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Con questo nuovo testo Ileana Argentin si serve di massime, proverbi, detti popolari per sviscerare e dettagliare le proprie considerazioni di donna adulta, disabile, sulla vita e le sue sfaccettature. Come volesse raccontarci il proprio bilancio, quello di una vita dedicata sicuramente alla conoscenza, alla Politica, alla ricerca di soluzioni per l’inclusione e l’abbattimento di pregiudizi, stereotipi culturali e barriere non solo architettoniche.

Dopo cinquantanni questo testo è per lei un atto dovuto, una sorta di necessaria confessione, anche come cattolica. Un ulteriore ragionamento, illuminante e disincantato, ad alta voce. Senza fronzoli né diaframmi o scheletri interposti ad attutire il colpo.

Si racconta con la ruvidezza e la logica che le conosciamo e riconosciamo, anche in questa testimonianza, senza troppi pudori. Come volesse ricordarci che anche la disabilità ha un tempo ed è bene metterlo in chiaro. Un tempo di bilanci. Si capisce che è cresciuta molto dal diverso approccio che ha nel raccontarsi e descriversi, con determinazione e debolezza, con quel nuovo candore e quella dolcezza sempre decisi, non un ossimoro, che la contraddistinguono solo oggi, dopo avere molto lottato e dibattuto.

Una disabile adulta, che ha avuto altro tempo per guardarsi e soffermarsi ad analizzare: anche il verbo, le parole, le proposizioni depositate in abbondanza. Si analizza attraverso i detti della nonna Piera, le rassicurazioni impartitele dalla mamma, che può più di ogni padre perfetto, le relazioni con le persone più vicine, gli amici di sempre, i conoscenti, il fidanzato, la sorella, i cerchi concentrici che gravitano e hanno gravitato attorno a lei.  Chi per amore, chi per amicizia vera e fraterna, chi per invidia o semplice utilitarismo.

Nell’argomentarsi, oggi ripassa le dinamiche sociali e comportamentali che si producono, automaticamente, nei confronti dei portatori di handicap. Parte dalla massima per arrivare a confutarla o avvalorarla, parlando del suo mondo. È molto interessante quest’operazione narrativa, perché consente alla Argentin di vedersi in prospettiva e raccontarci il suo mondo nel tempo. Ognuno resta se stesso, ma l’esperienza e il mero dato della crescita esistenziale aggiungono dati, informazioni, elaborazioni e insegnamenti. L’Argentin ha più volte descritto il proprio mondo e il suo stato.  All’inizio edulcorandolo un po’, utilizzando una chiave e un registro che spronassero e fossero di monito a reagire. Altre volte, addirittura, quasi negando i limiti oggettivi della propria condizione, sua e di altri, in nome della forza del carattere e della determinazione, della differenza come ricchezza, sempre e a prescindere.  Oggi, in questo nuovo testo, si guarda e racconta in un altro modo, forse più maturo e sincero: l’handicap non si sceglie né si può negare. Bisogna saperci convivere, e l’esperienza è sempre differenza che evolve in duttilità e ragionevolezza, consapevolezza del sé. Sapersi adattare e permeare al mondo circostante. Accettare le possibilità e incrementare le capacità per andare a prendersi il proprio sogno o qualcosa che gli somigli. Sempre con i piedi bene a terra o, nel suo caso, ben seduta.  Vale per tutti, nessuno escluso. Chi nega il proprio stato non cresce e involve, si aggroviglia, nega delle possibilità. Personalmente mi convince molto il testo, perché nella sua semplicità arriva, ruvido ed efficace, a non creare illusioni e chimere. Non fa sconti con infingimenti, non illude, ma ricorda che per tutti esiste una possibilità: scegliere, data la propria condizione, come vivere.

Solo, però, sulle opportunità il ragionamento deve farsi diverso. Quando queste ultime saranno eguali per tutti in partenza, a prescindere dal sesso, dalla condizione fisica, dalla provenienza, dal credo e orientamento politico allora l’Argentin deporrà ogni arma e, magari, smetterà di raccontarsi. Anche se sarebbe un peccato.

Le leggi italiane sulla disabilità, l’onorevole del Partito Democratico per tre legislature e attuale Presidente dell’associazione A.I.D.A. (Associazione Italiana Diversi e Alternativi) lo ribadisce più volte, sono le migliori in Europa. Anche rispetto a paesi come la Francia, che del proprio welfare ha fatto un modello cui fare riferimento. Il Paese è dotato delle migliori leggi quadro sull’Handicap, ma non attua le specifiche sanzioni in caso di violazioni, purtroppo continue. L’Argentin, pertanto, torna a chiedersi a cosa serva legiferare, approfondire tematiche e lavorare duro, battersi e dibattere, se poi quel testo che si costruisce come legge, frutto di mediazioni e difficoltà, non viene applicato nella sua interezza.

Inevitabile declinare questo discorso sul tema, centrale, tra le priorità: il lavoro.  Tema che penalizza un’intera generazione di giovani disoccupati e inattivi, ancor più spietato con i disabili. Gli imprenditori preferiscono in gran parte essere multati, piuttosto che assumere nel rispetto delle percentuali obbligatorie persone con disabilità.

Il mondo dell’Handicap è comunque complesso e reso tale anche da chi lo abita e vive: da fuori si mostra così bisognoso di solidarietà e aiuto, sempre e solo inclusivo, ma al suo interno combatte e divide, alimenta invidie e contrapposizioni: associazioni contro associazioni, particolarismi contro altri. Tra i disabili esiste un’enorme competizione e poca solidarietà. L’Argentin lo evidenzia molto bene, avendo fatto della Politica la propria missione e professione. Vuole liberamente sfogarsi: basta con i buonismi, approcciarsi alla disabilità in modo caritatevole, sempre solo indulgente. Servono aiuto e assistenza, certo, se economico ancor meglio, riproponendo una delle massime popolari. Ma serve anche impegno e sforzo nell’accettarsi per quel che si è.

Serve l’attuazione delle sanzioni per chi non rispetta le leggi vigenti e un’interpretazione differente del mondo dei disabili, che non odori solo di ospedalizzazione e sanità coatta e circoscritta, di dogma e di un’unica, stessa, rappresentazione. Ci sono molteplici disabilità, tutte diverse, da trattare con strumenti differenti.

E poi l’augurio, a partire dalla comunicazione e sensibilizzazione, il metro usato, a non vedere più come fatto per anni il disabile un “diversamente abile”, più abile di chiunque altri al mondo, ma come disabile e basta. Non omologare, ma fermarsi a ragionare, caso per caso, sulle realtà e potenzialità di ciascuno. Avere come nel caso dell’Argentin una malattia genetica dalla nascita ha escluso, ancor più, molte possibilità d’intervenire e incidere sulla propria condizione. Ileana non può che vivere su di una carrozzina, delle migliori e costose, guardare il mondo orizzontalmente e verso l’alto. Non può porgere “l’altra guancia”, né osservare dall’alto i propri interlocutori. Anche l’Handicap è trasversale, lo è nella Politica. Ragione per cui, aggiungo io, per i suoi principi e ideali Ileana volge lo sguardo sempre verso l’alto, ma “in alto a sinistra”.

David Giacanelli

Consigliere AIDA

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In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne non possiamo che ricordare cifre, dati Istat ed Eures, che fanno bene per fotografare eventuali progressi o involuzioni sul tema, sempre una drammatica realtà.  Al momento si rinnova.

Per Eures nei primi dieci mesi dell’anno sono state 106 le donne uccise in Italia, una ogni 72 ore.

Una violenza che cresce nel tempo, se correlata allo stesso dato dell’anno precedente. Tre volte su quattro le violenze avvengono nel nucleo familiare da parte di mariti, compagni o parenti.

E ancora sono state quasi cinquantamila, per l’esattezza 49.152, le donne che nel 2017 si sono rivolte a un centro anti-violenza. A riferirlo è l’Istat con la prima indagine sui servizi offerti da questi centri alle donne vittime, in collaborazione con il dipartimento per le Pari opportunità, le Regioni e il Cnr.

Fra le donne prese in carico da un centro anti-violenza, il 64% ha figli e per il 27% sono straniere. Quanto alla dislocazione dei 253 centri, il 34% si trova al Sud, il 22% nel Nord-Ovest, il 20% nel Nord-Est, il 16% nel Centro e l’8% nelle due Isole.

Sono quasi trentamila, esattamente 29.227 pari al 59%, le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Tutti i centri garantiscono ascolto e accoglienza, il 99% anche supporto legale, il 98% supporto psicologico, il 95% predisposizione al percorso di allontanamento, il 94% orientamento al lavoro, l’87% supporto alloggiativo e l’81% anche supporto ai figli minori.

 L’ambito famigliare continua a essere il palcoscenico preferito per il femminicidio.

L’odio, il limite, il desiderio di possesso, la patologia e l’incomunicabilità lievitano e si rafforzano tra le mura domestiche, lontani da occhi indiscreti, dietro un’apparente normalità. La violenza si consuma nella coppia, in un legame riconoscibile e duraturo e ne sono, loro malgrado, testimoni i figli.

Un elemento di novità che è stato rilevato da Istat ed Eures riguarda l’età media delle donne che subiscono violenza. Quest’ultima si è alzata portandosi al suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare.

Fra le zone più colpite dai femminidici il Nord Italia e la Capitale.

Secondo l’Eures, oltre un terzo delle vittime di femminicidi di coppia ha subito nel passato ripetuti maltrattamenti, rappresentando l’omicidio l’atto estremo di ripetute violenze fisiche e psicologiche: il 34,7% dei casi noti nel 2015, il 36,9% nel 2016 e il 38,9% nel 2017.

Un dato su cui riflettere: nella maggioranza dei casi (il 57,1% nel 2017) tali violenze erano note a terze persone e nel 42,9% delle occasioni la donna aveva presentato regolare denuncia. Senza evidentemente ricevere un’adeguata protezione.

Al primo posto il movente passionale, poi la lite e il dissapore, quindi il disturbo psichico dell’autore. l’atto estremo di fronte una grave malattia e disabilità difficile da accettare.

Ogni volta ci siamo detti “mai più” deve accadere. “Mai più!”, abbiamo urlato.  Lo ripetiamo ogni 25 novembre di ogni anno. Con manifestazioni, cercando di fare informazione nel nostro piccolo, informandoci e condividendo dati aggiornati.

Dati sui quali pensare, riflettere, costruire campagne di sensibilizzazione e sfruttare la Rete per un’ottima causa: urlare il proprio disappunto e rifiuto. L’unica volta in cui urlare in Rete ha un senso, quando non è lo sfogo strumentale per raccogliere consenso, fomentare paure e distrarre l’attenzione dalle vere cause di problemi che tutti viviamo. Antropologia e lessico di molta Politica.

Ormai gli strumenti ci sono, le denunce sono sempre possibili come  tutelarsi.

Nei centri anti – violenza. L’intensificarsi del numero dei centri se avalla da una parte l’esistenza del problema, che resta sempre drammatico, allo stesso tempo ci restituisce la speranza che donne e uomini sanno come approssimarvisi e cercare di affrontarlo. Prima che sia troppo tardi.

Quello che è importante, lo abbiamo ripetuto in molte occasioni, è che sia proprio l’uomo a farsi portavoce, per primo, di questo urlo di dolore e ribellione. Perché se il femminicidio si sviluppa per gran parte per mano di un uomo, perlopiù partner malato, non è possibile, mai, alcuna facile generalizzazione.

Molti uomini sono presenti e si ribellano a questi dati sviscerandoli, conoscendoli, facendo di tutto per rispettare e leggere le condizioni delle proprie compagne di vita, amiche, parenti, conoscenti occasionali.

Molti sono vigili e  combattono assieme a loro.

Le Regioni che promuovono e sostengono l’apertura dei centri anti – violenza svolgono un ruolo fondamentale. Quando il sostegno arriva dall’alto e dal basso del territorio che si vive, cui si appartiene,  comincia a strutturarsi in modo riconoscibile significa che le Istituzioni stanno cominciando a rispondere con strumenti tangibili.

Quel che ancora va combattuto è l’istinto primordiale di una cultura, nonostante tutto, machista, che fatica a superare e riconoscere come ricchezza  ogni differenza di genere e ragiona solo in termini di posizioni di forza, di concessioni, di potere da imporre ed esercitare.

Così come si esercita il controllo e si dirigono le persone, le si bacchettano a comando perché rappresentino il mondo plastico che ammette pochi protagonisti indiscussi, anche all’interno dei rapporti sentimentali.

Questo proprio non va e invece resuscita grazie anche a una nuova politica di facile semplificazione e paura del diverso, dell’estraneo, che rimanda alla necessità di avere chiare e ben stagliate le categorie. Un mondo di categorie presuppone un ordine e un rapporto di subordinazione. Questo facilita la mentalità del Capo,  nella vita politica, nelle dinamiche istituzionali e sociali private.  Dall’alto verso il basso vanno annichilite le categorie, la presunzione di creare rapporti di subordinazione. Come non esiste la teoria del “genere”, che fa comodo a pochi conservatori, così non esistono ruoli precostituiti né atteggiamenti consentiti e non consentiti. Siamo davvero tutti uguali.

E se non si riparte da qui, dai ruoli all’interno di ogni famiglia e comunità,  difficile è andare avanti.

Per questo “cappuccetto rosso” esce dal “luogo comune” di molta mentalità, arcaica e retrograda, che si ripresenta sotto diverse forme e in occasioni eterogenee di dibattito e che, fin nell’utilizzo del lessico, nascondono molta misoginia.

Ho voluto citare la vignetta molto sagace e salace di Mauro Biani, sul Manifesto, che ho trovato efficace ed  elegante. Spero non me ne voglia. “Mai più!”.

 

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terremoto-zona-rossa-piazza-visso-FDM-10Fa impressione pensare che la carta stampata, già in difficoltà ai tempi d’oggi, per alcune aree geografiche sia diventata un lusso impensabile. Così è per piccoli borghi caratterizzati dagli ultimi terremoti. A Visso, per esempio, Arquata del Tronto, Santarcangelo e molti Comuni in Abruzzo, nelle Marche e nel Lazio. E gli anziani che si lamentano. Sono perlopiù i testimoni di borghi che non esistono più, la traccia di un tempo che è stato, ma che vorrebbero potere continuare, almeno, a leggere. Ritagliarsi una consuetudine cara, che li teneva e terrebbe legati alla realtà, ancorati all’informazione, quella finestra da schiudere sul mondo.  L’illusione di esserci ancora, di saperne, di poter dire la propria. Non solo per superare la condizione di sopravvissuti, mitigarla, elaborarla diversamente riconnettendosi e confrontandosi con quanto accade negli spazi vicini e più lontani, ma per sentirsi parte del Paese. Con un peso specifico, elettorale, condizionante.  È rimasta, solo, qualche copia cartacea nei bar centrali. I chioschi hanno progressivamente chiuso o si sono convertiti alla vendita di altra merce. Ci sarebbe la televisione, poiché computer e informazione digitale tra segnali deboli se non assenti e anacronismi e difficoltà d’incontro, di mondi troppo distanti, sono impenetrabili. Volutamente, con quella sana ostinazione e l’orgoglio di volersi leggere le notizie sulla carta, stropicciarla all’abbisogna, farne conversazione nei crocicchi quotidiani. Come poteva essere andare al cinema o al teatro. Non certo la luna, un capriccio distante ed elitario, soltanto leggersi il proprio giornale.  Potere decidere d’informarsi ma, soprattutto, scegliere il mezzo con il quale farlo. Sono quelli cui è stata, magari, assegnata una casetta provvisoria, e che si lamentano della distribuzione e delle ferree pur comprensibili leggi del mercato.  E devono essere contenti. Lo sono ma, cinicamente, il loro pensiero non può che andare all’isolamento che li tiene ancorati ai resti di una precedente esistenza. Un confinamento forzato. Un silenzio continuo e siderale, quasi una volontà oscura che ricorda loro come il Paese potrebbe essersi già dimenticato. Sono pochi, perché investire troppo nella loro comunicazione e opportunità d’essere informati? In meri termini numerici non rappresentano, neanche, importanti bacini elettorali. Non spostano baricentri, né determinano cambiamenti politici.  I distributori e i service, d’altro canto, non guadagnano più nel portare poche copie di giornali attraversando chilometri di strade impervie. Il profitto è troppo poco, le vendite troppo esigue com’è la popolazione richiedente. E così quel che rimane di antichi borghi, centri storici attraversati da feroci sismi, un cielo lattiginoso e giallo, temperature invernali impervie, casette di legno acconciate a moderni villaggi, tanto silenzio inquietante e il deserto intorno è anche l’assenza d’informazione.

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Quel che non ammetto e mi fa temere per una deriva accelerata e spronata da nuova incultura, è che mai come in questi ultimi mesi abbiamo assistito al profluvio di dichiarazioni aberranti, perlopiù solo intenti gridati, nell’unica misura ed espressione consentite e in voga al momento.  È stato un continuo attizzare il fuoco per rinvigorirlo. Innestarci, perché la fiamma fosse più grossa e pericolosa, singoli episodi locali, coperti da pseudo regolamenti, che per effetto finale hanno avuto quello di escludere, circoscrivere i diritti di poche persone, tutte italiane. Gli esclusi: figli di extracomunitari. Dei bambini. Il fuoco della paura, dei diritti negati o non riconosciuti. Le pubblicità contro l’utero in affitto, pratica proibita nel nostro Paese, si sono servite di squallide quanto offensive immagini di due papà, il genitore numero 1 e quello numero 2, incapaci di crescere e allevare un bambino triste. Un bimbo che si lagna in un carrello della spesa, ridotto a merce comprata, con un codice a barre tatuato. Niente di più squallido, quando nel Paese esiste una legge che legittima le Unioni Civili, che riconosce molteplici modelli di famiglia e, anche, la procreazione con l’eterologa e molti paletti.  Laddove ci sono procedimenti giudiziari in atto, ci rimettiamo nelle mani della Giustizia. Certo è, però, che sono troppi. Troppi i casi e le questioni sulle quali si continua a fare proseliti di barbari, nell’accezione etimologica del termine. Persone che non conoscono, che parlano una non lingua, differente, che non comunicano se non per sensazioni primordiali. Questa non è democrazia, è apologia dello sfogatoio, di ogni epiteto scurrile e sguaiato, di ogni rivendicazione assurda e scorretta, di più, anticostituzionale. Spesso proprio le sentenze dei giudici intervengono a colmare le lacune legislative del nostro Paese, così come sentenze europee delle Corti internazionali. Tutti sono più avanti della nostra Italietta.  Il caso esemplare, di questi ultimi anni, delle ingiustizie e omertà reiterate, delle cupole del silenzio e delle gerarchie che mentono e delinquono pur di tutelarsi e mantenere la propria posizione, è quello Cucchi. Finalmente ci sono dei colpevoli, si è riaperto un processo grazie a nuove testimonianze, eppure chi ha avuto il coraggio di farlo svuotando tutto il sommerso doloroso, non solo è stato minacciato, ma è diventato vittima come lo stesso Stefano. Riceve telefonate anonime e la propria carriera è stata stroncata con ripercussioni psicologiche rilevanti. I presunti autori del pestaggio, i tre colpevoli compreso il testimone che ha parlato, vedono invischiati pesantemente nella loro riprovevole condotta altri militari, corpo sovraordinato, gerarchicamente superiore. Si parla di evidenti tentativi di negare gli insabbiamenti che ci furono allora. Se neanche le testimonianze e una eco ormai nazionale, presto mondiale sul caso Cucchi, servono a fare ragionare illustri personaggi “nascosti”, per i quali vale più la propria carriera che la vita di un ragazzo, che pretendono l’innocenza comunque, che hanno superiori che si prodigano per loro, allora lo Stato sta abdicando alle sue funzioni. La soglia della decenza, dell’etica, della legalità si è abbassata di troppo. E pur vivendo nelle e tra Istituzioni democratiche, un ingranaggio s’è inceppato per sempre. Attenzione: nessuno vuole omologare o semplificare. Si è tutti differenti, ma è il clima che regna sovrano ad incoraggiare questa soglia ad abbassarsi ulteriormente. Non bastano più le scuse morbide e non incisive del Ministro Trenta, ed è ancora più assordante il silenzio chiassoso, un clangore ossimoro, quello del Ministro degli Interni. Scuse mai arrivate. Lo Stato siamo noi, lo Stato è Stefano Cucchi che è morto per un pestaggio dopo essere stato diffamato in ogni modo, percorrendo qualsiasi menzogna, poco credibile, e strada tristemente diffamatoria. Stefano aveva avuto un problema di tossicodipendenza, si dichiarava colpevole per deterrenza di droga per uso personale, innocente rispetto allo spaccio. Non uno santo, nessuno ne ha fatto un panegirico o costruito l’apologia, ma sicuramente non è morto di morte naturale. E allora basta. Punto. I militari e loro capi coinvolti, secondo differenti funzioni implicati nel medesimo caso, devono pagare. Senza se e senza ma. Trovo assurdo che le più alte cariche di questo Governo non abbiano apertamente e insistentemente chiesto scusa alla famiglia Cucchi, non abbiano posto confini e termini agli sproloqui altrui. E scendendo per intensità, un po’ anche per gravità, altri fatti riempiono le cronache di questi giorni. Sulla scia emotiva, sempre più becera e barbara di chi si trincera nel suo piccolo mondo antico, sbigottiti ed increduli abbiamo assistito   ai fatti di Lodi, così ai suicidi dei migranti che sapendo con tutta probabilità di dovere fare ritorno al proprio paese, hanno preferito togliersi la vita. Così ancora questa esibizione come fosse bandiera da sventolare, stendardo e mostrina, “gli italiani prima”, non significa niente ma complica di molto. Fomenta altro odio in un processo senza fine.   Produce efferatezza in libertà, perché carica di livore e ulteriore rabbia molti Italiani che non sono stati in grado di analizzare questi problemi, ma hanno preferito affidarsi all’esemplificazione, alla omologazione del capo, del leader politico del momento.  Questo, proprio, rattrista. È indice di un abbassamento del livello di critica e capacità di relazionarsi. Questo straparlare di sicurezza da garantire, di spazi da presidiare di continuo, di armi di cui fornire vigili urbani e corpo competente ma, all’occorrenza, anche i singoli cittadini per legittima difesa nella propria dimora. Dove arriveremo?  L’ostinazione verso il reato di tortura, poiché metterebbe troppi paletti contro gli stessi assassini di Cucchi e molti altri ancora, complicherebbe il lavoro nelle carceri è ignobile e tribale. Sovranismo e nazionalismo, liberismo e isolazionismo mal si conciliano con i principi basilari della nostra Costituzione e i diritti che la stessa è chiamata a tutelare. Essere liberi e vivere in uno stato democratico non significa che tutto è ammesso. La storia delle mense di Lodi o del bonus libri, così come le proscrizioni di alcuni anni fa in specifici Comuni del Nord a trazione centro destra, dove venivano banditi libri considerati facilitatori della teoria, inesistente, del “genere” erano e sono allarmi.  Così le pericolose voci, fuori dal coro, di chi metterebbe in discussione la legge 194 e, ancora, l’aumento esponenziale dei medici obiettori di coscienza. E l’itinerario si articola e intensifica d’insidie e opacità. Noi cittadini siamo qui, sempre a vigilare, a urlare il nostro moto di disaccordo, la nostra pretesa di verità. Anche noi siamo lo Stato. Il Potere di farsi sentire, più che mai, deve essere esercitato oggi.

 

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Anthony Mancinelli

Italiani, popolo di migranti. Da sempre, soprattutto nel secolo scorso, in coincidenza delle grandi guerre. Chi ha potuto è partito con la propria valigia di cartone, stipando pochi oggetti, qualche ricordo,  molti pensieri. Chi ha potuto, ancora, tra i pochi privilegiati, si è portato appresso la famiglia. Chi  è stato raggiunto dopo, una volta sistemato nel nuovo continente. Chi, ancora, è partito lasciandosi dietro l’origine. Un’infanzia, un’adolescenza. Ovvio è che le migrazioni oggi sono differenti: i richiedenti asilo molti, altri solo migranti economici. I fattori molteplici, così le  interconnessioni con i cambiamenti climatici, la povertà del territorio di provenienza,  l’instabilità istituzionale e politica della casa  dalla  quale  si fugge. Senza tornare alla solita retorica, perché ogni giorno ne parliamo e riparliamo, straparliamo potenziando quella che è stata, a tratti, un’orrida campagna elettorale mai finita,  mi preme solo ricordare le enormi comunità di Italiani sparse per il mondo. In primis, basti pensare al sud dell’America, all’Argentina, il  Brasile, gli Stati Uniti, il Canada, l’Inghilterra e il Belgio. Solo per citarne alcuni. Gli Italiani sparpagliatisi per il mondo erano sicuramente migranti economici, qualcuno, anche, scappava dall’orrore di leggi e persecuzioni politiche vergognose. Qualcuno è tornato, passata la tempesta italiana e non solo. Qualcuno ha deciso di restare per sempre.  Se il problema va sicuramente affrontato, trovata una soluzione anche attraverso la modifica e il superamento del Trattato di Dublino, una maggiore coesione e partecipazione di tutti gli Stati dell’Ue per farsi carico di quote di migranti, individuare una soluzione equilibrata che responsabilizzi tutti, utilizzare nuovi fondi e contribuire al radicamento di maggiore democrazia e potenziamento economico dei Paesi d’origine delle grandi fughe, oggi mi preme ricordare un singolare migrante italiano. Qualcuno. Quel qualcuno tra tanti. Ne parla il New York Time. Trattasi del barbiere più anziano al mondo. Un uomo di  107 anni, italoamericano,  all’anagrafe Anthony Mancinelli. È nato nel 1911 vicino Napoli, emigrato poi negli Stati Uniti con la sua famiglia quando aveva 8 anni. Ha cominciato a lavorare nella bottega di un barbiere a 11 anni, lasciando dopo pochi mesi la scuola per iniziare a tagliare barbe e capelli a tempo pieno. Anthony Mancinelli continua a lavorare, cinque giorni a settimana, dalle 12 alle ore 20 a New Windsor nello Stato di New York.  Nel 2007, a 96 anni, è stato riconosciuto come barbiere più anziano ancora in attività dal Guinness World Records. Ha un figlio, anche lui anziano, ma vive solo. Continua a lavorare, ci tiene a gestire il proprio locale, i tagli di capelli compreso il proprio, in totale autonomia. Molti sono restati, non qualcuno. Italiani, popolo di migranti.

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Oggi è difficile raccogliere i resti, spolverare le foto di un’esistenza, rammentare per filo e per segno le ore trascorse nelle allora sezioni dei Ds e Pds.

Eravamo più giovani, con la forza e l’illusione di potere cambiare il mondo.

Almeno provarci a dare un proprio, piccolo contributo. Allora eravamo tanti, appassionati, eterogenei, di tutte le età ed estrazioni sociali. Tutti accomunati dallo stesso linguaggio, dall’urgenza e il piacere di sentirci parte di una metà campo ben caratterizzata, di una specifica comunità.

Legati e intrecciati da ideali, temi, ricette e soluzioni pratiche, prospettive e visioni a breve e lungo termine.

L’elettorato italiano era sempre lo stesso, mai impavido, rivoluzionario, facile a schierarsi sempre e rivendicarne i motivi, come a saltare sull’ultimo predellino disponibile in corsa. Duttile a cambiare posizione e opinione.

Tutto questo vive e sopravvive, amplificato, anche oggi.

Eppure non vorrei smarrirli quei bei ricordi, al contrario, rigenerarli. Contestualizzarli. Non vorrei perderla completamente la percezione di una possibilità e un contributo.

So in cosa credo, da dove vengo, quali esperienze mi hanno attraversato e formato ma sento che l’ubriacatura dei proclami, il deficit osato, le risorse scovate per provvedimenti importanti, i giuramenti e la politica sui social potrebbero finire con l’opacizzare tutto. Anche i bei ricordi. Molte delle iniziative urlate le definiremmo di ‘sinistra’, eppure la pervicacia e violenza con la quale sono proposte, l’incertezza delle coperture economiche, delle ripercussioni di un deficit così lievitato, l’effetto delle borse e dei mercati ci lasciano basiti e increduli.
Come se ci avessero derubato, in malo modo, delle nostre battaglie, istanze.
Come ci avessero anticipato con semplicità, come sempre fanno: riducono la complessità a un concetto semplice, da postare o cinguettare. Questo i movimenti, le forze ipertrofiche che esibiscono muscoli e molto razzismo.
Manca, poi, la credibilità degli strumenti e dei sistemi per conseguire quel risultato.
Questo il grande interrogativo. Eppure siamo diversi, così i nostri elettori.
Parliamo linguaggi differenti, affrontiamo ogni questione con analisi diverse.
Siamo ancora molto ancorati al dibattito e alla necessità di un contraddittorio interno, continuo.
Attingiamo da esperienze esterne, da tecnici che possono illustrarci le dinamiche più impervie per stare dietro a un capitalismo indomabile.
Ci confrontiamo di più, prima di compulsare su tastiere schizofreniche.
Pecchiamo di velocità ma, probabilmente, non di spessore.
L’economia mondiale ci ha sfidati e costretti a ragionamenti e politiche tardive, non efficaci.
Abbiamo rincorso senza proporre o, ancora, opporre.
Abbiamo pensato di potere imbrigliare il capitalismo selvaggio, quanto meno controllarlo, negando la possibilità che potesse condizionare le nostre scelte, il lavoro, le modalità nelle quali è organizzato.
Abbiamo sempre attribuito più credibilità e fiducia al cittadino, all’elettore prima che al politico di turno.
Abbiamo pensato che i limiti allo strapotere economico si sarebbero inverati da soli, annichilendo ogni effetto distorto dell’economia.
Così non è stato. Negarne gli effetti dirompenti non ci ha aiutati. Tutto si è fatto liquido, senza argini, senza ideologie. Svaporate queste ultime come colori per alcuni, i più critici.
Tutto è sembrato vano, come ordito da piani superiori, tanto globali e planetari da risultare invincibili e inarrivabili.
Con i limiti delle Istituzioni internazionali e le pressioni di nuovi gruppi di potere.
E quando è accaduto di vederci riflessi in questo percorso inarrestabile, vittime, è come se avessimo smesso di produrre ricette alternative.
Come le menti più critiche avessero deposto ogni intento, arma, poiché qualcosa di molto più impervio e grande stava accadendo.
Sono mancati uomini e proposte carismatiche.
L’astensionismo è cresciuto sempre più lasciando lievitare, nel proprio angolo, irriducibili populisti, nazionalisti e sovranisti che solo qualche anno fa spacciavamo
come portatori di fantapolitiche.
Ebbene, le assenze sul territorio, le tenzoni tra le correnti, i dibattiti interni ai partiti erano sì indispensabili per ridisegnare e comporre in modo ragionevole e
funzionale il partito dei lavoratori, ma intanto si perdeva di vista l’obiettivo.
Fornire le risposte a una popolazione affamata e povera: la maggioranza.
Affogata nelle precarietà e senza più alcuna dignità.
Come spiegarlo dentro e fuori di sé?
Si ingrossavano le fila per un pasto gratuito alla Caritas il venerdì sera.
Se n’è parlato molto, ma sempre con la distanza di chi si rifiuta di credere al peggio, che la precarietà sia normalità.
Il “peggio” era già accaduto, era ed è tra noi.
Non esistono ricette magiche, ma voglio tornare a sentirmi parte di quel mondo lì, che dibatteva e sceglieva sempre, che si attardava di notte nelle sezioni.
Che nella più completa o parziale competenza si cimentava, comunque.
L’identificazione della classe politica con la élite, nell’accezione dispregiativa, si è rafforzata con la distanza.
Prima i politici li incontravi per strada, ci condividevi un caffè, una battuta e un segmento d’intimità.
E non li volevi i selfie. Non c’era bisogno di aspettare le feste dell’Unità o le manifestazioni nazionali, i meeting come unici espedienti per incrociarli e
descrivergli un problema per qualche sparuto secondo.
No, non esistevano diaframmi. E in questo la tecnologia ha peggiorato molto i rapporti tra Politica ed elettorato.
I social possono essere una piattaforma comoda e veloce per arrivare puntuali, a tutti e ovunque, ma devono essere uno strumento in più.
Non l’unico strumento di comunicazione.
Come la Comunicazione non può essere la Politica, semmai solo una sua costola.
Torniamo a dibattere, confrontarci sui contenuti e le proposte, ad organizzare seminari con tecnici, spazi nei quali tornare a fare, anche, della formazione e
informazione politica.
E questo ritorno prescinde qualsiasi rottamazione, specie se solo “anagrafica”.

Servono persone, esperienze, competenze, l’annullamento di ogni distanza ma, soprattutto, far tornare alla gente il desiderio di partecipare.

25stilelibero

Sto finendo un romanzo, uno dei tanti, di un autore molto quotato. Un italiano.  Senza volere entrare nel merito di quanto letto, sempre soggettivo, senza soffermarmi su com’è scritto il testo, sulla struttura, la logica e credibilità dei tempi narrativi, gli approfondimenti e le repentine accelerazioni, i personaggi, il loro spessore e lessico non posso esimermi dall’avere pensato a molti amici, un folto gruppo. Gli stessi di un’infanzia e adolescenza ideologizzata, piena di idee possibili anche se impossibili, piccole anche se enormi, vicine anche se distanti.

Sempre arrampicati su rami o tetti pericolanti, alla ricerca di una prospettiva differente, di altri nuovi sogni da coltivare.

Sogno dopo sogno. Sogno schiaccia sogno.

Alla fine, al netto dei sogni, in parte avveratisi in parte no, posso costatare che quel folto gruppo è rimasto romantico e osserva a fasi alterne, dall’alto, tra rami e rovi, nuovi orizzonti e altri sogni, alchimie  da realizzare e riprodurre.

Allora, mi dico, se si nasce come il barone rampante difficilmente si può cambiare.

Ci si smussa ma si continua ad arrampicare, leggeri e un poco incoscienti, in cima ad un albero. Di lì si meditano cambiamenti e nuove prospettive, rigenerazioni.

Questo conta.

Questo mi sorprende, ancora, l’inesauribile forza che ci trasciniamo dietro da quella infanzia.

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David Giacanelli

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