Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

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La differenza la fa il condominio. Anche se i quartieri sono poco riconoscibili. Tra la Fase 1 e la Fase 2 e quella che stiamo vivendo è andato in atto un progressivo ritorno ad una qualche forma di normalità. Nell’isolamento più totale, la differenza l’hanno fatta le terrazze, i panni stesi, i pochi rumori ricorrenti a scandire un tempo sempre meno descrivibile e tangibile, sempre più dilatato per confonderci le fasi e sovrapporre i giorni alle notti, i vicini di pianerottolo. I flashmob, il piatto di pietanza messo da parte, le torte a sorpresa, un aiuto sempre possibile. Ognuno rinchiuso nella propria vita casalinga a lavorare, chi è più fortunato, o congetturare sul proprio futuro, ha finito per attraversare un arcobaleno di stati. Ecco l’importanza del vicino, delle famiglie isolate con te e assieme a te, con le quali i rapporti si sono ancora più corroborati. Anche, forse, con chi non lo avresti ritenuto mai possibile. Allora il senso di comunità esiste e resiste. Però è vero che questa situazione non ha reso tutti migliori: i migliori sono migliorati e gli altri sono rimasti intrappolati come pesci nelle nasse, pieni di livore e disperazione. In gran parte giustificata. Ma non può risolversi una pandemia che si trascina dietro una crisi economica in rabbia sociale. Non dovrebbe. Eppure, già nelle moderne piattaforme, questa rabbia si percepisce e annusa. Come un crocchio da lontano si fa rumore e poi clangore. Le risposte radicali, la discussione presa alla larga per polemizzare. Come in rete ci fossero molti pesci pronti ad azzannare, a improvvisarsi predatori, livorosi con il mondo. Tracimanti bile. Insomma, il disagio sociale si esprime anche in sgangherati pensieri e critiche appuntite, ma fini a loro stesse. Questa è la cifra della solitudine e dell’astinenza d’affetto e socialità. Ecco perché è sempre bene dosarsi. La pandemia ha accelerato e reso possibile che l’agorà fosse solo Facebook, Twitter, Instagram o, per i più arditi, TikTok. Dopo la disperata bulimia di rete, per restare connessi al mondo, ora normalità è anche tornare a disconnettersi e a modulare una comunicazione non solo astiosa. Chi questo non lo comprende è ancora intrappolato nelle reti. Il livore non restituisce un lavoro che non c’è, né tanto meno lenisce lo stato di precarietà che molti vivono, né l’incertezza universale che ci ammanta. In questo continuo contrasto di pulsioni e altalenanti umori, il vicinato mi ha salvato. Certo ad averlo, e di buono, è stato davvero un privilegio. Mi sono potuto specchiare, ogni giorno, anche a distanza e per pochi attimi, nelle paure degli altri, ritrovarmici per tirare avanti con maggiore coraggio e un sospiro. Non di sollievo, di consapevolezza. Dalla mia finestra vedo un signore, sulla cinquantina, che ha steso il suo cartone sul marciapiede e ha cominciato a pregare genuflettendosi. Il corano, aperto, di lato. Normalmente quel posto la mattina è occupato dal flusso ordinato di chi si reca al mercato e, la sera, talvolta, dallo spaccio. Quello che è arrivato qui da fuori. Non è sempre stato così, ma la crisi ha evidenziato e alterato con colori vividi quanto si mimetizzava, a stento. Per un vicinato bello, il terrore che una delle piazze più suggestive e centrali di Roma possa essere il nuovo rifugio delle peggiori conseguenze del Covid. Ancora altalenante l’umore, la prospettiva, il futuro. Certo, però,  l’astio non ci aiuterà.

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caffèd'asporto

Ora che ricomincio a mettere il naso fuori casa, con tutte le precauzioni del caso, a cercare di ricordare semplici gesti come prendere un caffè da asporto e consumarlo assieme ad un cornetto, mi sento sospeso come tra chi esce dopo il termine di un conflitto bellico e chi è stato detenuto per mesi. Provo a pensare a quando i miei genitori devono avere provato qualcosa di simile e paragonabile. Quando mia madre ricorda che da bambina, al suono delle sirene, la nonna la strattonava per un braccio e con il pigiama e una vestaglia si ritrovava giù per strada, in fila per entrare nel rifugio. Nel buio, accalcata con altre persone, sentivano le sirene e l’eco lontano ma vicino della guerra. Oppure quando da sfollati, in campagna, mio padre si chiudeva dentro casa, nelle cantine adibite a scuola per chi non poteva permettersi altro spazio in sicurezza. E con lui gli altri bambini e insegnanti del paese. Tutti a casa dei nonni. Sentimenti lontani. Eppure il nostro estraniamento è qualcosa di simile. Sempre accorti e in sicurezza, attenti e disciplinati, un po’ felici per riappropriarci di piccolissime liberà, un po’ smarriti per il disagio al contatto e il timore del virus sempre in agguato. Dimidiati tra sensazioni. Ci riconosciamo e guardiamo con dolcezza, da lontano. Tutti nella stessa barca errante. Precari allo stesso modo. E tuttavia più fortunati, nella precarietà, di chi è morto o di chi vive un disagio sociale esponenziale.  Non vedo diffidenza nella gente, la separazione o paura di sfiorarsi. E questo era uno degli scenari più plausibili. C’è rispetto, consapevolezza del pericolo, ma una gran voglia di fare bene per potere tornare a godere di tutte le libertà precedenti. Riavvolgere il nastro. Uscire, partire, riabbracciarsi, vagare liberi indossando tutti i propri diritti e libertà. Questa storia dei congiunti e non degli amici ha provocato non poche tristezze e sensi di impotenza, sofferenza generalizzata. Ci ha lasciati perplessi e increduli. Ora ogni minuto che passa è vissuto come una scommessa verso la libertà. Per questo sta tutto alla nostra responsabilità, proprio ora, per non vanificare quanto tollerato fin qui. Non credo proprio che torneremo esattamente come prima. Queste sono ferite che ti fanno apprezzare il bene che hai: la libertà. Gli adolescenti, secondo sondaggi attendibili e i pareri di psicologi hanno retto botta, mentre i più piccoli soffrono e soffriranno. Non ancora autosufficienti per vivere in un mondo virtuale e parallelo che li isoli in una bolla temporanea, un’isola altrettanto seducente, hanno solo percepito le privazioni.  I genitori, beh, non hanno avuto troppo tempo per interrogarsi e così le persone più adulte, in genere. Però torneremo diversi, più consapevoli della nostra precarietà, più duttili e disponibili al cambiamento, più pronti a combattere ma con la consapevolezza che il danno universale e accidentale, imprevedibile, è dietro l’angolo a piegare le nostre esistenze quando vuole. Io rimpiango di non vedere i miei congiunti per troppo tempo e, allo stesso tempo, mi sarei aspettato qualche telefonata in più, qualche contatto. Mi sono sentito a tratti dimenticato e dimentico degli altri, la solitudine in tutta la sua potenza mi ha addolorato. Non spaventato, ‘ché la conosco, ma addolorato. Ma di questo faccio i conti con me stesso: ognuno ha la propria sensibilità, si ama e preoccupa a modo suo. È il pensiero lungo e dilatato della notte che ci fa diventare più esigenti e rigorosi con gli altri, un po’ egoisti nella sofferenza. Sono istinti di sopravvivenza e rigurgiti di bene verso noi stessi. Oggi, ad ogni modo, anche solo per quindici minuti, ho avuto l’illusione di essere tornato indietro nel tempo, ai primi giorni di marzo. E mi manca ancora tutto.

 

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Di questo anomalo e unico 25 Aprile ricorderò il flashmob dalle finestre, accorati Bella ciao e una verticalità di saluti, gesti, voglia di comunicarsi. Commozioni varie dettate, ancor più, da una ritualità interrotta dal virus.  Riti e codici famigliari spezzati, anche se solo temporaneamente. I davanzali impavesati di tricolori, i bambini che scalpitano e che pur non comprendendo appieno il senso della celebrazione della Resistenza e della Liberazione, intuiscono che è un momento importante, di raccoglimento collettivo di una generazione adulta. Racconteranno loro il senso di quanto hanno cantato. La natura, selvaggia, riprende il sopravvento e gabbiani enormi si appollaiano sui tetti di macchine arrugginite e sbiadite al sole. Le stagioni e le temperature fanno il proprio corso, tutto scorre nella sua dimensione più naturale, che l’insediamento e l’intervento umani, scriteriati da anni, come la necessità di antropizzare ogni minimo spazio hanno del tutto alterato. Ritornano specie estinte, le dimensioni sembrano sì il prodotto di una mutazione genetica. Come se un’altra città, dopo anni, potesse tornare a vivere, disvelasse il proprio segreto, mentre quella cui siamo abituati si fosse mimetizzata e congelata nella dovuta paura e cautela.  Sopravvivono i corridori e i cittadini che portano a spasso i cani, che si riconoscono dalle creature e non certo dalle facce, troppe, come gli improbabili nomi, più di quelli affibbiati ai propri amici a quattro zampe.  E allora passeggiando, correndo appena appena per non atrofizzare gli ultimi muscoli, ti rendi conto di quanto assieme all’isolamento emergano anche questi linguaggi chiusi, propri solo di chi condivide un animale domestico. Constati quanto, per qualcuno, possa essere fondamentale attardarsi a parlare delle abitudini dell’una piuttosto che dell’altra bestiola. Li guardi, incredulo, perché per quanto possa amare gli animali, non immagini si possa perdere tanto tempo e attenzione dietro i loro comportamenti. Come si cercassero ulteriori codici per comunicare invece di sforzarsi e utilizzare quelli sempre noti. Tutto diventa relativo e circoscritto come lo spazio nel quale si è costretti a vivere. Mi sbaglierò, ma tanta cattività dopo un poco trasforma ed esaspera, come ogni condizione, imposta e non scelta, porta a sragionare. Un motivo in più, tra libere scelte e diritti da godere, per ricordare e celebrare la Liberazione che fu e, auspico, quella che vivremo nuovamente pur con tutte le cautele del caso.

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Piazza Vittorio

Già. In questa fase della nostra vita abbiamo compreso, davvero, almeno molti di noi che hanno avuto la fortuna di non vivere guerre o tragedie simili, cosa significhi essere resilienti e resistenti. Ora che la curva della pandemia sembra direzionarsi verso il basso, cominciamo ad immaginare il nostro ritorno. Graduale, certo, fatto di piccoli passi, ma già il potere uscire di casa con una autocertificazione per recarsi in un parco, fare sport all’aria aperta, andare a trovare qualche amico pur nella ancora generalizzata chiusura di molti negozi ed attività commerciali, ci restituirà un senso di rinascita. Correndo sotto casa lo sguardo è sempre in basso e quando si sposta verso i palazzi umbertini della piazza, guardandoli attraverso le chiome degli alberi, verso l’alto, scorge faccette silenti e argentate appese a un davanzale. A chiedersi se sarà quello l’ultimo giorno o se, passato tutto, avranno ancora il tempo di fare. Poi la natura nei suoi aspetti più inconsueti e selvaggi, cui non siamo più abituati, è tornata a popolare le città. Molti Italiani che vivono tra Bergamo, Milano, Brescia e Piacenza, nelle Regioni più martoriate del Nord Italia attraversano questo ragionamento, sul prima e sul dopo, sull’ora infinito in modo amplificato e radicale. Portano i segni più profondi del dolore vissuto in casa propria, visto negli altri, ascoltato e annusato da vicino. Allora tutto ci sembra assurdo, come la nostra impotenza, impossibilità di aiutarli se non adeguandoci alle norme e precauzioni urlate da mesi. Eppure, sono convinto, questa reclusione forzata non sia stata vissuta da tutti allo stesso modo. Ci sono amici e conoscenti che si sono detti rinati per avere riscoperto la solitudine, il piacere di sospendersi completamente, di non doversi spostare ogni giorno per recarsi nel luogo di lavoro, il riappropriarsi del proprio tempo, l’essersi concessi amenità e approfondimenti, letture, sonni è stata una ricchezza. Per quanto uno possa stare bene a casa, conciarsi alla solitudine e sospensione, trovo che tornare alla vita esterna, al mondo esteriore e non solo nuotare in quello interiore, sia salutare e necessario. Anche ai tempi del Covid. Sospenderci nella sospensione, pur attiva, con il lavoro agile, districandoci in tutorial per attività fisica, cucina, audio libri, l’amore domestico, con e di tutte le famiglie possibili ci allontana temporaneamente dal dopo.  Anche pieno d’insidie e avversità, ma il contatto e tatto con l’altro, con un sistema di causa ed effetto reali, il contarsi nel quotidiano è essenziale. Come darsi uno spazio, resettare le aspettative, capire in quale posto ci troviamo. Che è quello fisico e mentale, quello psicologico. A me questa sospensione comincia davvero a pesare troppo. E anche gli aspetti più romantici, le angolature e prospettive indagate, sempre differenti di oggetti, orizzonti, persone non mi bastano più. Non è solo il desiderio di ricongiungermi con la famiglia e gli affetti ma, soprattutto, l’interagire con le persone. Capire come sono sopravvissute e come stanno, come si relazioneranno al loro futuro, trovare similitudini e senso di appartenenza o, magari, scoprire ulteriori differenze e distanze. Non possiamo sottrarci all’inevitabile e giusto confronto. Banale dire e continuare a farlo, come tutti abbiamo ripetuto per l’intero primo mese, che il dopo non sarà più come il prima. E non sono d’accordo con chi sostiene che come per ogni lutto e dolore alla  fine ci si dimentica, si riparte come nulla fosse stato dandosi una spinta di coraggio. Ogni vittima, ogni numero pesante, ogni morto in famiglia di Covid ti segna e non ti consente di elaborare subito, neanche con un funerale, un saluto come si deve, religioso e laico che sia. Torneremo e alterneremo grosso desiderio di stare fuori, di riappropriarci di piazze, luoghi famigliari, di abbracciare e interagire con amici e conoscenti, a momenti di necessaria profonda riflessione su quanto abbiamo vissuto che, per ovvie ragioni, non puoi affrontare mentre lo vivi, mentre transita e ci nuoti nel mezzo. Ci scopriremo forse più forti, forse più deboli. Molte idiosincrasie e difficoltà difronte il virus pandemico, la calamità universale, si sono dissolte da sole. Succede sempre così. Molti di quelli che riteniamo essere nostri problemi, situazioni mai del tutto risolte, atteggiamenti sbagliati e reazioni impulsive sono svaniti. Ma non li abbiamo affrontati, è la paura maggiore che scansa e schiaccia, per un attimo, quella minore nella complessa  gerarchia delle urgenze. Torneremo vulnerabili per le piccole cose, che sono le stesse a renderci felici. Abbiamo assunto e ci siamo dimostrati di avere un autocontrollo enorme, che non ci conoscevamo. Ma tutto questo non ci renderà immuni da noi stessi, migliori sì, ma comunque non onnipotenti. Anzi, leggendo le numerose storie dei malati che ce l’hanno fatta, che si raccontano quotidianamente sui giornali, per loro molte paure sono cominciate tornando a casa. Con le dimissioni dalla terapia intensive. Sono felici, ma si sono scoperti pieni di frustrazioni, paure, d’incognite, agorafobici e alterati nel gusto e nell’olfatto.  Timorosi e prevenuti per la serenità che li ha abbandonati nel mezzo della pandemia, che sarà difficile riconoscere e rivivere come prima. A salvarci, più che la resilienza una consapevolezza di noi, differente, nel bene e nel male.

David Giacanelli

Oggi, dopo diversi giorni ho incrociato lo sguardo di una ragazza, come me affannata, a distanza, a correre in un ampio spazio sotto casa. Non la conosco, ho pensato per un attimo che fosse un’amica, ma considerato il posto e i decreti in vigore, sarebbe stato impossibile.  Ci siamo salutati come ci conoscessimo da tanto, troppo tempo. Con la stessa complicità di due amici consumati. È proprio l’assenza di contatto che ti porta a vedere le ossessive e ripetitive, uniche occasioni d’incontro, come straordinaria manifestazione della vita. Mentre corro, brucio i chili messi su, e sovrappongo molti pensieri come la precarietà delle comunicazioni. Davvero ci si percepisce soli, e non solo per il fatto di esserlo, dove lo stesso avverbio e aggettivo esprimono assenza di contatti e tatti per il distanziamento sociale, prigionieri nelle nostre abitazioni, a guardare le stesse luci e le stesse ombre, attraversati dallo stesso smarrimento incrociato con la paura. È per tutto questo, certo, ma in più siamo soli in un generale sistema precario di pesi e poteri. In questa emergenza, qualsiasi strategia e motivazione sembra avere la durata di cinque minuti e la prospettiva di al massimo qualche ora se lo stato si protrae nel tempo, un tempo indefinito e indefinibile. Quello del virus, della pandemia. Ogni giorno opinioni a confronto e scontro, e anche in un momento nel quale la calamità dovrebbe vincere su tutto, produrre una reazione di unità e complicità, la consapevolezza d’essere tutti contro per debellarla o almeno circoscriverla man mano che il suo DNA si manifesta, assistiamo increduli ad una babele di linguaggi e manifestazioni, a teatrini sui social di Politici che cavalcano le paure delle persone e la rabbia, la difficoltà economia e sociale, solo per costruire consenso. Non si può abdicare alla Politica ai tempi della crisi e pesa assistere a leader che hanno cambiato posizione sulla pandemia almeno dieci volte in due mesi: hanno prima urlato alla necessità della chiusura totale per poi rivendicare la necessità di riaprire tutto, subito, per non fare morire l’economia, ‘ché altrimenti moriremo di fame prima che del contagio, per poi tornare ad un’altra posizione. Il virus è talmente subdolo e feroce che è difficile avere una posizione univoca e assumersi le responsabilità di un’unica narrazione per tutti, coerente e lucida. Solo le persone intelligenti si mettono in discussione e cambiano opinione, soprattutto difronte il non noto, ma la continua parossistica volubilità di alcuni personaggi esplicita il poco spessore culturale e la mancanza di una vera cultura politica, come attitudine a prendersi cura della Polis, della gente, della sua salute e possibilità di riappropriarsi di un’esistenza. Questi personaggi volubili, rabdomanti sgangherati, si sono distinti a livello nazionale ed internazionale cercando un nemico, un obiettivo sul quale convergere la propria incapacità di comprensione e azione. Cercano il nemico, la Nazione che per prima avrebbe sbagliato liberando intenzionalmente il virus, creato ad arte in laboratorio come arma di cui avvalersi o, ancor più sottile e pervicace, liberando un virus che scaturirebbe dalla ricerca per individuare vaccini per debellare altri flagelli mondiali.  Come sempre, quando è difficile assumersi responsabilità e avvalersi di competenze che non si possono legittimamente avere, lo status di ogni Politico, si preferisce spostare il problema sugli altri, trovare un colpevole, distrarre l’attenzione dalle proprie incapacità e assenza di responsabilità. Un meccanismo vecchio che è editato di continuo sempre da chi fa del populismo e qualunquismo il proprio vangelo, arrivando a recitarlo in televisione.  Cambia la guerra, ma non l’approccio alla stessa di una fetta della politica italiana. Tutto questo accanimento contro la Cina, le sue abitudini culinarie, il trattamento e sconvolgimento della biodiversità, la bugia sugli esperimenti, la segretezza, nascondono molta ignoranza e l’impossibilità di una onestà. Un giorno, finito tutto, si tireranno le somme anche delle argomentazioni e illazioni più assurde. E, vere o sbagliate, più delle bugie e degli attacchi in sé pesano e peseranno le invettive, erratiche, e la facilità che è prepotenza di additare qualcuno.

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Oggi un rapporto di “Save the Children” sulle famiglie italiane e la reazione alla pandemia mette in luce ancora i ritardi tecnologici sull’uso di computer e device. Nella scuola, in primis, e fuori della scuola.  Sono diffusi nelle case ma, perlopiù, si tratta di smartphone e non apparecchi pc. Molte famiglie non ne possiedono affatto e i figli di queste famiglie non potranno seguire un programma didattico, a distanza, anche desiderandolo. Il ritardo si trascina altro ritardo. Il divario digitale esiste ancora molto, non solo lo si riscontra da Regione a Regione, ma all’interno della stessa città e territorio. Se nel nostro “dopo”, saremo tutti più digitali e avremo compiuto, ciascuno per la propria parte, un’accelerazione in avanti nel nostro essere agili, nel saper lavorare da remoto, organizzare conferenze e riunioni, rispondere in tempo reale a esigenze e impellenze, per una percentuale consistente del Paese tutto questo non è ancora realtà. Il timore è che oltre l’inevitabile crisi nei rapporti sociali, il deflagrare delle solitudini da medicare, il ritorno al tatto e contatto progressivi, ci troveremo a dovere ricostruire il Paese dal punto di vista economico e delle infrastrutture. La povertà sta già aumentando, così il malessere sociale. E forse non bastano le politiche sui fondi europei, ci vuole un’iniezione immediata, scelte consapevoli e dirette, assunzioni di responsabilità e formalizzarle. Non interessano la descrizione delle varie fasi, né essere continuamente avvelenati da un’informazione sul virus contro il quale nulla si può, solo sperare di non essere attaccati e battuti, solo vedere un’azione di contrasto. Più che osservare la ferrea quarantena, munirci di mascherine, guanti e uscire solo per la sopravvivenza non possiamo. E trascorriamo il tempo a fermentare paure personali, con un pensiero ai nostri cari, alle popolazioni più anziane che proprio non meritano di andarsene così.  Isolate, senza uno sguardo, un saluto, un contatto, una funzione laica o religiosa. La dipartita nel silenzio è una tragedia nella tragedia. Poi la nostra quotidiana fissazione sono gli asintomatici, che possono invalidare ogni previsione e dato acquisito dalla Protezione Civile. Osserviamo i numeri, ogni giorno, ma quello degli asintomatici nessuno può definirlo e, quanto messo in campo per contrastare il virus non può conoscere quanto quest’ultimo stia viaggiando e attraverso quanti corpi. Neanche i tamponi ci restituiscono sicurezza e il vaccino che, nella migliore delle ipotesi sarà pronto nel 2021, non sono di per sé le soluzioni. Sono attese angoscianti. Allora ci restano i test sierologici, le mappature, le App alle quali iscriversi, la schedatura anagrafica, abbandonare le certificazioni di carta, approssimarci alla nostra geo localizzazione, capire i nostri spostamenti, rintracciarli fino a quindici giorni addietro.  Qualcuno urlerà alla perdita delle libertà, alle restrizioni e invasioni della privacy, ma ritengo che a mali estremi estremi rimedi. Non sarebbe per sempre, solo per tornare ad un tasso d’infettività vicino allo zero. Per traghettarci in questi mesi, per arrivare poi ad un vaccino.  I metodi più ferrei di controllo, quello cinese e sud coreano, rispetto agli altri hanno pagato.  Che la tecnologia sia allora utilizzata al suo massimo per mappare quanta popolazione possibile. Non avrei mai pensato di doverlo immaginare e, probabilmente, in questo mese e mezzo ho cambiato posizione diverse volte. D’altronde, difronte un virus che può mutare e tornare, assassino e subdolo, dobbiamo essere pronti a tutto. Non sarà per sempre, ma per trovarci preparati ogni qual volta un nuovo virus, assassino, dovesse ripresentarsi. Per questo il digital divide costituisce, sommato agli altri, un problema cui sopperire, del quale  non certo le singole famiglie possono farsi carico.

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