Nella nave dei sogni ci si illude di trovare il proprio amore, la propria storia, una struttura affettiva, magari cominciando dal semplice avvicinamento. Il superamento di cliché, e la possibilità di essere sé stessi fuori da qualsiasi regime politico. Per una volta liberi, senza paure e timori, senza essere stigmatizzati. A prescindere dal sesso, dalle attrazioni che si sviluppano, gli orientamenti naturali, le esperienze che si cumulano e che non ci portano al “genere” e disquisizioni inutili, quello che affatica è la ricerca di una stabilità, dell’accettazione di quel che si è, senza dovere più faticare, mascherare, alterarsi. Senza alcun camuffamento, psicologico e fisico. Il vero nemico dei nostri tempi è l’invecchiamento, l’incapacità di accettarsi e vedersi diversi senza ostacolare il naturale processo del tempo che si dipana e dispiega, stendendo i nostri anni, l’esperienza felice e l’infelice. Perché opporsi alla natura? E soprattutto perché troppe poche voci che non si indignano. In qualsiasi mondo, la paura della vecchiaia e di non potersi preservare gradevoli per sempre incide sui rapporti umani, le relazioni sentimentali, perfino sul lavoro. Giovane e giovanilismo sembrano gli orientamenti prioritari. L’esperienza e un corpo maturo perdono terreno e punti, tutto questo è un pessimo ribaltamento di come il mondo reale dovrebbe invece andare. È purtroppo vero che tingersi i capelli, rifarsi il viso, asciugarsi le rughe sono semplici operazioni di routine, ormai anche tra persone delle Istituzioni, della Comunicazione, della Cultura. Questo mi trasmette un forte senso di imbarazzo e tristezza, mi comunica povertà e assenza di valori e forze interiori per bilanciare qualsiasi fastidio, legittimo, estetico. A nessuno piace invecchiare e deteriorare, vedersi cambiare negli anni, afflosciare i muscoli, incanutire, perdere o diradare i capelli, riempirsi di rughe dell’espressione e del sorriso, ingobbirsi e ricoprirsi l’epidermide di antiche efelidi. Trasversalmente, in ogni mondo e strato sociale della popolazione, si teme l’invecchiamento e ci si affanna nella ricerca e pratica comportamentale di una giovinezza eterna. Il risultato è ovviamente naif, imbarazzante, asincrono, goffo. Sono comparse di una commedia scialba e infelice. E a forza di ringiovanire, contrastando ogni principio naturale, gli strenui difensori della parvenza continuano a relazionarsi con un mondo di giovani, a pretendere di misurarsi e interagire con loro, essere apprezzati e farne parte senza più forza, freschezza mentale, trascinandosi una disparità enorme, esperienziale. Come nelle relazioni sentimentali. Non si può reggere tutto sull’eterna e precaria attrazione sessuale. Tutto va scemando, trasformandosi in un sentimento più strutturato e profondo, cerebrale. Questo è altro, migliore amore, ma per molti la fine della possibilità di un rapporto. È davvero triste la rincorsa all’elisir di lunga vita, che non esiste, e che non consente a molti uomini di maturare e relazionarsi costruendo legami stabili con coetanei. E perché? Perché i coetanei non piacciono e devono trovare e vivere giovani e giovanilismo, abbeverarsi in quell’ardore epidermico e ormonale che restituisca l’oro, anche per pochi attimi, l’illusione di tempi ormai andati. Il passaggio è questo. Non so come può essere vinto, distrutta e debellata la debolezza, ma fintantoché non si riuscirà ad essere attratti da persone per il carattere, per la sola sintonia psicologica, per la curiosità e le affinità, tutto sarà improntato e modellato prevalentemente sulla sfera della sessualità. Il tempo inesorabile scorrerà e ogni intervento chirurgico, ogni allenamento fisico, ogni artificio e malia non potranno durare in eterno. Un giorno si risveglieranno soli, uomini e donne, con tutta probabilità abbastanza depressi, chiedendosi ancora una volta perché loro, pur desiderando una relazione stabile e completa, non sono riusciti a concretizzarla. Perché hanno cercato la causa del proprio insuccesso fuori di loro, quando dovevano continuare a combattersi dentro. Enormi e reiterate banalità che sopravvivono nei nostri tempi, si acutizzano, peggiorano, rendono le persone più fragili e sole. Come fosse impossibile arrendersi alla natura e all’evidenza, essere accettati per quel che si è. E invece, a riuscirci, renderebbe liberi da sovrastrutture e manie, pensieri inutili, agonie insensate e superficiali. Ma non mi stupisco del rigurgito del giovanilismo che va di pari passo con lo stigmatizzare le minoranze per gli orientamenti sessuali, religiosi, politici, culturali. Ogni minoranza e diversità sono sovente oggetto di discriminazione, derisione, ce se ne allontana con sdegno e scherno. Ai tempi di oggi, ai tempi del Covid, dove l’urgenza più grande dovrebbe costituire l’opportunità per rimettere in discussione ogni nostro riferimento e ragionamento sbagliato, va in scena il pregiudizio che può incancrenirsi in una incapacità totale di comprensione e confronto. Il ritorno al preconcetto come discrimine si propaga, più o meno silente, come l’ardire di restare sempre giovani, lontani dall’età e dalla morte. Superficialità che, ahinoi, si fanno sostanza. 25stilelibero

Già, come stiamo? Oggi mi è capitato di rivedere alcuni amici cui tengo molto su Zoom. Collegati, da diverse parti del mondo, ci siamo dati appuntamento per festeggiare il compleanno di due adolescenti gemelli. I figli di un’amica. Era come non essersi lasciati mai, se non per le facce felici ma incredule, la gioia di contarsi, di raccontarsi, seppure per breve tempo e in idiomi differenti. L”incredulità, epifania felice del Covid. L’intercalare più comune: “Tu, come stai?”. Che poi lo sappiamo come si sta ai tempi del Covid. I giornali li leggiamo, anche troppo, le agenzie stampa, gli approfondimenti, le stime e le percentuali, gli studi Istat. Bulimici e tossici d’informazione. Eppure oggi pomeriggio, durante il collegamento, ogni parola, ogni cenno del capo, ogni sguardo sembravano fossero nuovi, esistiti per la prima volta. Ci siamo abituati a convivere con la precarietà ma potersi risalutare, dare una pacca sulla spalla, una gomitata è sempre una grande felicità. E il resto dei pensieri cupi, di quelli che normalmente avremmo considerato tali, svanisce per sempre. E non chiediamo il permesso. Circoscrivere tutto, relazionarsi con i temi e problemi veri, ancora una volta il senso del contesto ci restituisce una mappa su come muovere e dipanare l’esistenza. Non esistono strutture verticistiche e tutti siamo, per fortuna, davvero uguali. Con o senza paura, esibita o dissimulata, ce ne freghiamo delle sciocchezze che sentiamo, non esistono più formalità ma il linguaggio antico dell’emergenza e della consistenza: l’essenziale. Superato il primo dramma, il timore di non farcela, di potere finire tra le percentuali funeste di chi il Covid lo ha vissuto, ne è stato prigioniero per sempre o gli è invece sopravvissuto, ora resta solo una gran voglia di normalità. Eppure non sarà una estate normale, non lo saranno le aspettative, i sogni, le proiezioni. Tutto un futuro prossimo da ridisegnare. Un bene? Un male? Non voglio esprimere giudizi, non mi interessa. Sarà come abituarsi a camminare su carboni ardenti, non dare nulla per scontato, apprezzare ogni prezioso secondo, senza alcuna retorica, in attesa dell’imprevisto sempre al fianco. Così sono cambiati i nostri sonni, i nostri rapporti d’amore e d’amicizia. E si sono incrinate anche le relazioni più inossidabili. Naturale quando la Morte ti scorre a fianco, quando ne senti l’odore e ti auguri che non colga te ed i tuoi cari. Allora resisti, combatti, con la cautela e le migliori risorse. Eppure non basta. Siamo invecchiati tutti, abbiamo sommato in tre mesi l’altalenante esperienza emozionale di un decennio. Queste oscillazioni qualcuno se le porta addosso, scolpite come stigmate, con i capelli incanutiti, le rughe, le sopracciglia incurvate dalle preoccupazioni, la pelle ruvida che sembra un campo privo di ortaggi e sentimenti. Insomma, siamo dei sopravvissuti che si ostinano a mostrare il proprio lato migliore, che hanno reagito e vanno avanti. Così si deve fare, solo così si può fare. Per questo è bene raccontarsi tutto e rammentarsene. Tenere il proprio diario quotidiano, da condividere o non, ma tenerlo per sé. Perché, ci auguriamo, un’altra guerra non vorremo mai viverla, ma potremo raccontarla ai nipoti che ce ne chiederanno, alle generazioni che verranno dopo di noi. In questo periodo sto recidendo tante cose. Sto rinunciando volutamente a molte abitudini per tenermi degli spazi bianchi, aperti, da riempire anche solamente con l’umore dell’ultimo secondo. Mi aiuta a decomprimere la pressione del giorno, che mi porto appresso. Brevemente risplendiamo sulla terra. Un avverbio troppo breve. Come il romanzo che sto leggendo in questi giorni, centellinandolo, perché mi piace troppo. E allora rallento, mi addormento, come non volessi terminarlo perché è difficile essere distratti da un’altra bella storia qual è questa. Sono più prigioniero ma, allo stesso tempo, in cattività posso osare di più: sul mio destino, sulle abitudini, le consuetudini, il modo di condurre il quotidiano. E tutto mi sembra così piccolo: le persone, i fatti, tutti minuscoli e così privi d’importanza rispetto alla Storia che stiamo subendo e poco agendo. Passo da Zoom a Teams, a Google suite. Una gran duttilità digitale, mi costringo a sessioni inusitate. Sperimento un po’ tutto, mi riempio e tengo occupato. Il forte senso d’ansia che mi assale con il primo caldo, che mi ricorda che è tempo d’estate, di cicale e di aspettarla assieme, come ogni anno, tranne questo appunto. Un meriggiare in solitudine, nei cuscini umidi di qualche sparuta siesta domenicale, nei crocchi di persone, nei capannelli d’anziani e giovani osservati più a distanza delle distanze usuali. Nei paesaggi che solo l’estate piena di sinestesie è capace di regalarci, saremo più soli ed incerti. I ricordi, rimandi, il sale sulla pelle, le scottature, il dorso delle mani e il collo dei piedi immersi nel bagnasciuga a guardarsi, a guardarci. In solitudine o sparuti gruppi che non facciano assembramento. Sarà un relax, nel migliore dei casi, di prossimità. Già, siamo già altro. E fare finta di niente è forse la cosa peggiore. L’aspetto più interessante è, invece, proprio quello di maturare, invecchiare prematuramente, svelarci per quel che siamo, senza nasconderci o nascondere i segni di quanto stiamo vivendo. Da dentro a fuori, da quel che resta dell’aspetto esteriore ad i sentimenti che si aggrovigliano alle budella. E speriamo di cavarcela, di aiutarci anche da lontano. Buon compleanno.

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Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

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La signora era piena di occhiaie e il viso attraversato di episodi. Ne avrebbe potuti raccontare a bizzeffe. Eppure quel che mi stupiva e riempiva di serenità era proprio l’averla conosciuta giovane, nell’acme del suo splendore, averne potuto vedere la trasformazione nel tempo, appena accennata all’inizio e dirompente negli ultimi anni. Gli occhi erano sempre belli, le parlavano prima delle labbra e della elaborazione del pensiero. Il caschetto perfetto, bianco, le incorniciava un viso pieno di vita. Ma com’è un viso pieno di vita quando tutto ti sembra immobile, un anancastico rimestare prima di agire? La signora sembrava sovvertire e avere avuto il potere, parziale, di opporsi alla natura, ad un presente più tranquillo e ordinario. Aveva osato, era stata umiliata, schernita, ma aveva raccolto molti successi personali, aveva costruito un’agiatezza per sé ed i suoi famigliari, non indifferente. Ora continuava a controllare figli e nipoti e le generazioni della sua famiglia roteavano attorno a lei, che sempre aveva posto e risolto i problemi, dispensato consigli, di più, era stata persuasiva su ogni decisione importante. Qual è il segreto di restare sensibili ma allo stesso tempo decisionisti, di osare e cambiare la routine della propria esistenza pur essendone travolti, anche dall’eco più lontano? Cosa e chi ci dà la forza e la nitidezza per capire che è tempo di cambiare e impone un’accelerazione verso un’altra direzione, antitetica a quella sempre perseguita? In alcune persone funziona. Non necessitano di troppo tempo per pensare ed elaborare il cambiamento continuo e la crosta che li distanzia da ogni possibile sconfitta, delusione e incomprensione, fino ancora la noia, è così spessa da fargli catalizzare sempre nuova energia e stimolo alla nuova sopravvivenza. Mi piacerebbe sapere invecchiare così, accettare tutto e viverlo soprattutto di impeto, senza indugi e sovrastrutture, senza rimorsi e timori di fare male o del male incautamente. Mi agito per restare spesso immobile, che è una certezza di questi tempi, così liquidi. Però crescendo e specchiandomi in quegli occhi verdi, ospitati sotto la falda larga di un canapa bianco, all’ombra di una giornata assolata, mi rendo conto che bisogna sapersi vincere, spezzare la naturale conservazione di sé, delle proprie abitudini e consolidate attitudini. Voltare pagina per voltare mondo ed esistenza, cercare nuovi linguaggi, persone con le quali relazionarsi. È necessario farlo quando è necessario raccogliere, È un anno di cambiamento. La signora lo sa e mi racconta quali sono le sue ultime preoccupazioni. Vorrei poterle somigliare nel coraggio e determinazione di mozzicare gli obiettivi, andarsi a prendere ciò che le spetta. Ma dopo una stasi apparente, il dilatarsi dello stesso orizzonte, rimugino sulle mie asperità, sui nodi noti, e agisco. È raro, ma quando accade, sempre risolutivo. Ecco come mi avvio al termine di questa incredibile, assurda estate. Con la pretesa di chiedere e andarmi a prendere, almeno, ciò che mi spetta. La signora Rosa lo fa da una vita senza chiederselo. 25stilelibero

In questa estate difficile e complicata, nella quale siamo accompagnati dalla certezza che niente sarà più come prima, che la guerra deve ancora terminare, che continuiamo a galleggiare come meglio possiamo, assisto Nancy per caso. A fine giornata, faccio un salto al mare, per prendere il sole e il bagno migliori, quelli tenui, dai colori e riflessi rossi del corallo, che riscaldano senza bruciare, che pettinano i pensieri e ti fanno vedere tutto estremamente chiaro. Dilatato. Proprio in questa parentesi della giornata, in cui le cicale si calmano e il tono della voce di ogni essere vivente si abbassa, come avesse disperso troppa energia durante il giorno e dovesse entrare in una fase di compensazione, in questa luce qui, un capannello di persone, ai miei piedi, si ferma e comincia a fissare un punto all’orizzonte, dietro le mie spalle. Mi volto e vedo per terra una ragazza, svenuta, e assieparsi molta gente nel tentativo di capire e prestarle soccorso. È insabbiata e i suoi movimenti muscolari intermittenti. Dalla bocca le esce saliva e i suoi enormi occhi tondi restano chiusi, come avesse le palpebre cucite. Mi muovo anche io, corro, e assieme ad altre sei persone la trasportiamo su di un telo da spiaggia alla barella della ambulanza che, chiamata da uno dei soccorritori, nel frattempo è arrivata. Coma etilico. Nancy ha bevuto talmente tanto, dall’ora di pranzo, sotto un sole cocente di una estate pandemica, facendosi accompagnare da litri di birra e accenni di danza. Fintantoché non è svenuta, a terra. Accanto la sua bambina piccola è stata allontanata e solo un signore abbastanza attempato si è preoccupato di seguire tutte le operazioni di salvataggio, di assicurarsi che la donna ricevesse un’adeguadata attenzione. Marito? Padre? Fratello? Amico? Semplimente l’unico, di un folto gruppo di persone in preda all’ossessivo ballo estivo, al mantra catartico e liberatorio della vita, dalla costrizione e dalla difficoltà, di chi galleggiava già prima del Covid. Si è accreditato come suo conoscente. Nel frattempo, le hanno misurato il battito cardiaco, debole, a un tratto assente e noi appesi alle sue espressioni, alla speranza di un segnale, una reazione, uno stimolo di rivalsa. Eseguite tutte le manovre di urgenza. Trasportata in barella in codice rosso. Dice mio padre che se non ha rilevanti problemi cardiaci o qualche patologia pregressa dovrebbe cavarsela. Ma nessuno di noi lo sa e saprà. Questa estate a tratti bella, a tratti suggestiva, a tratti triste e maledetta ci mette di fronte la morte e l’assenza di spazio tra noi e la precarietà, come aumenta la distanza rispetto a una visione, prospettiva, obiettivi tangibili. La seconda volta dall’inizio dell’anno, che mi capita. Vedersi spegnere le persone accanto. Non puoi far eniente, solo abituarti al pensiero che ci siamo in un attimo e risplendiamo sulla terra per non esserci più, all’occorrenza e con l’incidente, un attimo dopo. Solo maturando acquisisci la consapevolezza di quanto labile e sciocco sia il filo che ci unisce alle altre vite e alla nostra. Lo diamo per scontato, finché non ci tocca: noi e le vite dei nostri cari. Il giorno dopo, il gruppo di Nancy non è più sulla spiaggia, niente musica di sottofondo e una grande superficie vuota. È il giorno successivo ancora la sua comunità non sosta più sulla spiaggia. Ce l’avrà fatta Nancy? Spero di sì. Per la sua bambina, per se stessa, per questa strana estate che passerà, come tutte le altre, e speriamo di tornare a viverla con più libertà. 25stilelibero

Aspettando di cominciare a lavorare, dandoci dei termini di auto disciplina, altrimenti da smart il lavoro muterebbe in dipendenza definitiva e ininterrotta, perdendo ogni misura mi trattengo qualche minuto sul tavolino del solito bar. Oggi sono uscito di fretta, e per la prima volta ho dimenticato la mascherina a casa. Pertanto sono sempre rimasto all’esterno e a debita distanza da tutti. Accanto al mio tavolino ce ne erano altri due. Su di uno sedeva una signora azzimata, sulla sessantina, sull’altro due operai in pausa. La signora comincia a chiamare e per via dell’età e probabilmente per farci partecipi della sua esistenza, parla ad alta voce. Strilla e usa il viva voce come non si esprimesse da mesi, come dovesse ricominciare ad articolare, emettere parole, fare funzionare le mandibole, affidare la propria riabilitazione al cellulare. Penso che saranno convenevoli, con un’amica che vive in Sardegna, saluti cordiali e più o meno superficiali. Niente di troppo personale. Invece la conversazione si infittisce e spalma su diversi argomenti. La signora si lamenta perché è sola, non ha più nessuno, se non un figlio grande e un nipote. Il marito non ce l’ha, perché l’ha lasciata per risposarsi con un’altra alla quale fa le corna, così dice esplicitamente all’amica. Ribadisce che avrebbe bisogno di compagnia. Le sue poche amiche partono per l’estate o sono sposate, che vuol dire che non dispongono del proprio tempo in modo illimitato e pulito. I rispettivi mariti le controllerebbero a distanza. Alla signora che si confida con l’amica, piacerebbe che quest’ultima vivesse a Roma invece che a Tortolì, in Sardegna. Piacerebbe averla ogni giorno, di persona, poterci parlare e passeggiare. Per le strade di Roma. L’amica la ringrazia e le dice che le ha fatto una vera dichiarazione d’amore, e che lei l’apprezza. Perché alla loro età, trovarsi anche a distanza ma potersi parlare da donne libere, senza inibizioni e condizionamenti, è raro. Il matrimonio ingabbia in una naturale dipendenza di presenze che sottraggono tempo e attenzioni. Le due amiche si vogliono un gran bene, perlopiù a distanza, e mentre la signora sarda comincerà la propria vacanza dall’altra parte dell’isola, con famiglia e amici annessi, la signora romana resterà sola. Sola, nella sua città dove ogni giorno la va a trovare una donna che l’aiuta a casa, a fare ordine e riempire i vuoti e le fa la scrittura. L’ascolta, le predice il futuro, la rassicura, colma quella solitudine. Impressiona sentirla parlare, per l’ingenuità mista al vigore con il quale parla all’amica, dall’altro capo del Tirreno. Le ha detto che la sua vita sentimentale non si è conclusa lì, che incontrerà un uomo maturo con il quale invecchiare e del quale si innamorerà. La signora tutto fare della quale ha mantenuta la scrittura, poco leggibile, dove c’è scarabocchiato il suo futuro è sospesa tra la magia e la certezza di una presenza. Sotto l’influenza ipnotica di chissà quale spirito che ha guidato la mano incerta ma poderosa, la maga ogni giorno consuma il rito, si fa curatrice. La signora al telefono, a tre metri di distanza da me, non si vergogna affatto di urlare ad alta voce quanto la riguarda e la sua solitudine è così profonda che spera qualcuno possa coglierla e provare ad immaginare come ci si possa sentire. 25stilelibero

Ho conosciuto l’affabilità di Raffaele, la potenza di sua moglie, la struttura creata dal padre di lei prima che decidesse volontariamente di lasciare questo mondo. Già, prima il padre, poi il marito che era sardo, un fantino del Palio di Siena, e viaggiava, avanti e indietro, anche lui l’ha lasciata in un scontro metallico sull’autostrada. Tante vicissitudini, ma chi non ne ha. I propri segreti, non detti, le scomode realtà condivise solo con qualcuno che non ti restituisca pietà. Siamo prima di tutto persone, poi siamo persone con i nostri limiti. Non ci scegliamo il nostro destino e pensiamo, sempre, non debba toccare a noi. Un po’ come invecchiare e morire, un meccanismo che si può solo goffamente ritardare cui, però, è impossibile sfuggire. Le carte sono queste, così il gioco, e il baro vince la mano, mai la partita. Poi l’incontro con la guida che ci ha condotto all’Asinara, l’autista. Gente brava, preparata, che sfida il caldo e il variopinto turismo di massa per comunicarti quanto sono state importanti le battaglie condotte dal Comune di Porto Torres per riappropriarsi della propria isola. Poi ci sono stati gli incontri con amici di viaggio, di passaggio, brevi ma intensi, e ricordi che basta sempre poco per riconoscersi. Infine, ho sentito un’ amica epistolare, che vive qui e della quale sta per uscire, alla fine di agosto, il prossimo romanzo ambientato, sempre, in Sardegna. Il caldo degli ultimi giorni è stato enorme e a un tratto sembrava impossibile sopravvivergli, se non squagliando la propria sagoma sul selciato. Poi c’è stata la natura, incontrastata, e la gente morigerata, serena ma non troppo. La vita e ogni scenario possibile ci sopravviverà o scorrerà accanto, tanto vale viversi ancor più la precarietà del momento, che serve a ricordarci di gustarcelo appieno. Raccontarselo come una storia d’amore, con i ragazzi della Nickel o, ancora, con i tre piani di Nevo. Ciascuno con il proprio racconto da leggere e, come sempre, da scrivere. Avere troppo tempo è peggio che averne ancora. Averne ancora porta tutti i sognatori ad un rinvio, ma ineffabile lo scandire dei minuti, che al più diventano anni, ti impongono la consapevolezza di quanto davvero bisogna adoperarsi per imparare a provocare, collegare, incastrare circostanze invece di attenderle, così come di leggere un oroscopo. Tentare di prendersi tutto quello che ci occorre e piace, farlo, vale la pena e non si raggomitolano rimpianti. Il resto è stato una lingua di terra, dopo due mari si dividono e sulla parte sinistra si staglia un museo archeologico spettacolare, così Giganti la cui origine archeologica presta più di un mistero, e fiumi che si ricongiungono a sorgenti montane. L’acqua cristallina, quasi finta per quanto bella, con le sue pietruzze che s’infilano, opalescenti, tra le dita dei piedi. 25stilelibero

Questa estate si pedala, si corre, si rincorre la stabilità, se sarà mai possibile. Anche in bicicletta. Quando mi fermo difronte il negozio e la signora attempata, con il caschetto giallo e gli occhi azzurri mi osserva scrupolosa, capisco che vuole parlare. Più che vendere e offrire una merce, necessita di confronto. Mi chiede di Roma, dei centri storici. Le città. Mi dice che anche qui si lavora tanto, ma solo d’estate. Era così prima del Covid e lo è a maggior ragione ora. Non c’è tempo per pensare, per indugiare troppo. Per sofismi, né malinconie. “Questa è una bellissima città, ma d’inverno, già dall’autunno si svuota. Poi con il Covid non possiamo proprio permetterci di rallentare, ancora”. E sgrana un sorriso. Mentre mi parla penso a quanto è cambiato tutto, i riferimenti, gli stati d’animo permanenti e il timore di dirsi le cose, confidarsi la precarietà. Intanto, delle gigantografie sparse e smarrite, pari solo alla longevità di questa gente, campeggiano nei punti nevralgici del centro storico. La mostra itinerante di Daniela Zedda, l’estate del 2017. Che non trova il tempo per smarrirsi, perché chi pedala fa rumore e discontinuità, e quanta strada nei sandali dei centenari. Tanta, troppa. Poche sovrastrutture e, comunque, portate con dignità e orgoglio. Torniamo a pedalare, che tanto siamo tutti figli dello stesso ingranaggio e, ora, della stessa pedalata. Di passaggio, tra disagi e agi. E imporsi una normalità, anche laddove non esiste o fatica a manifestarsi, è compito fondamentale. Il nostro esercizio quotidiano. Spostarsi, viaggiare in prossimità, laddove possibile, parlarsi, condividersi le storie contribuisce alla unica realtà certa, quella conosciuta fin qui. Alla parvenza, sana, di una quotidianità rimasta, che si declina di ventiquattro ore in ventiquattro. Domani sarà già un nuovo scenario, forse, e lo rincorreremo pedalando come la signora che non si dispera, al contrario, mantiene lo sguardo altero e fisso, sgrana sorrisi luminosi come i coralli rossi adagiati sulla facciata, la superficie di alcuni monumenti. Alla prossima tappa. 25 Stilelibero. David Giacanelli

Un mio amico mi dice che a causa del Covid non sa se l’attività famigliare potrà mai riprendere. Per ora non è certo, e non dovesse esserci una ripresa, anche a settembre, probabilmente dovrà cominciare a reinventarsi un’altra occupazione. Le ferie non esistono, come sembra non esistere l’estate, un tempo di sospensione e pausa. Le cicale però sì, i grilli anche, la canicola, il meriggiare, le giornate di domini di luce dilatata. Un giorno eterno, un lavoro eterno, una dipendenza eterna. Come confondiamo il giorno con la notte, una confusione corroborata nel lockdown, il reiterarsi di sonni disturbati, lo stato sempre troppo vigile, così ci confondiamo nei ruoli e nelle responsabilità. Lo smart working, che comunque ha salvato molti di noi, ci ha reso iperattivi e ancor più produttivi. Da una parte, se abili, si è conciliata la vita personale e famigliare con quella lavorativa. Se precisi e ossessionati dagli obiettivi, anche a breve termine, si è ceduto alle lusinghe del compiacimento sul lavoro, al complimento e sprone gratuito. Se caratterizzati da un’etica e uno spirito protestante e deterministico ci si è sentiti stanchi, affaticati, ma indispensabili. Però la dipendenza dal computer e ogni device presente in casa, l’assenza di un vero spartiacque del tempo, l’accelerazione spasmodica e compulsiva al digitale che ha visto arrancare gli analogici di tutto il mondo, coprire insospettabili distanze, ha alterato alcuni nostri valori di base. E mentre accadeva ce ne siamo accorti, lo abbiamo sottolineato. Stavamo cambiando e perdendo dei riferimenti necessari, dei punti stabili, degli accapo, le pause e l’importanza di esserci ma soprattutto di poterci assentare. Lo evidenziavamo ma è accaduto lo stesso. Allo squilibrio esterno prodotto dalla pandemia è coinciso uno squilibrio interno: ci siamo dovuti acconciare ad una nuova realtà di incertezze, precarietà, impossibilità di visione a lungo termine. Abbiamo accorciato tutto: idee, pretese, speranze, sogni, spostamenti, libertà e creatività. Abbiamo preso distanza dal brutto, ma assunto consapevolezza del superfluo, di ciò che non funzionava come avrebbe dovuto già prima del Covid. Insomma, come in stato di guerra ci si concentra a sopravvivere e si coglie intensamente la giornata, niente di più. E la mente la si tiene piena di pensieri e attività da fare: da qui il super lavoro che occupa attenzione, energia, e distrae dall’incertezza del futuro. Che pure ci riguarda, ma sulla quale non abbiamo troppa voce in capitolo. Per non parlare di chi il Covid lo ha avuto in casa, ne è stato segnato. Lì, si apre un altro scenario, che forse non siamo neanche in grado di affrontare fino in fondo. Troppo duro e richiede elaborazione più lunga. Dell’umanità resta comunque sottesa questa insicurezza e precarietà, che ci costringe a non pianificare troppo, a non sognare, a non immaginarci in un gerundio, nello svolgimento e sviluppo di un progetto, che ci circoscrive all’oggi, di più, all’ora che stiamo contando, i suoi minuti, troppo veloci o infiniti. Anche i rapporti umani si sono alterati. Quelli che funzionavano hanno continuato a funzionare, quelli estinti o logorati si sono annichiliti definitivamente, ma molte relazioni si sono poste più di una domanda. Coesistere e coabitare tutto il giorno, per tutte le ore, con tutto il carico del lavoro non può fare bene. Insomma, anche i legami più collaudati, hanno sofferto e sono emerse nitide, come per incanto, insopportabili dinamiche che nel quotidiano fuori della pandemia ci sono sempre sembrate tollerabili e componibili. Anche ora lo sono, sempre, poiché incorniciate in un affetto e amore profondi, maturati nel tempo, che presuppongono una conoscenza totale e radicale dell’altro. Però è stato pesante. E quanto dovrà esserlo ancora? La vita sentimentale e privata, come ovviamente la lavorativa sono sempre più conseguenza di un’evoluzione oggettiva, mondiale ed esterna, della pandemia. Sono dettate e determinate da un agente esterno. Per questo non possiamo plaudire ad una proroga dello stato d’emergenza. Poiché se necessario, sappiamo già quali stati d’animo ci comporterà, quali sentieri dovremo ripercorrere, con quali timori, inclusioni, esclusioni, limitazioni. Insomma, si procede e cammina in tempo di guerra cercando di cogliere la più piccola soddisfazione e gioia, anche semplicemente sospensione, alleggerimento, sottrazione di peso. Ci proviamo, a difendere e salvare sempre tutto, il nostro privato, affettivo e relazionale, la prospettiva di un’occupazione e la possibilità di una ritrovata serenità.

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Questo ci rimane dopo tre mesi. La gente è arrabbiata, i giovani soprattutto. Una marea inconcepibile di persone tagliate fuori da presente e futuro, povere in economia e prospettiva, in sogni e bisogni. Non so come sia possibile superare uno stato del genere. Ma la rabbia sociale sopravvive al Covid e tutte le pandemie che dovessero arrivare. Auguriamoci nessuna più. Riguarda più i giovani, ma anche i meno giovani. Le Istituzioni con questa rabbia non hanno fatto i conti: l’hanno immaginata, ma non contata. Ora ce l’hanno difronte e devono contenerla con risposte e soluzioni. Quelle che mancano. Prima di subito. Non ci sono forse precedenti storici, ma quel che ci resta è la totale precarietà e impossibilità di progettare il futuro, nel breve e lungo termine. E allora dove riporla la creatività, l’immaginazione, la cultura a favore degli altri, di tutti? La condivisione già esiste: c’è qualcosa che oggi non si condivide? I buoni propositi, aiuti economici, possibilità laddove si hanno, le parole, la vicinanza coerentemente con il metro di distanza. Nonostante ciascuno di noi metta molto del proprio, sembra ancora non bastare. Perché non si può arginare con il buon proposito o una mente allargata e inclusiva. Per queste calamità e difficoltà ci vuole lo Stato. Aggiungo democratico, con interventi ragionati: tanti e mirati, specifici, senza indugi e con la capacità di realizzarli, non perdendosi nelle domande, in ritardi e burocrazie note. Noi ci proviamo a immaginarcelo differente questo presente, a costruirlo anche differente. Con iniziative, tante parole, film, passeggiate infinite, terrazze utilizzate, sport fai da te a costo zero, chiacchiere distanziate e condivisione di storie e umori. Sostenendoci reciprocamente nella misura possibile. Lo facciamo riappropriandoci di una qualche forma di normalità. Anche negli orari, nelle pause, nei naturali segmenti di una giornata. Eppure, di rabbia ce n’è: la si percepisce, sente, vede. La si legge nei fatti di cronaca: come la pandemia fosse un detonatore, un acceleratore di atti compulsivi, di disperazione ed efferatezze. Anche nelle parole di chi deliberatamente ti urla addosso la propria agitazione. Di chi urla al complotto, rielabora addirittura i dati scientifici sulla pandemia alludendo ad altre, mille verità, meno inquietanti, per le quali come sempre saremmo pecorelle smarrite nelle trame di poteri forti, della Politica che mostrerebbe sempre e solo il suo lato più opportunistico. Adesso, pure nella disperazione e scollamento generali, come si fa a perdere tempo ed energia per cercare di confutare le scempiaggini di chi è contro a prescindere? Di chi nega l’evidenza e il racconto di medici ed epidemiologi che trascorrono la propria esistenza cercando di combattere un virus? Non si può, davvero, pensare che sia tutto pilotato e asservito al peggiore dei Sistemi. Io scelgo di continuare a fidarmi solo della Scienza, di quel che sa e può dimostrare e, soprattutto, di quel che ammette di non sapere e non mi dice. Mi sembra, già, una buona base di partenza. Questa continua acredine e rabbia sociale se è inevitabile per tutti coloro che si sono trovati fuori dall’economia e dal lavoro, dalla decenza di un’esistenza, non è certo giustificabile in chi ci ricama sopra identità, biglietti da visita, slogan facili, facciate per presentarsi in disquisizioni deliranti. Per gli urlatori di acredine viviamo, da sempre, in una realtà distopica travestita da democrazia. Le considerazioni dalle quali ripartire, sciorinando i dati Istat aggiornati, ripassandoli a mente, è che un ceto medio non esiste più, come non esiste la democrazia liberale, come le “terze vie” non sono ammissibili, né strambi accostamenti sociali ed economici per accontentare tutti. Probabilmente dovremo tornare a scelte radicali, ad un posizionamento netto che non lasci dubbi all’interpretazione anche di chi ci governerà. E dividersi non serve a niente, nella fragilità e nell’impoverimento generale che tutti toccano in modi e porzioni differenti, ma toccano. Qualunque dovesse essere la tempistica e la modalità per uscirne, dividersi e contrapporsi non servirà a niente.

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Già, forse per il Covid, per l’emergenza, l’austerità, i conflitti economici e la povertà crescente aumentano i casi di femminicidi ed efferatezze consumate dentro le mura domestiche. Anche fuori, in realtà, ma di queste si è parlato più a lungo. Sono donne, figli indesiderati, partner malati, sono incapacità di accettare chi liberamente vive il proprio orientamento sessuale. Idiozie solo a parlarne, eppure in quest’Italia che esce dalla pandemia, lo auspichiamo, che combatte e reagisce in tutti i modi, le cronache continuano a portarle alla ribalta. Come d’improvviso, anni di battaglie e diritti, discorsi, approfondimenti, leggi, il nastro si riavvolgesse senza senso e si avvitasse in un mulinello diritto al Medioevo. E solo con l’azione giuridica, ancora una volta facendoli valere questi diritti, imponendo sanzioni, intervenendo prima di tardi, si possono forse arginare gli episodi che inzeppano le cronache di mostruosità umane. E, ancora, si percepisce la sensazione che difronte una pandemia tutto sia relativo e che esiste, comunque, una preoccupazione più grande e legittima, quella del lavoro e della sopravvivenza. Certo. Ma legata alla precarietà della vita non ha mai smesso di pulsare la violenza di genere, l’omertà difronte efferatezze domestiche, gli omicidi ed i suicidi, i pestaggi da parte di branchi e bulli. Tutto questo è inaccettabile, e invece di indebolire non fa che accendere e rendere più forti i propositi di chi vuole combattere e distruggere le derive razziste e xenofobe. E lo viviamo ogni giorno nella vicina America, dove si avvicendano notizie folli di persone invasate che irrompono in luoghi pubblici commettendo carneficine in risposta ai movimenti che rivendicano l’importanza ed uguaglianza dei neri, “Black Lives matter”. Insomma, aumentano i pestaggi ma le cronache degli abusi nascosti, taciuti per anni e mesi causati dalla Polizia vengono denunciati, riemergono con maggiore determinazione. È una marea forte e proporzionata tanto quanto la deriva razzista. La tecnologia, inoltre, ci viene in aiuto. Possiamo testimoniare, ciascuno fare la propria parte, riprendere conversazioni e filmare efferatezze, comportamenti sbagliati, possiamo denunciare continuamente. E lo faremo. È un giusto profluvio e straripare di denunce nuove e circostanziate, verso atti di violenza, di razzismo. Ci siamo riscoperti popoli razzisti, compulsivi, incapaci di riflettere e fermarci per accettare la realtà, niente più che la società reale, quella diversa dall’ologramma dei suprematisti bianchi, del prima la propria Nazione e poi le altre, il nostro Popolo e poi gli altri, della Famiglia composta di un uomo e una donna. Questo è, davvero, pleistocene. Il bisogno di costruire delle categorie, delle supremazie, delle gerarchie dove collocarsi in cima ci rimanda all’ossessivo quanto malato desiderio di distinguersi e considerarsi migliori, di qualcun’altro. Nessuno sopravanza diritti, semmai c’è che chi ne deficita, ingiustamente. E allora bisogna porvi rimedio, legiferare, sanzionare, creare un trasparente sistema di condanna per chi viola continuamente i diritti degli altri. Il razzismo è tra noi e la pandemia, il disagio sociale ed economico lo ha fomentato, non lo ha lenito. La rete di solidarietà ed aiuto reciproci nidifica laddove è sempre esistita. Ragione per la quale, da mesi, ci siamo resi consapevoli che il Covid 19 non ci ha resi né migliori né peggiori, ha migliorato chi era già “migliore” e peggiorato chi non lo era mai stato. Ha solo radicalizzato le nostre posizioni. La natura più triste di questo tragico spettacolo, reale, è offerta e corroborata da certa Politica che continua a cavalcare quest’odio e razzismo, lo fa implicitamente proprio, stendardo per le elezioni, più o meno prossime. Ce lo diciamo da anni, un meccanismo noto, una narrazione politica aberrante. Tuttavia, in forme e conflitti differenti, si ripete. Come mai ci caschiamo. Davvero non possiamo permetterlo e permettercelo. Anche nella comunicazione, non bisogna perdere occasione per scarnificare le parole, scavare oltre ogni superficie per descrivere il danno e l’orrore per quel che sono, il razzismo per quel che è, l’incapacità, i limiti, il non sapere dialogare e confrontarsi, non accettare di comprendere, di assumersi verità scomode, riconoscersi. Come nel romanzo di Ocean Vuong, edito da La Nave di Teseo, “Brevemente risplendiamo sulla terra”, scarnificare le parole e la propria vita serve per tirare fuori quel che siamo e possiamo essere, senza vergogna e con determinazione. Non rendersene conto è da fessi e ci condurrà ad un futuro peggiore del presente. Basta con la violenza, fuori e dentro le mura.

David Giacanelli

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