Cosa ti aspetti dalle prossime elezioni, nei prossimi mesi? Penso alle risposte che darei ai miei nipoti, alle consapevolezze che già leggo nei loro occhi innocenti, a loro modo ideologici. Che sono stanchi dei movimenti, dei non partiti, delle formazioni politiche che non abbiano una storia radicata e antica. Non sono assolutamente d’accordo con l’ostentare le forme di democrazia diretta, quando queste ultime hanno solo prodotto classi dirigenti impreparate, rabberciate, nella migliore delle ipotesi con l’umiltà di mettersi a studiare, incredule di essere state elette per pochi like. Non è più tempo di imparare a studiare: è tempo di arrivare già preparati, tecnici, funzionari che conoscono la materia molto bene, ciascuno nel suo segmento. C’è bisogno di squadre, di capacità e competenze al servizio dei singoli candidati. I giovani non amano gli uomini soli, né tanto meno gli uomini che non hanno un partito al seguito. Hanno già visto l’estremo protagonismo e individualismo di alcuni leader a cosa hanno portato. Sono rimasti delusi. C’è un ritorno al desiderio di squadra, di collettività rappresentata che solo un partito storico, evolvendosi, può esprimere al meglio. Storico perché ha una storia con valori riconoscibili, mutati anche nel tempo, capace di auto analizzarsi ed evolvere o involvere e sbagliare. Ma riconoscibile, anche nell’errore. E non è questione di establishment, di sistema, perché negli ultimi anni l’antisistema ha fallito. La distrazione delle masse giocata sulla discriminazione delle posizioni, sul fatto che chi governasse fosse élite contro tutti, sui gruppi di potere telecomandati dalle lobby, sull’ostracismo verso chi non producesse spot pop e popolari, semplicistici quanto inesatti, di più errati. Anche i giovani dei #fridaysforfuture, gli ambientalisti, noi tutti con a cuore il futuro del Paese/Mondo non scelgono come interlocutori i movimenti, i guru improvvisati del web, i medici che asseriscono che i vaccini fanno male, i complottisti, i terrapiattisti, i no e bo vax. Una ragione ci sarà. O sono anche loro oggetto di un complotto, telecomandati da genitori sconsiderati e prezzolati? Greta Thunberg parla con Draghi e con i Capi di Stato europei e rinfaccia loro i “bla bla bla”, ma non lo fa in tavoli dove perfetti improvvisati della Politica le darebbero ragione senza entrare nel merito di alcuna questione sollevata e dibattuta. Insomma, per protestare e amministrare ci vuole davvero spessore, tanto, troppo. Capacità di sapere scegliere, prendere decisioni, compromettersi quando non è possibile la scelta manichea e radicale, prestare servizi e fare funzionare città, assicurare una qualità della vita almeno decente, promuovere diritti. Facile a dirsi, certo, ma altrettanto facile è ora escludere tutte le forme e forze politiche che hanno praticato distrazioni di massa, spostando l’attenzione su altri temi non centrali o, peggio, asserendo falsità per catalizzare il malessere che con due anni di pandemia tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere. Prima se la sono presa con i migranti, poi la lotta ai diritti da non riconoscere, dallo ius soli ai referendum per depenalizzare il comportamento di chi aiuta il paziente consenziente e desideroso di morte, per arrivare a bloccare la legge contro l’omofobia. Si sono concentrati sullo scetticismo sui vaccini e perfino hanno urlato di una presunta dittatura sanitaria appellandosi, ovviamente, ad articoli della Costituzione sbagliati, alle politiche economiche insufficienti, il lavoro carente, i redditi di cittadinanza come elargizioni ingenerose. Insomma, ogni scusa è stata buona per non parlare invece seriamente di programmi, di soluzioni ai problemi, di crisi del lavoro, di crisi sociale e dei rapporti umani in genere, di povertà crescenti, di transizione ecologica, di rifiuti, della necessità di impianti senza sindrome nimby e, allo stesso tempo, di futuro davvero sostenibile, di economia circolare, di riuso e riciclo con il minimo spreco di risorse e impatto sull’ambiente. Loro, i giovani, voteranno in massa e sceglieranno il loro partito anche con i “bla bla bla”.

David Giacanelli

Un altro traguardo raggiunto con le firme raccolte per il referendum finalizzato ad abrogare la criminalizzazione del cosiddetto “omicidio del consenziente”. Sono già state superate le 500.000 firme e si prosegue per mettere in sicurezza il risultato, producendone almeno, entro il 30 settembre, 750.000. Non si vogliono correre rischi. Quel che più di ogni altra considerazione colpisce è che, come per molti argomenti ostici, si è costretti a ricorrere alla raccolta delle firme e all’indizione di un referendum che certifichi quello che gran parte della gente e popolazione già approva. Convalidate le firme, il referendum sarà inderogabile e, se le volontà continueranno a essere coerenti con l’esito del referendum, non solo si abrogherà un’errata percezione che ci mantiene arenati al passato, su posizioni conservatrici e illiberali, ma si aprirà la strada a leggi più importanti e omnicomprensive di cui si avvalgono, già, diversi Paesi europei. Quindi grazie ai volontari che durante tutta l’estate stanno raccogliendo firme in diverse banchetti, disseminati per le città italiane. Avremo un referendum, uno strumento legislativo per realizzare riforme con effetto vincolante, piaccia o no a un qualsiasi Parlamento che non potrà non prenderne atto e, di conseguenza, sentirsi stimolato e proseguire su questo sentiero di civiltà. Abrogare l’articolo 579 del codice penale e rimuovere ogni ostacolo alla legalizzazione dell’eutanasia non metterà più a rischio la determinazione e ragionevolezza di tutti quei medici che, su richiesta di un paziente consenziente – altrettanto determinato – debbano intervenire attivamente. E tutto quanto ne scaturirà, ci ricorderà quanto sia fondamentale per un medico e un paziente sentirsi compresi, accolti, rispettati nelle proprie volontà e non stigmatizzati in nome di una “vita” inviolabile che, nei casi di cui si parla e tratta, non è spesso più degna di essere vissuta ma solo dolore e oppressione per chi la subisce, indossa, e i famigliari che assistono al protrarsi di una sofferenza. Non ha a che fare con la fede o religione, piuttosto con l’amor proprio, la civiltà, quel senso di decoro, pudore che dovrebbe accompagnarci sempre. Per questo, le firme raccolte dall’associazione Luca Coscioni, Radicali italiani e molte altre Associazioni promotori del referendum abbracciato, anche, da altro mondo politico, va salutato con entusiasmo: lo stesso con il quale auspichiamo di vivere.

25stilelibero

Le persone che voglio vedere, quelle di cui faccio a meno, quelle con le quali vale la pena attardarsi e quelle troppo complicate che, anche ne valesse la pena, sono talmente irrisolte e lente negli ingranaggi della mente che mi è passato il desiderio. Non le vedo più, per il momento.

Ora che torniamo in uno stato di semilibertà anche i confronti sono più diretti, le stesse liti: soggetto, verbo, complemento oggetto.

Sintesi necessaria, meno logorrea e, comunque, la consapevolezza del tempo perduto.

Un anno e mezzo della vita ci è stato sottratto, a ciascuno di noi. Ad alcuni anche parenti, amici, famigliari dunque il computo è un anno e mezzo più danni morali, psicologici, fisici, sentimentali.  Nodi e inceppi da aggiustare.  E questo basta per fare economia, a imparare a tirare fuori anche gli istinti e gli atteggiamenti che non avremmo pensato di avere, di riuscire a oggettivare.

Non è poco: sul lavoro, nei rapporti umani, nelle conoscenze, negli amori. Dovrebbe essere sempre così? Forse, per i più fortunati e capaci, per i più sanamente impermeabili, agili a comunicare subito in modo diretto ed esplicito. Per loro è così.  Per gli altri, un esercizio continuo, ondivago, che s’incaglia in infrastrutture e diaframmi. Poi ci sono i pregiudizi.

Un anno e mezzo, una vera battaglia mondiale l’ha scatenata il Covid, restituendoci qualche possibilità lessicale. Chiarezza, sintesi, consapevolezza da mettere in pratica ogni giorno. Anche combattere gli stereotipi o ammettere, semplicemente, di averne. Perfino essere tanto presi dalla cura e dalla malattia, che se gli altri lo capiscono bene, diversamente resta un loro problema.

Un enorme e drammatico momento verità cui è stato impossibile sottrarsi, che oggi ci restituisce qualcosa.  Aldilà delle figure retoriche dei bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti, abbiamo una enorme possibilità: liberarci di troppa zavorra.

Ammettere di essere stati anche incapaci e, quando capaci, di avere visto per la prima volta piccoli e grandi fantasmi dileguarsi, svaporare, così la morte e il dolore vicini a lambire le vite e i sogni.

 Ci ha aiutati il confronto con chi non abbiamo mai messo in discussione ma, ora, non smettiamo di osservare e all’abbisogna biasimare. Va bene tutto. Ridestarsi dal torpore obbligato, farlo subito.

Non esistono gerarchie e sciocchi sensi del pudore: esiste il rispetto e la civiltà, una minima educazione. Dopo, tutto è lecito, nella consapevolezza e conoscenza.

Solo l’ignoranza non ci scusa e rende sempre colpevoli e fallaci. Pertanto, armiamoci di sano coraggio e accorciamo un po’ i tempi, viviamoli intensamente come fossero ancor più circoscritti. 

A bilanciare chi, per un poco, portò l’orrore nel Paese.    

David Giacanelli

Già, questa volta, in prossimità del nuovo lockdown e con il passaggio di altre terribili vicissitudini della vita, ti accorgi quanto il vicinato e l’amicizia di prossimità facciano la differenza. Non tutti hanno la fortuna di avere pochi buoni vicini, l’estensione naturale della famiglia di origine, con tutte le normali differenze. Non tutti hanno la possibilità di vedere lievitare e crescere d’intensità le relazioni sociali, di constatare la realizzazione di nuove geometrie sentimentali. Ci vogliono le guerre, gli attacchi dei virus, le paure dei contagli, le restrizioni territoriali e la momentanea sospensione di alcuni diritti, per comprendere quanto un amico vicino, di pianerottolo e quartiere, possa fare la differenza. Una naturale conseguenza dell’area geografica cui siamo costretti, dell’astinenza dalle pulsioni vitali, della lontananza di quel che eravamo e potevamo esercitare. A salvarci sono anche la consapevolezza di realtà speciali, lo stato d’animo che riaffiora di non sentirsi mai, davvero, soli. E non è scontato. Capitare in un condominio giusto, in una scala giusta, in un territorio geografico inclusivo e accogliente, intelligente, ai tempi della pandemia fa la differenza. Con tanta stanchezza ma, al contempo, desiderio di continuare a sognare e produrre, di architettare lo strano progetto che è questa vita. Abitare all’Esquilino mi ha confermato che non tutti i luoghi geografici e le relazioni che crescono, spontanee, sono uguali. C’è sempre la persona malmostosa di turno, il giovane e il vecchio ormai inariditi, che contano le occasioni per additare e accusare il condominio, che si compiacciono di creare scompiglio, che sono ostativi per pesare la propria presenza, perché non avrebbero altre occasioni per emergere e percepirsi. Poveretti, in quanta inutile fatica si prodigano, ma questi basta non assecondarli e, alla fine, come in ogni democrazia sono destinati a zittirsi. Invece è la solidarietà verticale dei piani, che sale su fino alle terrazze per riscendere giù, nei giardini condominiali che si arricchiscono di nuove piante, amica del vaccino che verrà e dell’immunità di gregge, a renderci partigiani. È nell’affetto di prossimità che, ai tempi della guerra, si misura e riconosce la vita reale.

David Giacanelli

È sicuramente imbarazzante, perché se in un primo momento, nei primi anni che hanno cambiato il nostro lessico famigliare come la modalità di comunicare, i Social e i loro sviluppatori di start up diventati milionari ci hanno lusingato e quanto meno costretti a stare dietro alle nuove tecnologie, oggi ci restituiscono immagini anche mostruose di cronaca. E non è informazione, ma semplice libertà illimitata di dire e promuovere contenuti, anticostituzionali, che ledono la libertà di pensiero e lo stato di una democrazia. Lo abbiamo visto con gli episodi dell’occupazione del Campidoglio americano, ai danni di Joe Biden e della maggioranza dei cittadini americani che hanno votato per il candidato democratico. Fomentati da frange di estremisti di destra e populisti, dai quali lo stesso Trump e i Repubblicani americani, tardivamente e in modo goffo si sono poi dissociati. Eppure la democrazia americana, come incontrovertibile modello storico, con tutte le sue contraddizioni, è venuta meno per un attimo, lasciando il mondo intero con il fiato sospeso. L’immagine del vichingo che mostra il bicipite e gli scranni dei differenti studi occupati sono il segno del totale non controllo, della fluidità, liquidità di qualsiasi regola e buonsenso. È in casi limite ed emergenziali che si misurano gli organi di informazione, così le moderne piattaforme Social. Ci siamo, negli anni, divertiti ad assecondare e studiare Facebook di Mark Zuckerberg, quindi Twitter di Jack Dorsey, la piattaforma di Instagram e il TikTok di Louis Yang e Alex Zhu. La nostra scrittura si è fatta più sintetica, ruvida e di effetto. Questo produce i follower, notorietà, avere seguito, in alcuni casi essere sponsorizzati per fare delle pubblicità e accostarsi a luoghi, marche o persone, per condizionare il pensiero e le scelte degli altri produce reddito. Anche questo genera, secondo un congegnato sistema di algoritmi, la fidelizzazione di un cittadino alla piattaforma attraverso pubblicità, più o meno esplicite, che si basano sullo studio della sua profilazione: le scelte di navigazione compiute, i propri gusti in definitiva. Siamo tutti monitorati e controllati a distanza e, pertanto, suscettibili di condizionamento. E di questo non ci sconvolgiamo, c’è ormai chiaro, leggendone e studiandone ogni giorno. Fa parte del gioco, di una tecnologia pervasiva che si accetta in tutto o in niente. Non è chiaro, però, dove la mia privacy può essere tutelata, il punto del limite da non oltrepassare. Non solo per i miei dati personali e quanto afferisce la mia vita sentimentale e sociale, ma per le esternazioni, le azioni, i convincimenti e le distopie predicate da vanesi, narcisi, onnipotenti capi di Stato. Comportamenti sociali pericolosissimi, che si contraddicono strada facendo, che mettono in discussione tutto. Asseriscono ogni posizione e il suo contrario a distanza di pochi secondi; solleticano e vellicano le pance, stanche, di disoccupati che tracimano confini geografici, possiedono armi, inneggiano alla ribellione e rivolta “fai da te”, classe di borghesi e operai gravati dalla crisi, senza più alcun riferimento ideologico, ma solo preoccupati a sopravvivere e galleggiare un altro giorno, ancora. E allora in questa compagine sociale, che riguarda sempre più il globo terraqueo, che copre la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, chi detiene il potere dell’informazione – sempre meno la carta stampata e i siti on line – sempre più le piattaforme Social deve assumersi ogni responsabilità. Non nascondersi dietro la libertà sconfinata di espressione. Deve regolamentare sempre più nel dettaglio, anche se soggetto privato, la policy del proprio funzionamento. Bannare profili pericolosi, chiudere utenze che istigano all’odio, cancellare tutti i post considerati anti costituzionali e pericolosi. Che non è una dittatura informatica, come ad alcuni intellettuali piace pensare, poiché momentaneamente tagliati fuori dalla propria agorà politica e dal proprio tinello di autocompiacimento, dove sono domesticamente venerati e ricoperti di like e gradimenti, senza neanche essere mai stati conosciuti personalmente. Bannare, escludere e sospendere la libertà di parola, in casi estremi, è piuttosto la salvaguardia di quell’etica e morale, minime, che ci consentono tutti di sopravvivere ancora. Che l’account di Twitter @Potus, quello affidato al Presidente degli Stati Uniti d’America in carica sia stato chiuso per Donald Trump, consentendo un più pacifico, lo auspichiamo, passaggio all’Election Day di domani del nuovo presidente eletto Joe Biden, è il minimo che si potesse concepire e, anzi, doveva essere fatto prima. Si arriva sempre troppo tardi. Questo perché ogni libertà, se da una parte mina l’ordine sociale e istituzionale di un Paese, dall’altro arricchisce in termini economici la piattaforma ed il suo proprietario. È ormai noto a tutti, per sua stessa ammissione, che l’ultima elezione presidenziale Usa, che vedeva contrapposti Donald Trump a Hillary Clinton è con tutta probabilità, aldilà del complesso sistema elettorale americano, stata decisa da una campagna efferata e senza sconti, cinguettata di continuo su Twitter dal primo. Gli è stata consentita ogni fakenews, ogni colpo basso ai danni della Clinton e sua immagine che sarebbe stata immischiata, addirittura, in casi di pedofilia e altro ancora. Insomma è possibile essere liberi, esercitare sempre il diritto di parola e pensiero, ma non ci vuole molto a comprendere fin dove ci si può spingere. La qualità di un contenuto postato, la modalità nella quale è veicolato, il fine e trascinamento irreversibile di quel contenuto devono essere esaminati prima del rilascio, che diventi dominio pubblico. Vale per ogni moderna piattaforma e, anche se i differenti manager di cui sopra, si affannano nel dichiarare che esistono già policy precise, che esiste un controllo di fackechecking sulle fakenews, assistiamo comunque a qualcosa che spesso somiglia alla fine della civiltà che abbiamo sempre conosciuto. Quel che è certo è che, in tempi di pandemia, sono proprio le azioni di Facebook, Instagram, Twitter, Tiktok ed Amazon ad avere subito impennate e avere prodotto enormi profitti. Insomma, come sempre il contrasto è tra ciò che una società liberale e il liberismo economico consentono e le conseguenze estreme di queste libertà che, non sempre, ma possono innescare facili meccanismi incontrollabili e discutibili quanto perverse reazioni. Occorre, oltre alla speranza di potere galleggiare e sopravvivere alla pandemia in atto, ad uno dei periodi storici più difficili che abbiamo mai vissuto contando i morti quotidianamente, così i disoccupati, tenere alto il controllo sui contenuti. La verità non coincide sempre con il nostro convincimento del concetto di “verità”, ed il fatto di comunicarlo, questo concetto, non lo rende né vero né tollerabile. Se allarghiamo questa considerazione alle generazioni più giovani, i principali fruitori di tutte le piattaforme social, immaginiamo gli enormi rischi che possono dilagare sul web.

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Che Natale sarà? Questo il tema della giornata, rincorrendo le indiscrezioni e le agenzie stampa. Speriamo il migliore dei Natali. Anche se in un solo momento risplendiamo sulla terra e, speriamo, di vivercelo al meglio. Dopo, è subito lockdown. Capisco tutte le ansie e le delusioni. La segregazione protratta, continua, a destabilizzare, ma giunti a questo punto della Storia non potrà che essere Natale in sicurezza, fatto delle chiusure degli esercizi commerciali ad una certa ora, dei coprifuoco confermati, dei limiti massimi a radunarsi tra parenti e conviventi in casa. Come potrebbe essere diversamente? Ma, soprattutto, chi ha potuto pensare che sarebbe stato un Natale diverso, magari vacanziero, dove partire e spostarsi come niente fosse accaduto. Per chi credente non credo la differenza la faccia un panettone in più, un pandoro in meno, la cena ristretta e in solitudine, la necessità di non assembrarsi, anche in chiesa. Si può pregare e comunicare in solitudine. Ci si raccoglie da soli. Per chi laico, a maggiore ragione, ogni festeggiamento potrà essere procrastinato a un futuro prossimo, migliore, nel quale auspichiamo di essere progressivamente vaccinati tutti. Abbiamo fatto tanto, che Natale potrà essere? Solo un Natale in sicurezza. Mi preoccupano i bambini e gli adolescenti, che prima con la scuola e poi con l’assenza di socialità, si ritroveranno in una festività mozzata, azzoppata come i loro sogni, le suggestioni, la pesantezza di questa prigionia sociale che non produce esperienza, perché manca di confronto e interazione con i coetanei. Sono anni che dovranno avere la pazienza e determinazione di volere recuperare. Continuerà ad essere in parte difficile per bar e ristoranti, che continueranno a chiudere alle 18 e, dopo, solo asporto. Non sarà più difficile per i negozi che resteranno aperti, con tutta probabilità, anche fino alle 21 di sera. Sarà dura per gli spostamenti, perché per l’intero periodo vacanziero resterà in vita il lockdown alle 22. E, nonostante il colore cangiante delle Regioni, secondo i 21 parametri che ne determinano pericolosità e contagi del Cts, ci si potrà spostare da una Regione gialla all’altra solo per fare ritorno al proprio Comune di residenza. Per gli altri, più o meno adulti, sarà continuare ad osservare le regole. Che differenza potrà fare? Sarà il Natale che ricorderemo tutti, perché minante rispetto alle libertà e all’espressione completa e radicale degli affetti. Detto questo, auguriamoci di farcela, di riempirci di buone notizie nell’oceano di sensazionalismo e allarmismo che, se ci informa, condiziona parecchio. Sarà difficile, ma non abbiamo scelte. Negare ancora, e pensare di fare finta di niente è da idioti, nel caso ne fosse rimasto ancora qualcuno da convincere. Qualcuno è resiliente nella idiozia, alla lettera. Sarà chiamarsi, videochiamarsi, raccontarsi la vita al computer, scriversi in ogni forma possibile. Sarà tenersi occupati e tenere occupata la vita più fragile degli altri, tra volontariati, azioni sociali mirate alla distrazione e possibilità di regalare attimi di leggerezza e spensieratezza. Soprattutto agli anziani, che sono diventati anarchici impazienti, cui raccontarsi e raccontare, cui restituire e rinverdire la forza e il peso delle parole, che occupano spazio e tempo. Questo 2020 sarà un Natale di privazioni, che ricorderemo tutti. Di distanza, reale, e concettuale quanto psicologica e ideologica rispetto al mondo istituzionale che, per quanto serio e abnegato in sacrifici per sostenere la pandemia, non può certo dare risposte immediate. Non può alleviare le morti, colmare i vuoti sentimentali prodotti in ogni famiglia, non può lenire e cancellare le disoccupazioni enormi prodotte, così i livelli di povertà documentati. Ce lo raccontano la Caritas, i Rapporti Demos e Libera, i dati aggiornati dell’Istat. Per quanto ci si affanna a trovare soluzioni, al momento ognuno si sta solo con se stesso, con la propria famiglia, galleggiando nel migliore dei casi, piegandosi all’indigenza e povertà in quello più comune. E forse le cig, le misure sociali per interrompere parzialmente le tassazioni, i redditi creati ad hoc ed emergenziali già non bastano più. Perché a mancare è una vera visione che superi l’oggi e la Politica, nel suo interno continuo dibattere, spesso divisivo, da un’immagine di sé seria, ma lontana dalle bollette scadute, dagli affitti da pagare, le bocche da sfamare, dalla dad in costrizione sempre alienante, dai pensieri di un adolescente che non ne può più, di un adulto che si ritrova disoccupato o vessato da una tecnologia che gli confonde la notte con il giorno, da un anziano che provocatoriamente esce di casa quando non te l’aspetti perché non ne può più. Con diversi gradi di difficoltà ed emergenza, si staglia difronte a noi una società che ci comprende nella dilagante precarietà ed ansia, compresa ma non risolta. E questo crea altra distanza, l’effetto del ripiegamento sulle proprie uniche forze, sulle proprie idee, negli incontri provvidenziali, nella disperazione laddove possibile di reinventarsi continuamente. Non è facile e la pandemia rappresenta, di per sé, una nuova guerra. Sarà un Natale fai da te.

25stilelibero

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Quello che non è più ammissibile è il negazionismo. Sono bastati i mesi di reclusione, capire che nessuno è immune al Covid: giovani, anziani, persone adulte e meno giovani. Un virus trasversale al genere e all’estrazione sociale, che colpisce tutti senza avvertimento. E, diciamocelo, le poche certezze tristemente raccolte sono quelle che ci assicurano una qualche protezione in più dal virus, ma del quale, ancora, molto poco si conosce. Altrimenti non ci ritroveremmo qui, a parlarne ogni giorno. Così non parleremmo del collasso delle Sanità Regionali, i numeri dei contagi e gli ammalati che riempiono tutti gli ospedali esistenti e quelli creati ad hoc. Gli alberghi tramutati in ospedali, i tendoni campo allestiti. Non è stato tutto previsto, nonostante fosse, tutto, prevedibile. Almeno nella seconda ondata, dopo l’estate caotica. E comunque, difronte un trauma e un nemico così feroce, che abbraccia un mondo intero, se non si possono fare pronostici, ci sia arma come per affrontare un conflitto mondiale. Oggi paghiamo i ritardi di una mancata o sbagliata comunicazione, di un’assenza di regia comune tra Governo e singole Regioni, con i propri Governatori in ordine sparso. Ciascuno con il suo verbo, il suo sdegno. Comitati scientifici e medici da una parte, che hanno gridato il proprio dolore disperato, che denunciano l’impossibilità e incapacità delle strutture sanitarie ad accogliere altre persone, Governo e Ministri dall’altro che edulcorano o aggravano la situazione secondo il nuovo Dpcm che sta per essere scritto e imposto. Secondo il colore che potrà assumere la propria Regione. Insomma, la percezione è di vivere nella gravità che non si riesce a circoscrivere, a descrivere e comunicare, se non nella sofferenza delle morti e dei famigliari che le sopravvivono. Alla morte. E’ qualcosa che ci è sfuggito completamente di mano, ha alterato la nostra percezione, disturbato i nostri sonni, diventato molto più di una paura. Ci sono le percentuali, gli studi e le informazioni: ‘ché non smettiamo mai d’informarci. Anche nella indeterminatezza. E questo aumenta l’ansia e il sentimento di sospensione. Però, una incontrovertibile verità è sotto gli occhi di tutti, nei numeri delle terapie intensive, dei morti per Covid dallo scorso inverno. Di Covid si muore, anche facilmente. La curva del contagio può assumere anse diverse, accelerare o rallentare, così l’indice del contagio, così il numero dei morti, comunque si muore. Pertanto, che il Covid non esista o sia frutto di un complotto bisogna avere parecchia demenza e ignoranza per continuare a sostenerlo. Così le teorie complottiste. Eppure le immagini delle barelle di Bergamo hanno fatto il giro del mondo, così delle file ininterrotte di ambulanze, gli abbracci spezzati, le morti in solitudine, i parenti che non hanno potuto congedarsi dai propri genitori anziani, i cari. Tutto questo è realtà che andrà metabolizzata, dolore inesauribile da lavorare. Perciò almeno i negazionisti, coloro che sono contro i vaccini, contro ogni misura scientifica che consenta almeno un baluardo in più rispetto al pericolo del contagio, che ritengono la pandemia un disegno ordito a tavolino per diminuire le nascite e riproporzionare il numero degli abitanti sulla terra, e altre eterogenee fandonie, che tacciano. Che possano fermarsi un attimo a riflettere profondamente, che possano studiarli questi numeri, e confrontarsi con gli epidemiologi. Basta teorie strambe, come vederli arroganti e pericolosi, per le strade, non indossare la mascherina con strafottenza. Questa è, solo, pericolosa ignoranza.

Oggi ho fatto la fila distanziata, che pare già un ossimoro, per stampare un documento che mi serviva. Già, ormai chi utilizza più le stampanti se non in ufficio e per motivi eccezionali? Evitiamo di sprecare la carta e, in piena pandemia, ammettiamolo, abbiamo cercato di accelerare ogni processo lavorativo in chiave digitale. La smaterializzazione della corporeità dei documenti e degli accessori lavorativi è entrata prepotentemente nel nostro quotidiano. Chi si è abituato subito, per alcuni c’è voluto più tempo, per altri non è mai cominciata. Siamo perlopiù relegati nelle nostre case, in un lavoro agile per chi ha la fortuna di averne, chi invece è impegnato ad arrabattarsi e acconciarsi a qualsiasi situazione si ponga per sfangarla. Comunque, siamo isolati, per difenderci e difendere le persone che amiamo, le più esposte, noi stessi. Difficile non avere paura. Anche osservando tutte le indicazioni che Istituzioni e Comitati medico scientifici impartiscono, anche attenendoci a tutto il rigore possibile, esiste sempre un’incognita. L’imprevedibilità che ci coglie di sorpresa. Questa equazione, nella mia vita, è saltata spesso. Rispetto alle aspettative, al lavoro, agli amori, ad alcune amicizie, alla periodica profusione d’impegno che è stato anche amore incondizionato, alla passione e al pathos. L’equazione non è tornata, ancora, rispetto alla necessità di dimostrare e attivarsi per produrre, di darsi per sentirsi corrisposti, nel pieno controllo della propria esistenza, meritevoli di apprezzamento. Non sono corrisposti, tuttavia, effetti uguali, né tanto meno simili, vicini alle aspettative di partenza. Accade sporadicamente di ritrovarsi in una condizione bilanciata, di affetti dati e ricevuti, di attenzioni corrisposte, di sensibilità e accortezza contraccambiate. Sono eccezioni e, quando succede, capisci che non devi farti scappare l’interlocutore, l’attore che ti restituisce tutto l’impegno. Se non esiste un’equazione di causa ed effetto che ci tuteli in condizioni di pseudo normalità, figuriamoci con un virus del quale si conosce poco, comunque non tutto, che complotta sulla nostra salute, che briga per sottrarci libertà di movimento, possibilità di lavorare, consumare, fare girare il pil di questo Paese. Questo stato di sospensione non può restituirci un senso di logica e di minimo determinismo. Galleggiamo e continuiamo a farlo. Sappiamo che non dobbiamo abbassare alcuna guardia. Non abbiamo mai negato o relativizzato quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi, perché non sarebbe servito a niente, solo a qualche dissennato politico in perenne campagna elettorale, ma a corto di idee e suggestione, di una chiara visione cui accompagnare ricette per uscire dal magma che ci incolla alla precarietà. Siamo solidali ed empatici per difenderci da un sentimento universale di fragilità: questo ci unisce e corrobora la buona disposizione. A dividerci, però, lo spazio fisico e il tempo, la frequentazione, il timore del contagio. Tutto è diventato così incerto ed opaco che ci resta la tecnologia. Usata nel peggiore dei modi, per alimentare discussioni e polemiche viscerali, per fornire degli espedienti ai leoni da tastiera e agli hater che non aspettano altro. Difficile capire di ogni giornata cosa conservare nella casa dove siamo relegati. Gli incontri a distanza, sui social network, le persone ascoltate da lontano, i libri e film visti quando possibile, la noia, la frustrazione di non potere fare, di viaggiare, di spostarsi liberamente, di non avere sempre un lavoro, un’occupazione, un obiettivo a stretto raggio e termine. Non possiamo smettere di vivere e aspirare, ma dobbiamo saperlo fare, in sicurezza. Siamo tesi, anche se lo dissimuliamo. Viviamo la nuova condizione di solitudine forzata e cerchiamo, da mesi, di tenerci connessi attraverso la Rete. La pandemia ha accresciuto la consapevolezza di quanto importanti siano i legami reali, corporei, le effusioni e manifestazioni d’affetto, la discussione e il dibattito in presenza, lo scambio intellettuale, sempre in presenza. Non possiamo vivere di tecnologia per farci compagnia, non può essere la soluzione se non per una contingenza. Inutile, poi, rilevare quanto si siano abbassate le aspettative e la critica. La divisione e l’isolamento portano ad accettare, non dico incondizionatamente ma quasi, tutto quanto si muove e vive di una propria vita, tutto quanto serve a distrarci dal controllo e dal contagio possibile. Ed essere distratti, riempire il vuoto con la distrazione non ci migliora, piuttosto peggiora. Lo fa nella qualità, nella quantità del nostro tempo, nella esperienza che s’interrompe, nella produzione culturale che siamo costretti a recepire, bassa e standardizzata, in assenza di altro.  La prolifica attività culturale, agita o subita, ci insinuava sempre il dubbio, istillava la curiosità, metteva in discussione. Avevamo scelta, comunque più di una, laddove ora viviamo accettando quel che ci viene proposto, dissimulando una sottile e continua linea di tensione e ci alleniamo a tornare più vivi di prima.

25stilelibero

Nella nave dei sogni ci si illude di trovare il proprio amore, la propria storia, una struttura affettiva, magari cominciando dal semplice avvicinamento. Il superamento di cliché, e la possibilità di essere sé stessi fuori da qualsiasi regime politico. Per una volta liberi, senza paure e timori, senza essere stigmatizzati. A prescindere dal sesso, dalle attrazioni che si sviluppano, gli orientamenti naturali, le esperienze che si cumulano e che non ci portano al “genere” e disquisizioni inutili, quello che affatica è la ricerca di una stabilità, dell’accettazione di quel che si è, senza dovere più faticare, mascherare, alterarsi. Senza alcun camuffamento, psicologico e fisico. Il vero nemico dei nostri tempi è l’invecchiamento, l’incapacità di accettarsi e vedersi diversi senza ostacolare il naturale processo del tempo che si dipana e dispiega, stendendo i nostri anni, l’esperienza felice e l’infelice. Perché opporsi alla natura? E soprattutto perché troppe poche voci che non si indignano. In qualsiasi mondo, la paura della vecchiaia e di non potersi preservare gradevoli per sempre incide sui rapporti umani, le relazioni sentimentali, perfino sul lavoro. Giovane e giovanilismo sembrano gli orientamenti prioritari. L’esperienza e un corpo maturo perdono terreno e punti, tutto questo è un pessimo ribaltamento di come il mondo reale dovrebbe invece andare. È purtroppo vero che tingersi i capelli, rifarsi il viso, asciugarsi le rughe sono semplici operazioni di routine, ormai anche tra persone delle Istituzioni, della Comunicazione, della Cultura. Questo mi trasmette un forte senso di imbarazzo e tristezza, mi comunica povertà e assenza di valori e forze interiori per bilanciare qualsiasi fastidio, legittimo, estetico. A nessuno piace invecchiare e deteriorare, vedersi cambiare negli anni, afflosciare i muscoli, incanutire, perdere o diradare i capelli, riempirsi di rughe dell’espressione e del sorriso, ingobbirsi e ricoprirsi l’epidermide di antiche efelidi. Trasversalmente, in ogni mondo e strato sociale della popolazione, si teme l’invecchiamento e ci si affanna nella ricerca e pratica comportamentale di una giovinezza eterna. Il risultato è ovviamente naif, imbarazzante, asincrono, goffo. Sono comparse di una commedia scialba e infelice. E a forza di ringiovanire, contrastando ogni principio naturale, gli strenui difensori della parvenza continuano a relazionarsi con un mondo di giovani, a pretendere di misurarsi e interagire con loro, essere apprezzati e farne parte senza più forza, freschezza mentale, trascinandosi una disparità enorme, esperienziale. Come nelle relazioni sentimentali. Non si può reggere tutto sull’eterna e precaria attrazione sessuale. Tutto va scemando, trasformandosi in un sentimento più strutturato e profondo, cerebrale. Questo è altro, migliore amore, ma per molti la fine della possibilità di un rapporto. È davvero triste la rincorsa all’elisir di lunga vita, che non esiste, e che non consente a molti uomini di maturare e relazionarsi costruendo legami stabili con coetanei. E perché? Perché i coetanei non piacciono e devono trovare e vivere giovani e giovanilismo, abbeverarsi in quell’ardore epidermico e ormonale che restituisca l’oro, anche per pochi attimi, l’illusione di tempi ormai andati. Il passaggio è questo. Non so come può essere vinto, distrutta e debellata la debolezza, ma fintantoché non si riuscirà ad essere attratti da persone per il carattere, per la sola sintonia psicologica, per la curiosità e le affinità, tutto sarà improntato e modellato prevalentemente sulla sfera della sessualità. Il tempo inesorabile scorrerà e ogni intervento chirurgico, ogni allenamento fisico, ogni artificio e malia non potranno durare in eterno. Un giorno si risveglieranno soli, uomini e donne, con tutta probabilità abbastanza depressi, chiedendosi ancora una volta perché loro, pur desiderando una relazione stabile e completa, non sono riusciti a concretizzarla. Perché hanno cercato la causa del proprio insuccesso fuori di loro, quando dovevano continuare a combattersi dentro. Enormi e reiterate banalità che sopravvivono nei nostri tempi, si acutizzano, peggiorano, rendono le persone più fragili e sole. Come fosse impossibile arrendersi alla natura e all’evidenza, essere accettati per quel che si è. E invece, a riuscirci, renderebbe liberi da sovrastrutture e manie, pensieri inutili, agonie insensate e superficiali. Ma non mi stupisco del rigurgito del giovanilismo che va di pari passo con lo stigmatizzare le minoranze per gli orientamenti sessuali, religiosi, politici, culturali. Ogni minoranza e diversità sono sovente oggetto di discriminazione, derisione, ce se ne allontana con sdegno e scherno. Ai tempi di oggi, ai tempi del Covid, dove l’urgenza più grande dovrebbe costituire l’opportunità per rimettere in discussione ogni nostro riferimento e ragionamento sbagliato, va in scena il pregiudizio che può incancrenirsi in una incapacità totale di comprensione e confronto. Il ritorno al preconcetto come discrimine si propaga, più o meno silente, come l’ardire di restare sempre giovani, lontani dall’età e dalla morte. Superficialità che, ahinoi, si fanno sostanza. 25stilelibero

Già, come stiamo? Oggi mi è capitato di rivedere alcuni amici cui tengo molto su Zoom. Collegati, da diverse parti del mondo, ci siamo dati appuntamento per festeggiare il compleanno di due adolescenti gemelli. I figli di un’amica. Era come non essersi lasciati mai, se non per le facce felici ma incredule, la gioia di contarsi, di raccontarsi, seppure per breve tempo e in idiomi differenti. L”incredulità, epifania felice del Covid. L’intercalare più comune: “Tu, come stai?”. Che poi lo sappiamo come si sta ai tempi del Covid. I giornali li leggiamo, anche troppo, le agenzie stampa, gli approfondimenti, le stime e le percentuali, gli studi Istat. Bulimici e tossici d’informazione. Eppure oggi pomeriggio, durante il collegamento, ogni parola, ogni cenno del capo, ogni sguardo sembravano fossero nuovi, esistiti per la prima volta. Ci siamo abituati a convivere con la precarietà ma potersi risalutare, dare una pacca sulla spalla, una gomitata è sempre una grande felicità. E il resto dei pensieri cupi, di quelli che normalmente avremmo considerato tali, svanisce per sempre. E non chiediamo il permesso. Circoscrivere tutto, relazionarsi con i temi e problemi veri, ancora una volta il senso del contesto ci restituisce una mappa su come muovere e dipanare l’esistenza. Non esistono strutture verticistiche e tutti siamo, per fortuna, davvero uguali. Con o senza paura, esibita o dissimulata, ce ne freghiamo delle sciocchezze che sentiamo, non esistono più formalità ma il linguaggio antico dell’emergenza e della consistenza: l’essenziale. Superato il primo dramma, il timore di non farcela, di potere finire tra le percentuali funeste di chi il Covid lo ha vissuto, ne è stato prigioniero per sempre o gli è invece sopravvissuto, ora resta solo una gran voglia di normalità. Eppure non sarà una estate normale, non lo saranno le aspettative, i sogni, le proiezioni. Tutto un futuro prossimo da ridisegnare. Un bene? Un male? Non voglio esprimere giudizi, non mi interessa. Sarà come abituarsi a camminare su carboni ardenti, non dare nulla per scontato, apprezzare ogni prezioso secondo, senza alcuna retorica, in attesa dell’imprevisto sempre al fianco. Così sono cambiati i nostri sonni, i nostri rapporti d’amore e d’amicizia. E si sono incrinate anche le relazioni più inossidabili. Naturale quando la Morte ti scorre a fianco, quando ne senti l’odore e ti auguri che non colga te ed i tuoi cari. Allora resisti, combatti, con la cautela e le migliori risorse. Eppure non basta. Siamo invecchiati tutti, abbiamo sommato in tre mesi l’altalenante esperienza emozionale di un decennio. Queste oscillazioni qualcuno se le porta addosso, scolpite come stigmate, con i capelli incanutiti, le rughe, le sopracciglia incurvate dalle preoccupazioni, la pelle ruvida che sembra un campo privo di ortaggi e sentimenti. Insomma, siamo dei sopravvissuti che si ostinano a mostrare il proprio lato migliore, che hanno reagito e vanno avanti. Così si deve fare, solo così si può fare. Per questo è bene raccontarsi tutto e rammentarsene. Tenere il proprio diario quotidiano, da condividere o non, ma tenerlo per sé. Perché, ci auguriamo, un’altra guerra non vorremo mai viverla, ma potremo raccontarla ai nipoti che ce ne chiederanno, alle generazioni che verranno dopo di noi. In questo periodo sto recidendo tante cose. Sto rinunciando volutamente a molte abitudini per tenermi degli spazi bianchi, aperti, da riempire anche solamente con l’umore dell’ultimo secondo. Mi aiuta a decomprimere la pressione del giorno, che mi porto appresso. Brevemente risplendiamo sulla terra. Un avverbio troppo breve. Come il romanzo che sto leggendo in questi giorni, centellinandolo, perché mi piace troppo. E allora rallento, mi addormento, come non volessi terminarlo perché è difficile essere distratti da un’altra bella storia qual è questa. Sono più prigioniero ma, allo stesso tempo, in cattività posso osare di più: sul mio destino, sulle abitudini, le consuetudini, il modo di condurre il quotidiano. E tutto mi sembra così piccolo: le persone, i fatti, tutti minuscoli e così privi d’importanza rispetto alla Storia che stiamo subendo e poco agendo. Passo da Zoom a Teams, a Google suite. Una gran duttilità digitale, mi costringo a sessioni inusitate. Sperimento un po’ tutto, mi riempio e tengo occupato. Il forte senso d’ansia che mi assale con il primo caldo, che mi ricorda che è tempo d’estate, di cicale e di aspettarla assieme, come ogni anno, tranne questo appunto. Un meriggiare in solitudine, nei cuscini umidi di qualche sparuta siesta domenicale, nei crocchi di persone, nei capannelli d’anziani e giovani osservati più a distanza delle distanze usuali. Nei paesaggi che solo l’estate piena di sinestesie è capace di regalarci, saremo più soli ed incerti. I ricordi, rimandi, il sale sulla pelle, le scottature, il dorso delle mani e il collo dei piedi immersi nel bagnasciuga a guardarsi, a guardarci. In solitudine o sparuti gruppi che non facciano assembramento. Sarà un relax, nel migliore dei casi, di prossimità. Già, siamo già altro. E fare finta di niente è forse la cosa peggiore. L’aspetto più interessante è, invece, proprio quello di maturare, invecchiare prematuramente, svelarci per quel che siamo, senza nasconderci o nascondere i segni di quanto stiamo vivendo. Da dentro a fuori, da quel che resta dell’aspetto esteriore ad i sentimenti che si aggrovigliano alle budella. E speriamo di cavarcela, di aiutarci anche da lontano. Buon compleanno.

25atilelibero

Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

25Stilelibero

A me pare che ancora oggi non si abbia il coraggio di prendere le distanze dai movimenti estremisti che inneggiano a pagine tristi della nostra Storia. Che ci si dissoci senza azioni tangibili, senza spiegare bene la propria odierna distanza con una falcata avanti e una indietro. Si ammicca, da un lato, a un certo elettorato violento che cerca lo scontro e cavalca un generale smarrimento dettato dalla pandemia e post pandemia, dall’altro non si può fare a meno di indagare, denunciare l’efferatezza ingiustificata. Non c’è coraggio nel distanziarsi definitivamente da quegli ismi scomodi e fuori contesto storico. Ce n’è troppo, invece, nel mischiare le disperazioni dei tanti che si riversano nelle piazze per differenti motivi e istanze. Accomunati dallo smarrimento generale, dall’essere superstiti di un’epoca che non avremmo mai voluto vivere. Due anni terribili nei quali ogni rapporto sociale e dialettica sono risultati troppo difficili. Costruire. Come scrive oggi Recalcati, c’è bisogno di andare avanti e costruire. Ripartire con la consapevolezza di quanto vissuto. I temi restano sempre gli stessi: l’occupazione, il lavoro, servizi minimi garantiti per tutti i cittadini, un domani sostenibile senza recrudescenze, pregiudizi, ma con più diritti e generale inclusione. Un domani fatto di visione. Per questo intristisce, è un eufemismo, vedere alcuni leader e forze politiche tentennare. Stigmatizzare l’occupazione di Istituzioni, Sindacati, Ospedali ma non troppo; procedere con degli irricevibili distinguo su violenze inconcepibili, circoscrivendo il tutto a qualche persona estremista, già allontanata. Insomma, ci vogliono chiarezza e coraggio. E il mischiare continuamente tutte le istanze e urgenze, finendo con colpevolizzare il Ministero degli Interni per non essere stato in grado di contenere gli scontri annunciati mi sembra solo il triste sintomo di una radice che non si vuole analizzare ed estirpare. Costituzione e democrazia non si mettono in discussione: né gli articoli si manomettono e interpretano, come le parole, arbitrariamente. Le persone cominciano a comprenderlo, anche chi ha molto da protestare e in modo legittimo, ma non ci sta a vedersi associato a movimenti e partiti politici che nulla hanno a che fare con la volontà, democratica, di costruire e ricostruirsi un domani. Una scelta, uno strumento lo si ha sempre, ciascuno nel suo piccolo, un diritto dovere da esercitare: andare a votare. Per ricostruire l’oggi e costruire un domani.

David Giacanelli

Sono entrato nella casa polverosa, nella penombra, fresca. Le finestre erano aperte e una brezza leggera ma costante mi accarezzava il viso. Appena entrato sull’uscio di casa, nel disimpegno iniziale, due gatti, uno nero e uno grigio, mi si sono aggrappati ai polpacci. Rivolgendomi a Lorenzo, gli ho chiedo se è normale che i suoi piccoli felini mi aggrediscono in questo modo.

Lorenzo mi ha rassicurato molto: tracciano il territorio e probabilmente essendo anch’io un amante dei gatti si aggrappano e amalgamano a odori comuni. Sento le unghie appena appoggiate all’epidermide, non provo dolore, forse un poco di fastidio e muovendomi, piano, trasporto cinque chili in più per gamba. Poi si sono staccati da soli e Lorenzo ha deciso di portarmi subito in salone. È un poco claudicante e la voce, sempre più roca ma calda, m’introduce alla descrizione delle sue nicchie esistenziali.

Uno, quello più a sinistra dalla mia prospettiva, lo afferra e lo punta su di un altro mobile, stesso legno chiaro, nella parte opposta del salone.

Il mobile quadrato e sospeso, attaccato alla parete, si schiude ed esce fuori un televisore che si accende. Poi si siede accanto a me e sorseggiando un bicchiere di vita, mi spiega che è tutto lì.

Le sue abitudini, le comodità. Ha tutto il necessario che gli occorre, scandito nei rituali meccanici, nelle diverse luci della giornata. Un altro sorso di vita, e quanta vuoi che me ne resti? È per questo motivo che a Roma salgo poco. Prima l’Università, poi la pensione, alcuni sporadici amici, ma l’ambiente confortevole di questa casa comoda e isolata è impagabile.

E l’amore romano?

Un poco lo giustifico, per la sua assenza, e mi riappacifico con i sensi di collera. Ma solo un poco.

È una commistione di simboli con i quali faccio pace. Solo, non gli perdono, lo spazio vuoto lasciato accanto alla donna che lo aspetta e che, in sua vece, fa avanti e indietro con i treni, consumando tacchi e lasciandosi alle spalle week end romani. 

Lei invecchia comunque e, forse, più di lui, per stargli dietro.

Assecondando indolenze e ossessioni.

Intanto mi squilla il telefono. Esco nel balcone per parlare. È ancora lui, ma c’è poco da spiegare. Non è amicizia, non è conoscenza, non è amore e non è nemmeno sesso. Ci fosse stato almeno quello: dopo, avremmo tentato di trasformarlo in amicizia, oppure in semplice conoscenza o, ancor meglio, poteva terminare là.

Invecchiando e maturando taglio rami secchi e faccio breccia attorno a me.

Allo stesso tempo, però, una improvvisa solitudine mi pervade e scuote.

Come un fulmine mi attraversasse la spina dorsale. Una scossa elettrica.

Interrompo la conversazione, rientro e penso che in fondo sia stato fortunato così.

Senza poliamore, senza confusioni, senza coppia aperta, senza quel senso di indeterminatezza.

Eppure, oggi, mi sento solo. Una contingenza, un passaggio opaco e difficile, comunque mi ci ritrovo dentro: risucchiato in un mulinello che mi riporta da Lorenzo.

Lui è ormai solo.

Io ancora no, ma spesso mi ci sento. Solo tra tanti, con i miei sogni sbiaditi, svaporati al sole. Sono felice dei molti obiettivi e traguardi raggiunti, ma la sensazione è di essere sempre un poco inadeguato.

Allora penso ai miei amici, i libri da leggere, quelli scritti e pubblicati, di più quelli mai pubblicati, quelli restituiti al mittente con tanto di “mi spiace ma non rientra nella nostra linea editoriale”.

Durante il Covid, spiego a Lorenzo che ho cominciato a prendere medicine per dormire, per pensare meno, per stordirmi un poco.

Così non devo immaginare di essere sempre all’altezza, posso consentirmi di bruciare quel senso di inadeguatezza, accantonarla per un po’, liberarmi della frustrazione di avvicinarmi sempre allo stesso archetipo.

Che lavoro.

Lui annuisce, ma pensa che sono esagerato.

Medicine, addirittura? E che sarà mai? Un po’ di tensione, meglio farla uscire. Che problema hai? Con la gente, le persone, il maniacale senso del controllo. Fottitene e viviti quello che hai.

Il telefono trilla di nuovo, ma questa volta è il mio unico amore, che è sempre e per sempre, dalla stessa parte.

Quanto sono melenso, non è vero? Verissimo, ma fanculo! Meglio questo dei non detti, dei paraculi che muoiono nelle chat, che irretiscono e non concludono, che si crogiolano solo nel numero di like per i post su Instagram dove si ritraggono in ogni possibile spigolatura e angolatura.

Del viso, in boxer, al mare, mentre cucinano, filmandosi e sgranando gli occhi in pose dementi e innaturali come i loro addominali o il pacco in bella vista.

 Insomma, allora perché sento il bisogno di parlare con Rosario, che è un po’ come faceva Josie con la sua AA, l’amica artificiale nel romanzo di Ishiguro, “Klara e il sole”.

Questi Giapponesi ne sanno sempre tante, esplorano e scandagliano l’animo umano in modo così sorprendente. Forse più di altri, nella letteratura contemporanea, descrivono con efficacia le nevrosi umane.

Lorenzo mi ascolta e pensa che penso troppo. Tutto un rimestare e scandagliare.

Hai tutta quest’ansia.

Come mi dice il mio amico Rosario, è preventiva.

Per paura di entrare in ansia, già mi lascio pervadere, comincio a sudare, le palpitazioni aumentano e ci vogliono almeno una decina di minuti prima che riprenda il parziale controllo del mio corpo.

Che non sono attacchi di panico, ma vere e proprie reazioni neurovegetative, come il corpo si ribellasse al troppo ordine che gli impongo.

Come mi dicesse che a 49 anni devo mollare: lasciare che gli altri mi vedano per quello che sono, sommerso di sensibilità. Gli rispondo che lo so, che è la sfida che pian piano cerco di avverare.

Ma non è facile. E poi, da quando penso a tutti gli esercizi da fare che mi suggerisce proprio lui, mi sembra di essere diventato più sensibile.

Piango di continuo.

Per il Covid.

Per i genitori morti dei miei amici che avevano un’età vicina a quella dei miei.

Per le scopate mancate, anche se non ne ho sentito e sento, ora, il bisogno.

Per i capelli bianchi, perché nonostante pratichi molto sport sto invecchiando.

 Ed è triste non l’invecchiare, dimensione con la quale pure mi sono pacificato, ma non piacere più come prima.

Lo vedo dagli sguardi degli altri, da come mi vedono e non guardano più.

Sono un uomo maturo nella moltitudine, prima ero un bel ragazzo cui chiedevano il numero del cellulare nella speranza di una bevuta, un incontro furtivo, uno scambio d’amore.

Mai accaduto e ora che, forse, vorrei togliermi qualche capriccio, è tardi. Meglio così, perché i pochi piaceri furtivi capitati, per una sorta di carma negativo, li ho anche pagati cari.

Lorenzo mi osserva e ascolta muto.

Quello che non proferisco me lo legge nel pensiero.

Ha spento il televisore.

Che cazzata questa di invecchiare. Basta farlo bene.  Sentirsi bene, stare in salute.

I capricci?

I capricci te li toglierai se sarà necessario, altrimenti continuerai la tua vita così com’è. 

A nessuno è mai piaciuto invecchiare, ma è sempre sato un assunto naturale, oggi invece tutti ricorrono alla chirurgia estetica, con strumenti e interventi più o meno espliciti e invasivi. Se vuoi c’è questo, ma necessita di continui tagliandi e non è mai per sempre, dalla stessa parte, come la vostra musica.

Ma lo sai che non ricorrerei mai alla chirurgia.

Per pudore, convinzione profonda o vergogna?

Per paura del giudizio degli altri, anche qui sarei fuori controllo. Oppure, niente chirurgia estetica perché proprio la biasimo? Giro in tondo e i gatti sono ancora attaccati ai polpacci.

Una signora azzimata e lucida, che restituisce uno strano barbaglio in ogni movenza, fa ingresso nel salone e ci chiede se vogliamo magiare qualcosa.

Chi è?

Niente, ci dava una mano, una persona di casa.

Sì, Lorenzo, ma chi è?

Cecilia. Mi aiuta ad andare avanti.

Comunque, in tutto questo passare da un tema a un altro, è chiaro che sto vivendo una decadenza, un momento di profonda melanconia che rimescola tutto, certezze in primis ma, allo stesso tempo, mi costringe a concentrarmi sull’essenziale.

Allora ne approfitto per tagliare il superfluo, anche malamente.

A qualcosa deve pur servire la tristezza.

Prendo il cellulare e su WhatsApp comincio a scrivere: “Sono con Lorenzo e mi sento in ansia a casa sua. Sta arrivando, gli ho confidato della mia vita e, allo stesso tempo, una signora che sembra robotica è apparsa dal nulla”.

Pochi secondi dopo arriva la risposta: “Mettiti nell’angolo nero, esci dal rango, proponiti accondiscendente e benevolo, sì altruista, aiutalo, perdonalo, ammetti di essere terrorizzato”.

Allora scandisco bene: “Lorenzo, non ho paura di essere fragile!”.

Lo scandisco meglio torcendo il volto all’indietro: “Anche per lei, Cecilia, non ho paura di essere e mostrarmi fragile”.

Si, sì, è chiaro ribadisce Lorenzo.

Ho capito che sei incazzato con me, che volevi facessi parte della tua vita a Roma.

 Ma poi chi sarebbe questa Cecilia, lo interrompo subito.

Nel chiamarla, il corpo metallico mi preme su un punto della schiena.

È di ferro. Nel busto uno specchio riflette me e la casa. Gli occhi, perfettamente tondi, si illuminano ogni qual volta deve parlare o qualcuno le rivolge la parola.

Io sono Cecilia, la compagna di Lorenzo.

Forse la compagnia, volevi dire.

No, signore, sono la compagna.

Ma che ti sei comprato, una bambola gonfiabile robotica?

Dai, David, è solo un moderno esemplare di intelligenza artificiale.

Me l’ha regalata un amico ricercatore giapponese.

Un tizio che è venuto per un convegno alla Federico II di Napoli.

Un simposio su iot, robotica e suoi sviluppi.

Si è portato Cecilia con lui, come dimostrazione.

 E vi siete innamorati, certo.

Cecilia è programmata per essere innamorata e devota. Una volta affidata a qualcuno, se ne prenderà cura.

Ah, questa, poi.

Cecilia si agita, dimena le braccia rigide e tese.

Esprime gioia e felicità ogni qual volta si parla di lei, aggiunge Lorenzo vedendomi estraneo e deridente.

Proprio intelligente non è: se ne parli male è comunque contenta. Ad ogni modo, devo dirtelo, sono felice che tu abbia conservato interessi, ma stare chiuso qui nelle tue ritualità, con questa donna bionica, senza vedere praticamente nessuno, prigioniero in un quartiere di Napoli esprime parecchio disagio.

Da un lato ti so protetto fisicamente, dall’altro immagino tutte le volte che avresti potuto vincerti un po’.

Stare più a Roma con me, la famiglia, senza nominare chi non vuoi che nomini. Ma noi lo sappiamo.

Qui, chi avresti lasciato? Nessuno.

E tu, invece?

Con tutti questi squilli schermati, queste conversazioni rapite. Gli occhi fissi sul display.

In questo periodo è più difficile per tutti. Le mancanze improvvise, le persone che tieni in vita con il ricordo evocandole al punto da sublimarle, renderle migliori di quanto non fossero o, al contrario, peggiori. Ma d’altronde questo mi rimane: ricordarmi di ricordare. E allora le faccio vivere ancora, assieme a me.

Lorenzo, non so quanto sono felice, ma mi sento più libero, anche di giudicarti, cosa che non ho fatto per anni.

Come non ho tradito, non ho contraddetto. Molto per pudore, per riverenza.

Perché quei tuoi occhi severi, addosso, mi impedivano di esprimermi.

Ora i piani si ribaltano, il bambino sei tu.

Non voglio litigare, sono venuto solo per accertarmi che stessi bene e darmi qualche ultima risposta.

Ti dimeni troppo, cerchi di controllare tutti ed entri in ansia. Sei attaccato ai tuoi idoli, al rango, all’idea della nostra famiglia. Alle tue idee, anche quando non si avverano. Al tuo super io, quello che il maestro ti ha inculcato quando eri piccolo, che noi abbiamo riproposto. Eri una sorta di predestinato della scrittura. Non ci sei riuscito. Ora fai esercizi, prendi appunti.

Nel frattempo, scrivo un nuovo sms: “Ho smesso di comportarmi come il mio io giudicante ha sempre fatto. Sono nel cono d’ombra, felice di non dovere essere per forza bravo, di non dovere fare la cosa giusta, non sento il peso del dovere”.

“Bene” – la risposta.

Riscrivo: “Sì però così esagero, rischio con questo gioco, di uscire dai ruoli, di abdicare completamente alle mie responsabilità e funzioni. Devo lavorare per vivere, amare per mantenere la mia famiglia intatta. Insomma, mettersi in discussione e allentare la presa del controllo va bene, capire l’ambiguità del comportamento per smontarlo anche, ma comunque quel modello sono io. Lo hanno preteso da me tutti. Da quando ero piccolo, come un attore con la parte l’ho personificato e interpretato per tutta una vita. Dando scarsi risultati, per cui mi giudico male, sempre appena sufficiente, sempre sbiadito con pochi ma fissi rimpianti. O meglio, i rimpianti sono tanti, ma anche la consapevolezza che più di quanto mi sono dimenato nelle vasche, avanti e indietro, non avrei potuto fare.  

Ti salva la curiosità verso il mondo, la creatività, l’estrema sensibilità che, pure, ti blocca sempre all’ultimo miglio e, a braccetto con l’ansia, ti rende meno capace.

Lo so, certo.

Ne sono consapevole.

Come tu sei ottusamente legato ai tuoi studi, non capisci un cazzo al di fuori dei saggi tecnici che hai scritto, le ricche bibliografie, gli studenti e pazienti che hai visitato e curato.

Non leggi un romanzo da quanto tempo? Non provi la minima curiosità se non nel ripetere sempre gli stessi maledetti aneddoti.

Episodi accaduti dieci, anche venti anni fa. Li rispolveri come fossero di oggi.

Pensi di essere sempre nel giusto sociale e politico e, cosa che ho sempre detestato, siccome sei riuscito a costruirti una carriera da solo, pensi che chiunque possa farlo dal niente, studiando, desiderandolo.

La determinazione è una cazzata dei tuoi tempi.

Dei vostri tempi.

Lorenzo resta in silenzio, seduto su un divano, un altro, con stoffa a losanghe blu.

Un gomito poggiato sul ginocchio, con il palmo della mano dell’altro braccio si strofina la fronte.

Già mi sento un po’ in colpa per le cose appena dette.

Nel mentre, entra Cecilia che, come Venus di Goldrake, il cartone animato, apre il proprio seno sinistro e da una lente che si ritrae spara un missile rotante proprio nella mia direzione.

Mi trapassa da parte a parte.

Non è un miraggio, una fantasia.

Sento il dolore, la maledico e poi guardo Lorenzo.

Sanguino e Lorenzo si sbellica dalle risate.

Ho evitato di dirti che Cecilia si muove e reagisce a seconda di alcune mie movenze.

Vuoi dire, cioè, che la comandi con i gesti?

Esattamente.

Se strofino la fronte con il palmo destro della mano parte il missile dal seno destro, mentre se lo faccio con il palmo sinistro parte quello dal seno sinistro.

Ma tu sei fuori di testa. Tu e la tua Cecilia.

Tu non ti muovi di qui, perché ti sei creato un luna park personale.

Te la scopi a comando, magari.

E com’è che funziona?

Quale gesto del corpo devi fare?

Non capisci che a quest’ora, se fosse tutto vero, saresti già morto o dissanguato per terra, esanime o quasi, rantolante imprecando aiuto ed emettendo rumori gravi.

E invece sei in piedi che mi interroghi, ti scandalizzi, giudichi.

Dov’è finito il missile? E il foro sull’epidermide?

Mi guardo ed effettivamente non c’è traccia di nulla.

 Solo, Cecilia è rimasta in posizione di lancio e non proferisce parola.

Poi si avvicina a Lorenzo e lo accarezza metallica.

La sua pelle diventa meno grinzosa e acquista lucentezza. Una elasticità improvvisa, repentina, come in un filmato scientifico dove si spiegano processi accelerati. Lui sgrana gli occhi, tra le dita metalliche dell’amica, e così un sorriso beffardo.

Cos’è? Un altro trucco. L’hai telecomandata con un altro gesto?

Sì, mi è bastato grattarmi una spalla.

E allora?

E allora guardati ora e poi guarda me.

Specchio riflesso.

Chi è più giovane?

Chi il vecchio?

Ed effettivamente, tastandomi le gote, la pelle si è slabbrata, è rugosa e piena di traiettorie. Gli occhi si stanno rimpicciolendo. I capelli sono lì, la mia fissazione, tanti ma completamente bianchi. Lo capisco volgendo lo sguardo a destra, sulla colonnina del muro adiacente la seduta. Si staglia, lungo la colonna, della stessa dimensione fino a ricoprirla tutta, uno specchio.

Sono vecchio. Sono io con altri venti anni.

Quando hai finito con tutti i tuoi giochini, la malia e Cecilia, allora posso parlarti francamente.

Posso dirti che se vuoi, puoi restare, che non giudico più il tuo mondo strambo, semplicemente cambio vita anch’io. Basta la comunicazione, gli scritti, i romanzi, i blog. Basta rincorrere un’idea che non mi rappresenta più o, comunque, non si concretizza. Mi ha dato molto, ma non quanto avrebbe dovuto e tutto questo perché non valgo abbastanza, non così tanto. Mi ritrovo sempre dalla parte sbagliata della festa. Fuori da conventicole e con nessuna dote, se non me stesso. La mia moralità o quel che le somiglia, la mia indole caratteriale non si confanno a questo ruolo qui. Lo stesso cui tu mi hai incoraggiato sempre, ti sei aspettato che io lo praticassi, che lo inseguissi come si fa con i sogni e gli archetipi. Ebbene volere non è potere, e poi c’è la capacità di elaborare, di avere un’alternativa, un piano secondo. Ce l’ho?  No, perché non ci ho mai pensato veramente e tu non mi hai mai incoraggiato a farlo, ammesso che potessi essere diverso da così.  Ma la domanda è? Ho mai davvero fatto qualcosa di scollegato e differente da quello che razionalmente ho concepito dall’inizio, cui miro con più o meno scarsi tentativi? No. E allora comincio a pensarci e fanculo tutto. Continuo questa vita, questo modello, ma allento tutto. Decido io quanto perseverare e quando stoppare l’ingranaggio. Non mi giudico più. Quando non riesco chissenefrega e quando mi dice bene, pure. Mi concentro su quello che davvero mi rende felice. Fare poco, stare immobile anche, ad osservare gli altri, divertirmi, lasciarmi andare. Mi abbandono alla leggerezza e superficialità che ho abitato troppo poco. Un via di mezzo è sempre possibile. Magari trovo la foto che mi hanno detto, cambio lavoro, godo un po’ di più.

Capito Lorenzo?

Guardo avanti a me e non c’è nessuno.

Non sono a Napoli, ma a Roma. Seduto sul letto sfatto guardo fuori la finestra, il cortile con il giardino tropicale.

Cosa mi è successo?

Sono rimasto sempre qui. Prove del racconto

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Confrontandomi quotidianamente e tornando al lavoro in presenza emerge, come condizione generalizzata, esperienza comune, che questi due ultimi anni della pandemia sono stati difficili per tutti. Ma quello che colpisce è la cronologia degli avvenimenti azzerata. L’annullamento dello spazio e del tempo, il loro essere circoscritti, e noi prigionieri in loro, nel recinto di cattività coatta, unica soluzione per preservarsi e preservare gli altri in attesa del vaccino. In questi due anni gli avvenimenti si sono confusi, il prima e il dopo si sovrappongono di continuo. Quante volte ci siamo fermati a pensare alla nostra ultima gita, il nostro ultimo pasto condiviso con più persone, la nostra ultima nuotata, semplicemente la nostra ultima festa con amici. La possibilità di coabitare e coesistere in uno stesso luogo, in più persone. Il nostro ultimo abbraccio e bacio spensierato. Quando è stata l’ultima volta? Quattro anni fa. No, uno. Forse due. La verità è che se non vogliamo e non possiamo sfuggire alla elaborazione di quanto vissuto, di fatto questa lunga e tormentata parentesi ci ha immobilizzati, confusi, ha indebolito i nessi logici di causa effetto, fuori di noi nelle morti e nelle terapie intensive, nei ricoveri, e dentro noi nel timore costante. Di contagiarci o contagiare. L’effetto tangibile? Come le nostre esperienze fossero state annullate per due anni. In realtà, la nostra psicologia e il nostro sentimento nei confronti della vita hanno continuato a evolvere, a compiere chilometri. Non siamo così diversi nella rielaborazione di quanto vissuto: abbiamo dovuto, non scelto, elaborare gioia e dolore velocemente, analizzarli come possibile fare, con i pochi mezzi a disposizione o non farlo proprio, troppo impegnati a sopravvivere e mantenere lavoro, famiglia, legami sentimentali e amicali. Tutti come funamboli, barcollando sospesi su un montarozzo di precarietà. Ora il desiderio di riprenderci parte di quella vitalità sottratta è enorme, come di elaborare quanto accaduto e vissuto, ma in modo specifico e attento, nel giusto tempo e modo. Insomma, ora ci divora il desiderio di riappropriarci di quanto sottratto. Eppure, siamo sempre lì, desiderosi di farlo ma, al contempo, con uno slancio abborracciato, così il pensiero, perché le regole e indicazioni da seguire sono giustamente tante. Poi la vita va avanti scandita da appuntamenti importanti, confronti elettorali, guerre che non avremmo voluto riconsiderare perché auspicavamo fossero superate, contrasto alle pandemie, decisioni personali, desiderio di continuo cambiamento, programmi sul futuro più prossimo. Vedere la determinazione di molti ci rende ottimisti, ci spinge a un sano senso di emulazione. Tutta questa vitalità sorprende e abbaglia. Tornando alla normalità o qualcosa che le somigli il più possibile, si torna anche a logiche dalle quali eravamo stati costretti ad affrancarci. Anche nella difficoltà, ci eravamo ritagliati delle dimensioni di totale indipendenza. Ora dobbiamo riprendere le misure e, nel farlo, ci riconfrontiamo anche con ciò che non ci è mai piaciuto di certi rapporti umani, di logiche intricate, di sentimenti opachi, di lavoro, di metri di giudizio che abbiamo sempre disprezzato. Ma sono lì fuori e, sovente, determinano anche i destini delle nostre già precarie vite. Ma noi ci siamo, ci raccontiamo, descriviamo, ci contiamo: questo è già tanto e basta a ritornare.

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Lo ius soli è anacronistico. Non bastassero le immagini delle Olimpiadi di Tokyo, gli Italiani di seconda generazione che vincono. I sacrifici compiuti dalle loro famiglie. Un po’ quanto è accaduto con le Unioni Civili, con l’idea di famiglia antiquata e polverosa, con l’eutanasia legale che approverei anche domani, con l’adozione per i single e le coppie omosessuali ancora lontana, con la madre surrogata e l’eterologa senza confini ancora additate. Il tema dei diritti viene sempre dopo una manovra economica, un flagello naturale, una priorità politica, comunque altra. Il punto è che non esistono piani A e B, che i diritti non hanno un costo così rilevante, che la loro concessione non sottrae forze, tempo, risorse economiche alle concomitanti priorità nazionali. Dalle pandemie ai flussi dei migranti, agli obblighi delle vaccinazioni.

Per questo motivo, ancora una volta, è incomprensibile l’astio e l’incapacità di confrontarsi con lo “ius soli” da parte di quelle destre, che per limite personale e strumentalizzazione politica, attuano una proprietà transitiva tra lo “ius soli”, il green pass obbligatorio, i flussi dei migranti non sempre sotto controllo. Tutti argomenti, questioni basilari per il nostro Paese, che possono essere affrontati e trattati contemporaneamente: nessuno esclude l’altro. Disegnare un’architettura delle priorità implica, sempre, emergenze di serie A e serie B, un implicito preconcetto, uno stereotipo culturale, l’incapacità di leggere la propria società che è già “altra”, si è evoluta a prescindere, fregandosene di programmi politici di Partiti e propri leader.

Questo modus operandi ha caratterizzato la maggior parte dei Governi che si sono succeduti nel tempo, tranne rare eccezioni di Premier, così determinati nel perseguire il proprio obiettivo ed estensione del diritto, da farne una battaglia, inderogabile, personale. Piacciono questi coraggi. Bene Letta, bene Malagò con lo ius soli sportivo, sono tutte valide approssimazioni, tentativi più o meno dirompenti  che portano al riconoscimento di una realtà esistente, che non possiamo fare finta di non considerare. Così la determinazione nel pretendere il green pass per accedere ai locali al chiuso, nei cinema, nei musei, nei centri sportivi. Per tutelare le libertà e i diritti vecchi e, speriamo, nuovi, di tutti, dobbiamo metterli in sicurezza. E per essere tutti liberi non possiamo che avere, tutti, libertà e vincoli, diritti e doveri, oneri e onori. Basta argomentazioni superficiali e strumentali, tanto goffe e parziali da non potere essere prese sul serio. Si allo “ius soli”, coraggio e determinazione ad oltranza, che rientrano nella categoria dei diritti e doveri di uno Stato e un Governo che possano definirsi, ancora, “democratici”.

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Non so se è l’effetto della compressione del Covid, perciò la domanda ha alterato e superato l’offerta dopo tanto immobilismo, eppure questa estate volendosi spostare, in Italia o all’interno dell’Unione Europea, i prezzi sono lievitati a dismisura. Senza precedenti. La ristorazione si è trovata forse impreparata a questa esplosione di evasione e libertà, successiva alla doppia vaccinazione. E’ stato tutto un caotico e incerto rincorrersi, fino all’ultimo, tra domanda e offerta. La premessa è che per spostarsi bisogna essersi vaccinati, muniti del green pass completo e tutto il corollario delle misure di sicurezza. Mi trovo nelle Cicladi, dove sempre mi piace tornare, per la famigliarità che mi accoglie, le suggestioni rinnovate e i ricordi che srotolano come i ciottoli piatti nelle onde delle loro spiagge. Quel suono ritmato e distensivo, ipnotico, come il desiderio di tornare. Anche per questo torno con piacere in Grecia, nonostante le orde di turisti e quella composta confusione, un ossimoro che ha rappresentato bene i viaggi della mia generazione. Ho messo in conto tutto. Riflettevo, ancora una volta, che molti di noi sono vittime e viaggiano un po’ con quel desiderio di esotismo, alla ricerca dell’isola o posto non del tutto esplorati, contaminati, assimilati. Esiste un posto al mondo, potendosi permettere condizioni economiche, temporali e sanitarie ammissibili, dove recarsi senza trovare l’impronta umana? Non più. E se esistono, questa impronta è stata bandita dalle popolazioni autoctone. Tutto è diversamente globalizzato, a più e differenti livelli, pertanto è inutile tornare come un mantra a descrivere quale isola visitare piuttosto di un’altra. Il toto autenticità. E’ tutto giustamente contaminato e mentre i viaggiatori che sono comunque turisti pensano a come meglio sospendersi, i ristoratori e la gente del posto designato devono vivere, sopravvivere, e specie nelle isole il primo fattore redditizio è sempre stato quello del turismo. Pertanto, certo, meglio fare una cernita dei propri desideri e gusti, dopodiché sono felice di visitare luoghi che sono un giusto compromesso di modernità, presenza straniera, una porzione di autenticità. Trovo puerile, perfino snob, pretendere di fare la propria selezione dei posti vacanzieri in base ad una opinabile presenza di simboli, linguaggi, comodità che ci somigliano o rassomigliano alla quotidianità che ci circonda. Molti di noi, in altri tempi, senza pandemie, con ristrettezze e semplicità hanno avuto il privilegio di viaggiare quando non era ancora così abusato di capitare in luoghi dove la globalizzazione non prevaricasse la dimensione locale. Proprio oggi, dopo essermi arrampicato su una china diretta a un vecchio monastero al cui lato sorge una necropoli micenea, mi sono imbattuto in una coppia: lui ateniese che si è sposato con Marisa di Milano, trasferitasi ad Atene per amore. Correvano gli anni ‘90 e si sono conosciuti, attraverso un amico comune, sempre italiano, in un viaggio in quella che ancora oggi considero la mia Ciclade preferita. Da allora, vivono ad Atene e lui mi assicura che non ne esistono più di isole incontaminate. Tutti e tutto è arrivato ovunque. Me lo dice scandendo il concetto tra il critico e il melanconico, sciorina tutte quelle che ritiene essere state devastate dalle mondanità, dai locali, dalle discoteche, dalle orde di stranieri litigiosi che per futili motivi finiscono spesso nelle cronache nere. Già, lo credo. Tuttavia ci ritroviamo nello stesso luogo e a visitare lo stesso posto, pertanto scegliere un compromesso che in qualche modo ci aggrada e somiglia è difficile ma non impossibile. Questa, d’altronde, non sarà mai un’estate paragonabile alle altre, per i motivi di cui sopra. E noi non siamo più gli stessi turisti e viaggiatori di una volta. Ci piacciono altre condizioni e non siamo più disposti a tollerare tutto. Il tempo è più complesso e ci abbraccia nella sua complessità. Il desiderio di riappropriarci di un segmento di distensione, di ragionata sospensione, di parentesi nella quale addormentarci, anche lui è cambiato. Ognuno di noi si ricarica in modo differente a quello che ha sempre conosciuto, ma immaginare che altre vite sono sempre possibili, anche se circoscritte nel tempo per perdersi e ritrovarsi, semplicemente sospendere ogni giudizio e controllo continui, laddove ha potuto è prevalso. Anche in questa piccola isola continuo a nuotare e, ogni bracciata, è una piccola storia. 25stilelibero

Certo, passata la sbornia degli Europei si ritorna al Covid, al timore delle varianti, dei nuovi contagi, di quel che sarà di noi a cavallo delle vacanze, ai ritorni alla quotidianità. I Green Pass, le quarantene, le persone bloccate, quelle non ancora vaccinate. Sembra, davvero, come le nostre giornate siano un video gioco nel quale aumenta sempre il grado di difficoltà. E si allontana, pur con tutta la positività e l’ottimismo immaginabili, la parola fine. Sono passati quasi due anni, sembrano una eternità. Ci conviviamo. A volte viaggiamo, cerchiamo di uscire, di ritagliarci la migliore delle quotidianità ma i rapporti, necessariamente, inaridiscono. È come vivere in una perenne cattività e costrizione, senza parlare poi della precarietà economica e lavorativa dei molti. Istantanee alle quali è impossibile abituarsi ma che ci accompagnano, ormai, da troppo tempo. E nella precarietà generale relativizziamo tutto. Niente è così importante e imprescindibile da un momento di confronto, di conforto, di liquidazione del dolore e misura del piacere residuo, di leggerezza. Allora cerchiamo le volatilità, quella superficialità studiata che ci consenta, per pochi attimi al giorno, di astrarci e distrarci. Quei rari attimi di serenità e sospensione. Che poi è impossibile indugiarci troppo, perché la degenerazione dei rapporti sociali e degli stati d’animo ci scorrono accanto. Ci siamo abituati alle morti improvvise, ai contagi, alle epidemie, ai Governi che cambiano, ai voti segreti, vediamo opacità ovunque e non ci bastano più le parole buone e sincere. Tutto è troppo accidentale. Per questo è stato più facile legarsi ad una partita di tennis, ad un europeo di calcio, ad un concerto, alla visione di serie e programmi che in altre circostanze non avremmo mai visto. Così ci siamo abituati a letture improponibili e, allo stesso tempo, non reggiamo oltre la trentesima pagina se un libro è scritto male o non decolla per tensione narrativa. La nostra concentrazione non supera i famosi otto secondi. Siamo distratti dalla continua inafferrabile urgenza. La tolleranza e fiducia sono a scadenza, hanno bisogno di risultati concreti e veloci. No, non ci siamo rimbambiti tutto a un tratto, solo abbiamo abbassato ogni guardia e spirito critico. Per un attimo lo abbiamo fatto, siamo diventati leggeri e futili quanto i like dei Social. Poi, però, abbiamo ricominciato a nuotare.

David Giacanelli

Il baretto degli amici. Mi fermo perché è ora di pranzo e l’asfalto sembra liquefarsi, sgretolarsi al passaggio. Giusto un attimo per un panino, dell’acqua frizzante, un caffè e tornare al lavoro. Erano anni che non mi ci fermavo, da quando, pre-Covid, era ancora “il Seme e la Foglia”. Un bar dove siamo cresciuti, dove distrattamente abbiamo trascorso qualche minuto nei sabati sera. Dove abbiamo transitato, tra la folla, prima di smistarci per Testaccio e i suoi locali, la movida. Con quell’aria fresca, sognante e un po’ stordita della giovinezza. E la notte faceva anche un po’ paura, quella sana però. Del cambiamento, delle persone che avresti potuto incontrare, della ricerca liquida di noi stessi. Ma era tutto molto puro, poco artefatto. Così, nel pomeriggio, ci andavamo tra una riunione e l’altra della sezione, perché ancora non si chiamavano circoli e nessuno ti biasimava perché eri stato in sezione. A discutere dei temi del giorno, di una sinistra meno opaca e che fosse più sinistra, del giornale che distribuivamo nel quartiere, del volantinaggio e dell’attacchinaggio. Tutto ancora attuale. A ripensarci: quante ore, tante. Davvero tante anche da studenti. Ricordo felice di tutto quel tempo trascorso ad ascoltare e dibattere. Anni di formazione. Oggi nei circoli ci si va, si dibatte, ma sono sempre in meno a farlo e, cambiando la comunicazione, si è sollecitati a farlo su mail, sms e chat di gruppo. E non è solo per il distanziamento e il Covid, è una grammatica diversa, un attaccamento che non esiste. A noi bastava, ai giovanissimi di oggi no. Non le ideologie e i principi sembrano essere di per sé stessi sufficienti, così il come dovrebbe essere e non è, il come potere essere, attualizzarlo, cambiare questo Paese. E, con il senno di poi, dal loro punto di vista hanno anche ragione. C’è ancora fermento ma meno trasporto, più disincanto. Chi lo fa è costretto, più che mosso da senso etico. È perché qualcuno deve farlo per gli altri, per non abbandonare un campo rimasto indifeso dopo troppe battaglie. Comincio a parlare come le persone che guardano al presente con quel realismo e distacco di chi pensa di avere sempre fatto meglio, meglio dei giovanissimi, con più serietà, dedizione, con la giusta meraviglia che tutto può muovere. Quello che subentra, da “adulti”, ammesso lo si diventi mai, è la consapevolezza che anche la migliore delle ideologie e degli ideali si concretizzano con del sano pragmatismo, compromesso, capacità difficile di mediare sempre. Di sapere brigare e compromettersi, cui non tutti sono disposti. La descrizione di una propensione, di un’attitudine caratteriale. Quello che i luoghi ci raccontano, con il passare del tempo, è un microfilm della nostra esistenza. Di come eravamo e, solo allora, potevamo essere. La percezione che, proprio in quel luogo fisico lì, ci sei stato più e più volte, con altra energia, sembianze, dolcezza. Poi ci torni e ti rivedi, tu e i tuoi amici, come fantasmi. Invisibili presenze che continuano a bere, fumare, discutere in piedi, assieparsi trasportate dalla loro “verità”. Già, il Seme e la Foglia, dove germogliava molto, dove si incontravano decisioni importanti, il rifugio da nuotate impetuose a ora pranzo. Si conoscevano bene i gestori e ci si immaginava più adulti e proiettati in destini promessi. I gestori avevano quell’aria famigliare di chi ti accoglie ed è pronto a darti, sempre, con un caffè la chiacchiera, lo sfogo, la battuta romana salace. Senza volgarità, sempre con sottile acume. Oggi, chissà che fine hanno fatto quei gestori: dove siamo noi e loro con noi. Un ricordo ma, comunque, uno bellissimo.

25stilelibero

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