covid, ora è una delle sole e più facili vie percorribili. Se prima giudicavo deleterio il tempo trascorso sulla Rete, ora assisto ad un’accelerazione insana. Una compensazione nell’agorà virtuale di ciò che non si vive più. In parte realtà, in parte finzione: la Rete è pur sempre un surrogato, discutibile, della vita reale. Quando dovremo tornare a costruire e rimboccare i rapporti reali, duraturi, che abbiamo costruito nel tempo e poi tralasciato a causa della pandemia, ne vedremo delle belle. All’euforia iniziale, che tutti contagerà, si scopriranno molte incapacità e limiti relazionali. Di chi ha dismesso un abito per sempre e si è astenuto dall’operare vita e relazioni, anche nei limiti consentiti. Quando auspichiamo e mestamente pensiamo al contatto che verrà, che ci manca, pensiamo anche alla grammatica che dovremo riscoprire. Siamo tutti diventati, chi più chi meno, degli analfabeti relazionali e sentimentali. Per non parlare dei linguaggi, che se sopravvivono anche da remoto e nei device, non consentono di percepire il linguaggio paraverbale e metaverbale. Ecco perché non torneremo più come prima ma, almeno, alleniamoci ai sentimenti, al momento nel quale dovremo comunicare le parole e i gesti giusti, e toneremo a prodigarci in contatti. Finalmente scemeranno i messaggi vocali, quelli tracimanti caratteri e parole, gli emoticon e i neologismi azzeccati su WhatsApp. Insomma, il tempo dei like sui post egoriferiti dura quanto la carta con la quale avvolgevamo il pesce al mercato, all’ora di pranzo, quando ne avevamo possibilità e tempo. Tutto ciò che non lascia il posto al contatto reale, alle parole e intenzioni riconoscibili, agli abbracci, all’intimità anche grammaticale, è destinato a vivere quanto la fascinazione di una sera, è la triste disillusione di molti naviganti.

David Giacanelli

In questo giorno prefestivo, che non è differente da tutti gli altri, che ci vede più o meno reclusi, sfogliando il giornale mi accorgo di una notizia che, nel suo piccolo, rappresenta la cartina tornasole di questo Paese.

Dispiace dirlo, ma è così. Quello stesso Paese che oggi Serra, nella propria Amaca, definisce di consorterie e gilde, dove si fanno delle regole trasversali e democratiche, per sorpassarle appena possibile con titoli, sottotitoli, vie furbesche e piccinerie del Potere.

La vita di noi, di tutti noi, non può prescindere a questo punto dalla vaccinazione, dal numero dei vaccini e dall’organizzazione con la quale le inoculazioni avvengono ogni giorno. Ognuno di noi, pertanto, ordinato aspetta il proprio turno nella fila di civiltà.

Chiunque sgambetti in preda al panico, mostri populistica insofferenza, non sa essere democratico e rispecchia un antico spirito italico al quale non riusciremo mai a sottrarci del tutto. E’ chi accampa motivazioni pretestuose per vaccinarsi anzitempo. Lo hanno fatto e fanno di continuo. E ce ne sono stati di casi, anche menzionati dalla stampa, di giornalisti furbetti, di “categorie” che si sono riscoperte più a rischio delle categorie già “a rischio”. Io credo che le regole non possano cambiarsi, arbitrariamente, in corso d’opera. Si è scelto un criterio: quello anagrafico, e quello deve essere seguito. Dagli over 80 in poi, a scendere, si vaccinano tutte le persone. Le uniche categorie davvero a rischio sono state quelle di medici e sanitari in generale. Dopodiché, ciascuno di noi, per professione, vita che conduce, viaggi costretti da lavoro è più o meno a rischio. Per questo basta quietare gli animi e mettersi in fila. Questo è un Paese che non è abituato a mettersi in fila, ad aspettare civilmente il proprio turno. E non è un vanto: niente di cui andare fieri. Prendere la scorciatoia e vaccinarsi prima degli altri non è un diritto, né sagacia, furbizia. Solo disonorevole per chi ne giova. E’, nella sostanza, avere sottratto una dose di vaccino all’anziano over 80 che la sta ancora aspettando. Solo il 40% circa degli over ottanta in Italia ha ricevuto entrambe le dosi, di Pfizer o Moderna. Molti sono fermi alla prima. Allora di cosa vogliamo parlare?!

Bene mi ha fatto, leggere il post di Chiara Ferragni, che conosco poco se non per gli aneddoti famigliari e le incursioni nella moda dei quali francamente faccio a meno, ma per carattere e interesse personali senza alcun pregiudizio. Ho plaudito alla denuncia della Ferragni in merito alla vaccinazione della nonna del compagno, con più di novant’anni. Una donna che nella Regione Lombardia ancora non era stata chiamata per la vaccinazione. Stiamo parlando di una signora di novant’anni. Dopo la denuncia social dell’imprenditrice, la Asl competente ha contattato la signora chiedendole se fosse la nonna del compagno della Ferragni. A risposta affermativa, è stata convocata per vaccinarsi il giorno seguente. Bene, diciamo. Per tutte quelle nonne e nonni che sono ancora in attesa di un vaccino. La Ferragni ha dovuto utilizzare il proprio peso di influencer e personaggio pubblico per stigmatizzare i ritardi e risolversi il problema.

E questo ci riporta al discorso iniziale. Non è possibile pensare di spendersi per la propria categoria, il proprio ordine di appartenenza, il ruolo e grado svolto in Politica e nella Società per risolversi i problemi, per produrre accelerazioni. Soprattutto difronte una pandemia, dove secondo dopo secondo sono in gioco vite umane.

Che possa essere discutibile il criterio con il quale sono state scelte le categorie a rischio e le priorità di vaccinazione è un tema tutto politico, che va discusso altrove. Questa è la regola, c’è un Governo con Comitati tecnici e scientifici che l’hanno condivisa e accolta per farla rispettare.

Tutti coloro che non vi si attengono, sono deplorevoli furbetti, senza etica e senza vergogna, che si sentono legittimati a scavalcare perché comunque qualcuno lo farà sempre, al loro posto o a quello di qualche altro disgraziato. Questo è aberrante: come dire che esiste l’inganno, la menzogna e l’illegalità e, allora, l’assecondiamo ciascuno per la propria parte. La Ferragni ha denunciato l’accaduto, come il dovere sostituirsi allo Stato perché potesse essere ascoltata. Ha risolto un problema ma lo ha, soprattutto, denunciato.

Io preferisco restare in fila. E, sempre scorrendo il giornale, tra cifre e percentuali pesanti, minacce irricevibili a Ministri, scopro che è anche il compleanno di Francesco De Gregori. E allora, auguri Francesco!

David Giacanelli

Oggi viviamo in un isolamento perpetuo. L’effetto primario che abbiamo elaborato, dopo un anno di battaglia, è l’innato sentimento di protezione di noi stessi. E, ahinoi, la certezza a proteggerci è la distanza. Vivere oltre un anno di tempo isolati, in prossimità ma senza vedersi, negli stessi identici spazi e tempi dilatati, di contro ci ha portato mestizia e senso di oppressione, limitazione di tutte le libertà ed espressioni. Conviveremo ancora sospesi tra sentimenti contrastanti, che traghettiamo anche nelle nuove forme di lavoro, fintantoché non saremo vaccinati a sufficienza. Quando avremo raggiunto un’immunità di gregge allora, forse, riusciremo a recuperare un poco dello spazio lasciato vuoto. Non torneremo come prima, perché i modelli lavorativi e imprenditoriali sono cambiati e la pandemia ha rappresentato la scommessa per evolvere in una dimensione digitale, sempre meno corporea, che ci consente di lavorare a distanza, di conseguire risultati gestendo al meglio il nostro tempo e non con una presenza corporea continua. Eppure, non è solo misurarsi con una maggiore o minore attitudine al digitale, sforzarci di comprendere e terminare di apprendere tutto quanto necessario per realizzare il proprio lavoro su piattaforme, si tratta di riappropriarsi di spazi fisici, che sono psicologici. Va bene non tornare indietro, ma ai sentimenti sì, al relazionarci, all’essere gentili tra di noi. Per questo nel parlare tanto di sostenibilità e futuro spesso si associano i concetti di bellezza e gentilezza. Come auspicassimo il ritorno ad un nuovo umanesimo, alla capacità di evidenziare la bellezza, condividerla e viverla. Così la nostra storia e le esperienze, coinvolgendo al massimo le generazioni più giovani, quelle veramente digitali, migliori di come sempre descritte. Generazioni che saranno abituate all’autodisciplina e alla rinuncia, a covare dei sogni più circoscritti, che hanno fatto della precarietà la narrazione naturale. Altro che i sensazionalismi da post, la comunicazione sintetica e urlata dei social. Quest’ultima non è superata nella tecnologia, ma nei contenuti. Nessuno ha più tempo per attardarsi a litigare sulle piattaforme, a contrapporsi per cercare un consenso. Anche le classi politiche faticano a trovare nemici cui contrapporsi, unite tutte in un governo tecnico e politico, quello di Draghi. L’urgenza nazionale e mondiale viene prima di ogni tornaconto e sopravvivenza di percentuali politiche, ha ridisegnato ogni priorità e possibilità di espressione. Non potremo tornare i barbari di prima. Anche la comunicazione istituzionale è cambiata, si è evoluta, non è più così sensazionale e umorale, ma ufficiale, semplice e scarna. Priva di retroscena, di improvvisazioni continue, di smentite e opacità. Ci addormentiamo e risvegliamo contandoci. Con un’ansia latente cui ci si abitua, ma che non si supera razionalizzando. Lavoriamo e viviamo a testa bassa, concentrandoci su altro, per distrarci dalla precarietà che tutti ci avvolge. Per questo, proprio ora, è importante non dimenticarci di quel che per noi è sempre stato fonte di bellezza e gentilezza. Spronarci in quel che sempre ci ha sedotti, che ci riesce naturale come galleggiare. Pensare che torneremo ad abbracciarci, a riempire gli spazi, ad accorciare le distanze, a renderci più sostenibili, sempre attenti ai diritti, ai generi, alle risorse naturali, al recupero delle forze dentro e fuori di noi, alla conciliazione dei tempi pubblici e privati, allo sviluppo davvero sostenibile. Torneremo attenti come non siamo mai stati prima. Torneremo a rivitalizzare tutto, riciclare prodotti e sentimenti. Tutte le rimanenze, i resti che non abbiamo potuto esprimere. Torneremo a raccontarci quel che abbiamo vissuto e, anche, gli affetti che alcuni di noi hanno perduto.

David Giacanelli

Ti giri e rigiri, metti a fuoco. Poche parole e se sono il consiglio giusto, quello per cui delle volte hai atteso anni, si palesa in un attimo. Oggi sei capace di sintetizzarlo in un’ora o pochi minuti. L’esperienza si sovrappone a esperienza. Non sei immune alla pandemia, né al dolore, né alla malattia, ma vedi tutto più nitido. Perdi meno tempo, ti concentri sull’unico presente possibile. Galleggi e lo fai nel migliore dei modi, anche se ai tempi della pandemia non puoi nuotare, come svettare bracciate che disegnano semicerchi in aria. Ti devi accontentare di camminate accelerate, alternate a istinti di corsa. Sempre negli stessi luoghi, limitrofi, concessi dalle sparute pause lavorative. Il peso non cala ma, almeno, conservi un minimo di tonicità muscolare. I messaggi sono dosati, così i vocali, le parole centellinate, scartavetrate per evitare manomissioni.  I consigli eloquenti e i silenzi altrettanto di chi, davvero, ti sa ascoltare. La pandemia non ci ha reso migliori, è vero. Ci ha inasprito tutti, crepato certezze, sicurezze sentimentali. Però, un unico aspetto di inconsapevole agio ce lo ha restituito, anche se non richiesto. Ci ha costretto alla sintesi ed è un’acceleratrice d’efficacia. Rispetto allo spazio e al tempo angusto. Ci ha costretto alla praticità. Nel sistemare le idee, fare ordine nei pensieri e scegliere o non scegliere. Una dimensione coatta dal virus, a tratti penosa e dolorosa, ma sicuramente efficace per sopravvivere. Se in tempo di pace apprezzassimo le relazioni, le manifestazioni dell’esistenza come fossimo in questo perenne stato di guerra vivremmo cento vite, appieno, senza alcun rimpianto. È come pretendere da una persona anziana una reazione puerile, un ragionamento infantile, e dal bambino la serafica saggezza portata dal tempo. Insomma, è difficile, quasi impossibile re inventarsi nello stesso tempo e nello stesso spazio. Gli unici che conosciamo, questi. Eppure, continuiamo ad occuparci la mente lavorando, correndo, parlando, dedicandoci anche al nulla, al riposo forzato con la consapevolezza di doverlo sapere fare. Strategie di sopravvivenza, le uniche ammesse, ai tempi del Covid. Poi ci sono le preoccupazioni, le malattie, i controlli, la vita biologica che prosegue la propria marcia a tratti pericolosa, a tratti innocua, comunque noncurante di quanto desideriamo e ci accade intorno. E allora è necessario conservare le energie e, se non ce le abbiamo, muoverci come automi per scavalcare la giornata senza perdere quel minimo equilibrio ed empatia con l’ambiente. Non so quanto potremo ancora continuare a raccontarlo questo tempo, e come. Augurandoci di restare in salute il più a lungo possibile. Abituarci a galleggiare e scavalcare domani: una banalità espressa in modo così essenziale e semplicistico, così difficile da concretizzare ogni giorno. Difficile senza sentirne la vacuità, la pesantezza, la recita quasi istituzionale e morale che ci ripetiamo come un mantra. Noi che, al contrario, abbiamo sempre predicato la qualità e laicità della vita, ‘ché vivere non è necessario ma una scelta continua e consapevole che rinnoviamo a noi stessi, da non fare ad ogni costo, patendo qualsiasi dolore. Noi che abbiamo sempre predicato la libertà e l’autodeterminazione. Difficile continuare a galleggiare, scavalcare domani riempendoci di azioni e interessi che si usurano, ripetere vuoti mantra. Difficile per chi di tempo, sempre lo stesso, ne ha troppo per riempirlo con l’assenza improvvisa di lavoro. Gli affetti ci trattengono, il carattere, quell’imponderabile e salvifico slancio alla sopravvivenza, la voglia di tornare quanto presto alla vita di prima. Tutto il resto è inutile sovrastruttura e strategia.

David Giacanelli

Già, quello che manca è equilibrio. E l’immagine del nostro Paese in bilico non è mai stata così azzeccata come in questo momento storico. In bilico politico, ideologico, in bilico tra strumentalizzazioni, istinti primordiali, sentimenti che accelerano in iracondia e assenza del contesto, della percezione completa e anche solo parziale della realtà. Siamo vulnerabili da ogni lato: per la pandemia, per la Politica divisa e divisiva, per l’opacità delle case farmaceutiche denunciate per i loro ritardi nella consegna dei vaccini. Ognuno fa il proprio gioco ma, ancora una volta, è evidente che nessuno sa di che entità e quanto grave è lo stato nel quale ci troviamo da oltre un anno. Ne conosciamo i numeri, ogni giorno, che ci ristagnano in una prolungata precarietà e dolore. Le varianti sudafricana, brasiliana e inglese del Covid hanno poi inferto un ulteriore colpo ad una scialuppa in bilico, sulla cresta di un’onda portata da un maremoto. L’immunologo Fauci asserisce che il vaccino Moderna, quello americano, è capace anche per la variante sudafricana e inglese. Della brasiliana, sbarcata in Italia con un primo caso a Varese oggi, non c’è invece alcuna certezza. I fondi arriveranno, non sappiamo con certezza se dirottati bene, se le richieste sono state indirizzate, meticolose e precise, laddove Confindustria e Sindacati hanno sempre auspicato. Per la creazione di nuovi posti di lavoro, di attività produttive ma, allo stesso tempo, il salvataggio delle troppe disoccupazioni, ad incentivare e protrarre la cig e bloccare ogni possibilità di licenziamento durante la pandemia. Una visione che manca, quanto l’equilibrio. Lo dice Confindustria oggi, dell’incongruità delle risorse richieste e loro destinazione. Si torna a parlare di facile assistenzialismo, di interventi massicci ma confusi e privi di regia, appunto. E le forze politiche non aiutano. Mentre si dimenano nell’arte della res pubblica, in poltrone e geometrie cangianti per arrivare alla conta che tutti soddisfi, che garantisca la sopravvivenza del Governo, che comunque auspichiamo, la gente impoverisce muore. Non sono luoghi comuni, è realtà che ogni lettore è stanco di leggere e considerare, come in guerra ci si abitua a galleggiare e sopravvivere. Tornare al voto, in questo momento così delicato, avrebbe dell’inverosimile. Indugerebbe nell’immagine di una Politica ancor più distante dalla realtà. È tempo di una coalizione, qualunque e allargata, che ci conduca almeno ad una parziale uscita dal tunnel nel quale rimestiamo e affoghiamo. E con noi i nostri cari, le famiglie, gli amici, gli amici degli amici e i parenti che hanno perso la propria vita. Non è tempo per misurarsi in campagne elettorali, ma per sperare che una ripresa, prima o poi, arrivi. E se non basta la buona educazione, l’onestà, l’essere brave persone senza una cultura politica corroborata da esperienza e tempo di cui pure si avverte enormemente l’assenza, ogni alternativa all’esistente produrrebbe solo altro odio e divisione. Rallenterebbe, ulteriormente, l’accesso e la gestione dei fondi europei. Un Paese funambolo, sempre in bilico.

David Giacanelli

Nel nuovo anno mi porto, indelebile, una scritta trovata nel rione Monti: “Il più grande romanticismo? Sopravvivere”.

Così la carrozzina legata ad una guglia della cancellata del parco, sospesa in aria e non legata, semplicemente sollevata.

Tanti simboli, laconici, ruvidi e silenziosi a testimoniare un anno che ha pesato troppo. Mi e auguro tanto a tutti noi: chi ce l’ha fatta, chi sopravvive, chi tira avanti, chi ancora sogna o si cimenta in qualcosa che gli somiglia.

Un altro anno di cautela e attenzione, ma un anno in cui la Scienza è pronta a tenderci la mano, e si fa scala per farci uscire dal tunnel infinito dove tutti, nessuno escluso, si è smarrito.

Il labirinto dove le Istituzioni hanno dato i numeri che si fanno lontani, dove come sempre l’intoppo burocratico e la lungaggine non tardano a palesarsi, così la destinazione degli aiuti dei fondi e le diatribe inopportune.

Una comunicazione, quella di quest’anno, molto sgangherata, spesso inopportuna, che sfugge di mano quando, proprio, non dovrebbe.

 Che infonde ansia e tranquillità a comando, secondo la disinvoltura di alcune Istituzioni, e la lontananza con i cittadini, tutti, è ormai siderale. E non per il distanziamento sociale, ma nella sostanza, nella diversità delle condizioni nelle quali continuiamo a vivere.  

Nel prossimo anno porto gli amori che restano, i porti sicuri, i rifugi mentre aspetto il vaccino e tanta voglia di costruire.

25stilelibero      

Un racconto controcorrente è un racconto che descrive una storia serena e carica di speranza. A trovarne, già. Di gente in continuo movimento ne vedo. Non di quel flusso che comporta assembramento, discutibile sicurezza per gli altri, ma di idee, progetti e lavori. Insomma, tenersi occupati diventa spesso lo strumento per non pensare all’intorno: il punto da fissare e sul quale dirottare tutte le proprie energie per non mettere a fuoco la drammaticità del momento. D’altronde, chi conosce davvero le conseguenze di quanto stiamo vivendo da qui a un anno? I disoccupati, i parenti delle persone morte per Covid, chi è in cassa integrazione. I nuovi poveri che il Covid ha destabilizzato, sottratto a uno stato, almeno, di sopravvivenza dignitosa, di apparenza ancora rassicurante. E tutti gli altri? Nevrotici, si muovono come criceti sulla propria ruota. Si connettono sempre e indottrinano di contenuti, immagini, numeri, notizie sparse pur di tenere occupata una mente che non riesce più a selezionare, a distinguere, a filtrare il davvero importante dal futile. Come si connettono si disconnettono, provando un profondo senso di colpa: interrompono l’ingranaggio, il flusso continuo di operosità e lavoro che ne testimonia capacità e resilienza. Ai loro occhi e alla loro mente. Come fossero, sempre, sotto un esame, la lente d’ingrandimento. Come decidono di sottrarsi dalla rete della dipendenza che è anche sopravvivenza, sale l’ansia, si manifesta l’irascibilità, la facile collera, l’improvvisa stizza verso il mondo e ogni interlocutore dissimuli la stessa vacuità e inquietudine. Non c’è un modo, mi chiedo, per affrontare bene una pandemia.  Solo la raccolta delle energie residue, di cui si dispone, per opporle ai numeri, agli aggiornamenti. Un’atavica risposta felina, animale, alla vita. Poi c’è la lettura a salvarci, i racconti, quelli letti e raccontati, quelli registrati. Per occuparsi e occupare il tempo della gente, di chi sta a casa e vorremmo ci restasse per sempre. Perché il virus in nessun modo possa aggredirla. Ma ognuno si sta sulla terra, trafitti da un raggio di sole che vogliamo viverci appieno, ed è subito la nostra sera. Allora c’è che ognuno decide, consapevolmente, quand’è l’attimo della propria sera: un’equazione tra qualità della vita, possibilità, desideri, bisogni, ostacoli e sacrifici. La somma algebrica dei più e dei meno scaturisce il nostro, inevitabile, sentimento di vita. Poi c’è il carattere, indefesso baluardo che si frappone agli eventi, li fronteggia e accoglie, si fa scalfire, erodere, smussare, crepare, ma se decide prosegue la sua corsa anestetizzato al dolore.  Di storie, però, ce ne sono. Una storia, una persona. Persone che per molto poco hanno mangiato, si sono svegliate, riprodotte, hanno lavorato e ricoperto ruoli indigesti. Sono andate avanti nonostante tutto. Perché andava fatto, perché questo era capitato e non avevano avuto troppe occasioni, scelte professionali, alternative per intraprendere strade differenti. È sempre decidere dove stare, da quale lato schierarsi, se stare in una qualsiasi parte. Prima e dopo il Covid. Quest’ultimo anno ha solo esasperato tutti, ci ha provati e reso consapevoli della oggettiva vulnerabilità che non possiamo ostacolare. Quando siamo tutti egualmente deboli, consapevoli dei meccanismi mentali e psicologici che ci frustrano e mettono in difficoltà, capiamo di essere parte di un tutto così vulnerabile da toglierci il respiro. Ci specchiamo, ognuno, nelle paure dell’altro. Senza specchio riflesso, che non siamo più ragazzini.  Siamo differenti ma uguali negli effetti più importanti, nel risultato della somma algebrica della vita. Nella somma c’è il Covid e questo prescinde chi siamo, da dove veniamo, che carattere abbiamo o decidiamo di opporre. Già. Io leggo come il criceto si affanna sulla propria ruota. Leggo e dimentico, costruisco e disfo, riempio e libero. Soprattutto dimentico. E questo mi preoccupa, ma so che non è patologico, piuttosto la risposta al bombardamento, continuo, delle percentuali, delle variabili, dei virus mutanti, dei vaccini che arriveranno, delle persone che oggi ci sono e domani anche altrimenti non so come sopravvivergli, di quelle morte e ammalate. Allora passo da un racconto della Deledda a uno di Borges, e mi sento davvero “Feel good” come nel romanzo di Thomas Gunzic o in un racconto spirituale tra Dino Buzzati, Guy de Maupassant, Rainer Maria Rilke, Carver e la Ginzburg. Li mescolo tutti, li mischio, li ricordo e dimentico. Poi ogni giorno mi ritaglio il mio arco temporale di corsa, non ancora un’arte, non ancora terapia per accantonare alcuni pensieri e sviscerarne altri. Non ancora come quando nuoto e spingo fino a farmi male, a togliermi il respiro, a battere il tempo coprendo vasche. Tante e veloci, che mi faccio anfibio e ogni problema lo risolvo e smonto a fine allenamento. È Natale, ma è un periodo qualsiasi, un giorno come gli altri dove ci imponiamo la disconnessione ma è difficile riempire il vuoto, improvviso e duraturo, con i nostri sentimenti. Ci sembra troppo poco, invece dovrebbe essere sempre così, e senza una pandemia in atto. Non sappiamo più vivere la normalità né elaborare a sufficienza la paura. Intanto mi godo i piccoli neon sul finestrone e le crisalidi opalescenti sul ficus Benjamin. Un silenzio strano come il piezometro, fuori, illuminato di rosso. Deve passare un’altra nottata.

25stilelibero

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: