BellinoOggi voglio parlare del testo teatrale “Il canto libero delle stelle mediterranee” di Francesca Bellino, edito Fusibilia Libri, con l’introduzione di Amara Lakhous.

Francesca ci ha già abituati alla dimensione del viaggio, alla scoperta di culture e coincidenze, di intricati rapporti che rimandano a Paesi lontani, a credenze, religioni che s’intrecciano con consuetudini ed emancipazioni, all’arte come strumento di riscatto e liberazione personali.

Questo libro, che è più un testo teatrale, porta con sé la storia di emancipazione delle cantanti nelle varie sponde del Mediterraneo, dalla Siria al Libano, all’Egitto, alla Tunisia, alla Sicilia.

Storie di donne, collocabili tutte tra l’800 e il ‘900, alcune arrivano fino ai nostri giorni, al presente, che hanno utilizzato la propria voce e passione per il canto come strumento di emancipazione e libertà.

Hanno cantato perché non avrebbero potuto fare altro, perché dotate di un amore e fuoco sacro da assecondare. Donne di varia origine sociale e provenienza geografica, tutte affacciate al Mediterraneo come un’unica costellazione pronta a rilucere. Donne che con il canto hanno potuto annichilire, con difficolta e progressivamente, tutti i tabù, le discriminazioni sociali e sessuali che le relegavano ad una dimensione secondaria. Così è stato per l’egiziana Umm Kalthum, la siciliana Rosa Baliastreri, la siriana Asmahàn, la tunisina Saliha e la libanese Fairuz. Donne innamorate della vita, della propria storia, dei propri uomini, figli, pronte a non rinunciare al canto per liberare altre stelle e la democrazia. Interessante il comune denominatore narrativo utilizzato dalla Bellino: quanto il canto sia stato strumento di liberazione nazionale e contagiante i Paesi. Donne che all’inizio erano costrette in panni maschili, a nascondere le folte chiome, a rinunciare ad un cognome per potersi esibire. Poi i tempi sono cambiati e in Paesi in cui la televisione e altra tecnologia erano lusso e banditi, la radio restava unico strumento di diffusione d’informazione, unica parentesi nella quale ogni famiglia potesse riposare e ritagliarsi un attimo di leggerezza e astrazione. Proprio attraverso la radio queste donne, ciascuna con la propria differente storia, sono emerse, diventate icone nazionali, esempi da eguagliare o cui semplicemente tendere, affacciati ad un balcone a rimirare le stelle.  Tutte accomunate da un forte attaccamento per la propria terra, il proprio amore, i propri figli che sovente hanno coltivato la stessa passione delle madri, come in una urgente staffetta di liberazione nazionale.

Per questo tra una vasca e l’altra, rimestando nei pensieri e nei tanti, troppi libri letti, racconto e consiglio questa breve e potente lettura, che scivola via come un canto meraviglioso, pieno di giustizia, di autodeterminazione e speranza. Un tempo, non lontano, conobbi un’anziana signora, andata via da poco, azzimata e colta, che mi raccontò – traduttrice e studiosa appassionata della storia e cultura ebraica – come grazie al canto fosse sopravvissuta alla propria storia personale, alle violenze e barbarie subite come donna ebrea. Mi disse che cantava per sopravvivere, perché era l’antidoto migliore ad ogni analisi o medicina.

Grazie a Francesca Bellino e al suo libro.

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Ho seguito le vicende di Mina Welby, amica cara, e di Eluana Englaro con grande interesse. Ne ho scritto nel tempo, in più occasioni,  cercando sempre nuovi spunti per farlo.  Per ribadire la necessità di un’apertura. Nonostante la legge 219 del 22 dicembre 2017 sul biotestamento, testamento biologico e Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento), in Italia non è possibile parlare di eutanasia o di suicidio assistito. Come dei “casi limite”, che pullulano nel nostro Paese, anche se rinchiusi nelle case private, nelle notti insonni di madri e padri, mariti e mogli, fratelli, conviventi stremati che vivono tra ansie e sensi di colpa, nell’impossibilità di porre fine alla propria indeterminatezza e possibilità di sopravvivere alle condizioni disumane, mai scelte, del figlio o parente. Casi in cui, più che sopravvivere si è costretti alla vita, incoscienti, eterodiretti da macchinari, nutrizione con sondino e somministrazione di farmaci.  Nonostante i richiami delle Corti a legiferare, il Parlamento italiano doveva farlo entro lo scorso 23 settembre, e i diversi disegni di legge proposti e depositati alla Camera, siamo ancora qui a dibattere dell’opportunità o meno dell’eutanasia e del suicidio assistito. Sempre con un approccio manicheo alla discussione, dei buoni e dei cattivi, della sinistra e della destra, dei giovani e dei vecchi, dei credenti e degli atei.  Poi però, per impossibilità di sintesi tra le differenti contrapposizioni, urlate e strumentalizzate per strada, nel Pd come nel Movimento 5 Stelle, per non parlare della Destra, della Lega e più prossimi, tutto si arena. Quello che per la prima volta vorrei provare ad esplicitare in modo semplice, è che il fatto di essere credenti o meno, di santificare l’esistenza e concepirla come dono di Dio, non fa di questa un fardello da tollerare sempre e comunque, anche immersi nel dolore e nella totale irreversibile incoscienza. Il problema non è di fede, ed è questo il grande equivoco al quale si tengono attaccati molti cattolici e credenti, più in generale, il problema è etico. Come sempre, però, per estrema sintesi, altrimenti assenza di approfondimento e tentativo di mettere in discussione posizioni anacronistiche e monolitiche, si tende ad affidarsi alla posizione reiterata nel tempo. Non si sollevano dubbi o possibilità di sviluppare un ragionamento in maniera seria e concreta, di apertura e cambiamento. Non dovrebbe essere uno scontro di metà campo, di “destra” o di “sinistra”, semplicemente un confronto sul buon senso. Anni fa ascrivevo puntualmente per un mensile dal titolo “Noncredo”, una rivista importante e che ospitava e spero continui ad ospitare nomi autorevoli, dalla politica alla medicina, alla filosofia, che affrontavano sempre soltanto temi etici e di diritti da acquisire o     considerare.  Ho realizzato diverse interviste, in tempi non sospetti, come al neurologo Mario Riccio per il caso Welby e a Carlo Alberto Defanti per il caso Englaro.  Grazie all’amicizia con Mina Welby sono riuscito una decina di anni fa, nell’unico Municipio di Roma dove consentito, a depositare il mio testamento biologico. Non esisteva ancora una legge, ma era possibile sottoscrivere un atto e certificare la propria posizione rispetto ad eventuali stati irreversibili di dolore e incoscienza. L’atto non ti garantiva ma costituiva un valido deterrente nel caso in cui ti fossi trovato in una situazione limite.  Mi ricordo il pomeriggio assolato d’estate, che dietro Marco arrivai di gran fretta a pizza Don Bosco. Poi al Municipio, poi l’iter veloce ed efficace. Ognuno di noi ha custodito la propria lettera, con la disposizione e i codici relativi. Ho pensato, già allora, che se mi fosse accaduto qualcosa, l’avere almeno lasciato una traccia scritta e chiara avrebbe aiutato chi si fosse trovato “dopo di me” a gestirmi. Anche Marco fece altrettanto. Poi la legge nel dicembre del 2017: un grande passo avanti, non c’è che dire, ma sempre sofferto se paragonato alle impronte lasciate da altri Paesi europei, molto tempo prima, senza trascinarsi per strada in lotte e invettive continue. Deve essere questo: in Italia riusciamo a dividerci su tutto, ma con particolare abilità, quasi chirurgica, sui diritti.  Culturalmente sopravvive un approccio che relega i diritti a qualcosa di contrattabile, sempre, ed opinabile. Un tema comunque non necessario. Un dibattito sulla acquisizione o ampliamento dei diritti è sempre concepito come privazione di qualcos’altro. Come se, pur non importanti, fossero comunque monetizzabili e barattabili nel momento in cui se ne parla e qualcuno vuole estenderli. Allora, sì, assistiamo alle crociate di chi, quei diritti, neanche li ha mai ragionati o conosciuti fino in fondo, neanche ne aveva contezza. Pertanto, “Italian first” e prima tutte le categorie già normate e numericamente dominanti: dagli eterosessuali ai credenti, ai genitori, alla famiglia naturale e agli sposati. L’elenco è lungo, ma al momento lo fermiamo qui.  E una manovra economica, un def, un deficit, un pil cui stare dietro sono sempre prioritari rispetto ai diritti e alle “belle addormentate” per citare il bellissimo film di Marco Bellocchio. Intanto la bella addormentata veniva tenuta forzosamente in vita, nonostante il parere dei propri genitori, dei parenti, dei compagni e un’indole chiara e manifesta.  E questo perché, prima della legge, magari non si era preoccupata di formalizzare la propria posizione sul fine vita, non aveva sufficientemente esternato, non per iscritto e inappuntabile, la propria posizione. Io credo, al di là di qualsiasi fede, che vegetare non sia vivere, che restare pulsanti e attivi solo poiché attaccati a dei macchinari e nutriti da sondini non sia vita. Non basta a raggiungere la soglia di dignità, minima, per cui quella condizione può essere rappresentata come una delle forme di vita possibili e, comunque, se non siamo nessuno per giudicare dobbiamo, almeno, potere scegliere.  Non esiste senso del dovere o di colpa rispetto all’esistenza, non deve. Non si deve vivere, si deve sempre scegliere di potere vivere. Perciò qualsiasi parere contrario, l’obiezione di coscienza dei medici, come della Chiesa più ortodossa che aprioristicamente non ammette l’interruzione dell’esistenza per volere del paziente, del malato, di chi patisce uno stato indesiderato o di un suo rappresentante legale è destinato all’impopolarità, ad essere superato nel tempo, per l’incalzare di chi con sofferenza è chiamato a gestire quotidianamente situazioni limite. Per l’insofferenza e le urla, quelle sì legittime, di padri e madri che assistono figli incoscienti da decenni, dalla loro nascita, che condividono la quotidianità con realtà troppo dolorose, cui è difficile sopravvivere e solo assistere. Scrissi, sempre diversi anni fa, un saggio edito da LibertàEdizioni dal titolo “Sì, cambia!”, nel quale avevo intervistato venti famiglie, genitori di figli disabili, più o meno gravi, credenti, agnostici, atei, socialmente e culturalmente eterogenei. Avevo selezionato un campione appositamente eterogeneo e trasversale. Ebbene, anche nel genitore più fedele alla fede e a Dio, una tautologia, non ho mai trovato un accanimento terapeutico e mentale. La vita ad ogni costo no, è un concetto superato da se stesso, dalle persone, dalla società, dai tempi, dalle troppe belle addormentate e addormentati.  Non credo alcuni temi siano più procrastinabili. Un disegno di legge sulla eutanasia e sul suicidio assistito è indispensabile. Una disciplina, una direttiva che sottragga alla opacità e alla assenza di indicazioni molte persone disperate. L’ultimo, cronologicamente, il caso di Dj Fabio e il processo a Marco Cappato. Tristi, coraggiose cronache, sempre più ricorrenti, che ci raccontano un Paese privo di norme, che asseconda indolenza e pigrizia mentali, che si trincera nella assenza, presunta tale, di numeri per combattere nelle sedi opportune e legiferare.

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nellanotte

È difficile capire quale sia la tattica migliore, la tempistica con la quale muoversi in politica, e sicuramente ci sono linguaggi paralleli e tempi più opportuni, alchimie che solo gli avvezzi ai lavori e ai corridoi, alle stanze ovattate dei bottoni possono interpretare. Che già sui “diritti”, questo Governo “giallorosso” cominci a dividersi non ci piace. Non ci piacciono le tesi che vorrebbero stoppare l’iter per lo ius culturae, dunque il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati in Italia che abbiano compiuto un ciclo completo d’istruzione, poi variamente modellato e annacquato rispetto al disegno iniziale; non ci piace l’imbarazzo con il quale Di Maio richiama Conte sul “fine vita”, che divide l’elettorato Cinque Stelle e la futura egemonia dei due sul Movimento. Sono temi etici importanti e ormai imprescindibili, che producono sofferenze da decenni, per i quali siamo scherniti da gran parte dei Paesi europei. Adesso, che sui disegni di legge non si vada avanti e acceleri anche quando i numeri potrebbero esserci, perché Salvini avrebbe ormai inoculato le tossine dell’odio sociale e del razzismo, e che non si proceda per “il fine vita” perché l’elettorato del Movimento sarebbe diviso al suo interno e non si riuscirebbe a motivare una presa di posizione chiara con e contro i  vescovi cattolici, i medici obiettori, e tanta altra struttura e sovrastruttura ecclesiastica  mi sembra davvero abbastanza vergognoso. Non si rimandano questioni fondamentali per paura di affrontare uno scontro dialettico, di numeri, e politico, chi ha sdoganato l’odio sociale. Anzi, impavidi bisognerebbe andare allo scontro costruttivo e fare passare leggi importanti. La Politica questo deve fare. Confrontarsi e scontrarsi, mediare, legiferare. Abbandonare il tema dei diritti è ammettere la propria inadeguatezza, l’essere pavidi e calcolatori, cinici manovratori. Questo atteggiamento, un po’ puerile, disordinato, privo di una chiara strategia, debole e succube dei pregiudizi prodotti dalla destra non è ammissibile e sarà pagato, ulteriormente, in termini di consenso dell’elettorato di sinistra, fin troppo resiliente date le recenti diaspore e nonostante tutto. L’eterna opacità e poca assertività nei comportamenti dei leader, dei deputati e senatori, nelle in – decisioni, nazionali e internazionali. Tutto questo ha già un prezzo. È un periodo ormai troppo lungo, nel quale ci si addormenta con l’idea chiara e una posizione certa presa da chi dovrebbe rappresentarci, per svegliarsi l’indomani e constatare che quella posizione è stata annichilita e ribaltata. Senza comunicazione e per stessa ammissione della classe politica. Chi si dice amareggiato, non avvisato, di scoprire incredulo dai giornali, da un twitt inopportuno e improvviso, un post notturno che le decisioni sono “altre”. Ma altre da quelle concordate cinque minuti prima di coricarsi.  “Nella notte”, e qui potrei citare il meraviglioso romanzo di Conchita De Gregorio. Tutto accade sempre più nella notte o nelle dimensioni che più le somigliano. L’elettorato, giovane e adulto, è stanco, troppo stanco per pretenderne un’eterna, incondizionata fiducia. Adesso no, si misura ogni azione, ogni atto, virgolettato, dichiarazione. E si chiederà conto di ogni proposito abbandonato, di ogni istanza svaporata e poi evaporata, abbandonata come un eterno uzzolo. Il capriccio della Politica non dell’elettorato, quello che si esprime e quello che si astiene.   Non si può esigere dall’elettorato comprensione su alleanze politiche, anche le più peregrine, assurde, apparentemente schizofreniche per evitare il male più grande, e poi accettare anche le possibili tensioni interne ai partiti di questo Governo. Capirne limiti e tensioni interne.  Questo, davvero, è troppo. Già è siderale la distanza tra la Politica e l’elettorato, un enorme proletariato sgangherato e amareggiato differentemente, che la classe Politica non può permettersi più niente, tanto meno di giocare con rinvii, decidere cosa potrà essere ancora procrastinato. Davvero troppo. Tra una bracciata e un’altra, in vasca, raccolgo troppa disillusione e allontanamento. Si reclamano trasparenza e assertività, fatti, leggi, l’ardire, l’allargamento e il riconoscimento dei diritti, così una vera politica di sostegno sul lavoro, sulla produzione, le infrastrutture, l’inclusione e il sentirsi Europa in Europa, non una entità piccola e astratta.  Per ora stiamo a guardare timorosi che, “nella notte”, possa sempre accadere qualcosa. Noi vogliamo diritti, decisi di notte e di giorno.

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Napoli

Tornare a Napoli dopo anni mi lascia sempre basito, sovraeccitato e poi, nel percorso di ritorno, verso casa, mi rendo conto che qualcosa di certo è stato sbagliato. Perché non è possibile che una città così bella, non ancora intaccata dalla gentrification, non almeno come Roma o altre metropoli equiparabili, dove ricchezza e povertà sono ancora consecutive, si tengono a braccetto almeno urbanisticamente, nei vicoli, nei palazzi, nelle interazioni sociali, nei cortili insospettabili, nelle geometrie irregolari sprofondi in una ricchezza culturale e sociale, te ne ubriachi, ma quel che resta per chi deve viverci è davvero poco. Ancor troppo poco. Perché la bellezza cura e allieva, ma non sana le mostruosità, gli errori del passato e del presente, non guarisce. La ricchezza e la povertà a Napoli non sono terre lontane e mondi opposti.  Non esiste un centro ricco e una periferia povera. Tutto nasce ammonticchiato, sparpagliato, contaminato, sovrapposto, giustapposto, condonato, recuperato. Tutti gli edifici si lisciano, si toccano quasi per mano nella speranza di ammaliare e corrompere l’altro, di sedurlo. Qui come in molte altre città d’Italia, i giovani non lavorano e chi è rimasto, per molteplici ragioni, senza fuggire all’estero o altrove, sempre in Italia, si è adattato a svolgere qualsiasi occupazione, in barba alle professionalità ed i percorsi di studio ed esperienziali. A dispetto dei sacrifici dei genitori che hanno investito nel loro futuro. Un futuro che si è fatto presente, nel quale tentennano, camminano su pezzi di vetro e sono coraggiosi. Tanto abituati ad arrangiarsi da non stupirsene più, da raccontartelo con semplicità. Hanno sviluppato, loro malgrado, un’arte di resistenza che gli invidio. Non perché io non ne sia capace, perché la loro è la generazione immediatamente dopo e prima. Sospesa tra il sogno e il disincanto. Come la nostra, d’altronde. Eppure immediatamente prima il nuovo secolo, quello dei nativi digitali, quella che ancora una volta avrebbe dovuto raccogliere quanto seminato da anni e anni di lotta dei propri genitori. E non bastano i film di Ferrente, né i libri di Erri De Luca, quelli di Elena Ferrante, il cinematografo, la Gatta Cenerentola, i ricordi di tanta bellezza partenopea passata, gli spazi recuperati al degrado dalla street art e le performance artistiche geniali di nuovi autori a creare altro lavoro. La loro presenza impreziosisce la città, la migliora agli occhi di tutti, poi però resta il quotidiano. Diffuso ormai nella maggior parte delle metropoli e territorio italiani, al nord come al centro e al sud. Ma fa paura vederlo anche fuori casa, parlando fitto fitto con i diretti interessati. La gente, i giovani devono sempre arrabattarsi, anche i meno giovani, chi ghermisce uno straccio di lavoro, lo difende nonostante la digitalizzazione e automazione di ogni flusso. Facendosi ricoprire di diktat, improperi, comportamenti che un tempo un qualsiasi saggio sindacalista non avrebbe minimamente concepito, tollerato e fatto tollerare. Allora veramente c’è stato più di qualche semplice errore.  Insomma, in queste ruote politiche, capriole e salti carpiati, oltre a preoccuparsi di tenere uniti i partiti e le forze politiche, bisognerebbe prima di subito investire in lavoro e infrastrutture, sanare anche le situazioni di lavoro presente ma malato, martoriato, discriminato per logiche politiche, oggetto delle correnti e sub correnti, annegato nelle faide di rivoli che continuano ad ingrossare nonostante l’ipocrisia di molta classe politica lo neghi. Dai cadaveri degli sbagli, reiterati nei decenni, emergono ancora urla disperate di vendetta, sani desideri di riscatto. Questi giovani devono avere le prospettive che meritano, come le meritano i meno giovani. Tutto è poi chiaro e alchemico, una malia alla quale è impossibile sottrarsi: mare in cui nuotare a bracciate vigorose, pietanze da assaggiare, neo melodici da ascoltare, artisti da scoprire, defunti da adottare, miti sacri e pagani che si mescolano in una Napoli sotterranea, piena di fascino e meno nota ai più, a chi si abbandona agli arci noti circuiti turistici, indolente e neghittoso. Una Napoli che ammalia e seduce: vedi Napoli e poi rimboccati le maniche, riparti con slancio e voglia di rivendicare diritti e giustizie. Perché un’etica come una capacità minima esistono sempre, corroborate anche da una Politica che non risponde.

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Le cose belle

Le storie più interessanti di questi giorni sono quelle che ci capitano. Quelle che non hanno prezzo, che hanno solo il coraggio di dipanarsi ed essere raccontate senza pretese, diaframmi e sovrastrutture, per quello che sono. Oggi, nel tardo pomeriggio, un acquazzone tropicale. Ormai lo fa puntualmente, alla stesa ora, protratta in avanti rispetto alle differenti previsioni. Un appuntamento fisso a scandire un equilibrio saltato, il clima anarchico di cui ci parla Greta.  Il pomeriggio è stato allietato da una ragazza indiana che scommetteva con me, all’uscita di un locale, su quanto tempo ancora avrebbe piovuto. Se fosse stato il caso di osare e approssimarsi verso casa o attendere. Dopo avere vagliato le rispettive app meteorologiche, ci siamo decisi per l’abbrivio, strisciando frettolosi tra tuoni e lampi. Allo stesso tempo, un ragazzo down aspettava con estrema cortesia che liberassi le macchine sulle quali mi stavo allenando un poco. Liberando endorfine, io e lui, chiedeva di farlo ancora paziente. Aspettava, azzimato ed educato, il proprio turno. E non è politicamente corretto, semplicemente reale: mi ha colpito tanta cortesia, sconosciuta ai più di quel locale. Dopo avere lavorato, corso un poco, dialogato tra fulmini e tuoni mi concentro su quante cose belle ho avuto la fortuna di vedere e a quante di assistere.  In questi pomeriggi, seguo le agenzie stampa che si rincorrono, pungolano, correggono per poi a fine giornata convergere verso un obiettivo pronto ad essere smontato il giorno seguente. Anche se con la mente sono altrove, una parte di me non si disconnette mai. Un atavico senso di responsabilità, nel dovere essere informato e nella necessità di esprimere una valutazione sulle vicende del nostro Paese. Mai. La vita reale, per fortuna, è sempre comunque altra e più alta, quella che viviamo tra avversità e improvvise sorprese, che ci strappa stupori e sorrisi. Perché, nonostante tutte le complessità che si assiepano, i problemi continuiamo a risolverceli da noi, con il buonsenso, i mezzi, gli strumenti della conoscenza, documentandoci. Questo serve. Anche l’arte di arrangiarsi, nelle decine e decine di anni, si è evoluta e fatta, per certi versi, più efficace e sofisticata.  In un Paese in così grande trasformazione, speriamo questa volta sia vero, possiamo solo non aspettarci niente, perché sarebbe un lusso al quale abbiamo abdicato da anni, se non invece armarci di tanto coraggio e agire. Per nostro conto, nel rispetto degli altri, ma comunque muovendoci. Con tecnici, pareri, approfondimenti personali: questo ci porterà sempre lontano, è la conoscenza contro ogni enigmatico, opaco e feroce futuro. Lo stiamo già facendo e per questo cogliamo ogni aspetto positivo del quotidiano, nonostante tutto, e niente o quasi può più deluderci perché diverse sono le aspettative. Per tutti. Questo non significa deporre le armi e smettere di sperare e desiderare, al contrario, è lo sprone a continuare a lottare godendosi tanto il semplice piacere quanto la leggerezza delle cose belle, gratuite, che nessuno può sottrarti in quanto tali. Le cose belle? Lasciarsi sorprendere e muoversi liberamente nella direzione che più delle alte ci soddisfa, richiama, incuriosisce e aggrada. Il tutto corredato dalla necessità della conoscenza. Ognuno di noi ha le proprie imprescindibili cose belle da raccontare e raccontarsi.

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Zeno

 

Già, e poi nel caotico agosto, pieno di ribaltamenti e sali scendi continui e vertiginosi, di ingiurie e urla sgangherate, di politica sempre più affollata con take di agenzia che si annullano a vicenda, con tweet particolarmente feroci e post non da meno, è arrivato lui, Zeno. E in ognuno di noi l’arrivo di qualcuno altera comunque uno schema famigliare corroborato, un equilibrio collaudato. Anche quando è voluto, desiderato.  È, comunque, un evento. 25stilelibero per indole non può che amare i gatti e preferirli ad ogni altro animale. Perché si affatica, si sbraccia visionario, fantastica e rimugina sul quotidiano ma, comunque, combatte. Il gatto, con il suo affetto e indipendenza allo stesso tempo, con la sua austerità elegante, l’essenza felina si avvicina molto all’orografia della sua psicologia. Così degli affetti, delle dipendenze. Il gatto gli somiglia molto. Con la sua pesante coscienza, omaggio a Italo Svevo, ha già permeato la casa e sedotto ogni suo più piccolo anfratto e angolo. ha occupato materialmente e con le rincorse divertite ogni divano, sedia, tavolo, letto, tinello. Ha violato e contraddetto ogni regola impartitagli, ma ha già compreso come gli conviene comportarsi. Il timore, dopo anni di astinenza, nel convivere con un animale a casa si basa sempre su un discorso di equilibri e capacità. Ci si rimette in discussione e ci si chiede se si è adatti a vivere con un animale. Se sia un bene per lui, se si possa riuscire ad affezionarsi senza patirne una dipendenza, ‘ché non è il surrogato di un figlio mai avuto, né può essere comparato ad un essere umano. Sono sempre splendide creature, tutti gli animali, ma ho sempre trovato pericolosa la sovrapposizione totale dell’uno con l’altro. Ha a che fare con mancanze, con bisogni di compensazione, con sfilacciamenti psicologici. Che va bene lo stesso, ma bisogna esserne consapevoli e ammetterselo. Non pensare che un bel rapporto affiatato e di completa dipendenza tra animale e uomo sia naturale. Perché non lo è, e se ci si arrende un attimo, se si asseconda ogni capriccio può diventare funesto e malato, intriso di proiezioni personali e labirinti dai quali impossibile è cavare un’uscita. 25stilelibero ama il gatto proprio per la sua sagacia e apparente indipendenza. Non ha mai pensato di ritrovarsi nella dimensione del “gatto nero” di Edgar Allan Poe, piuttosto nella “Mia famiglia ed altri animali” di Gerald Durrel. Di gatti ne ha avuti, negli anni, tre. Questo, ultimo e appena arrivato, è il terzo. Anche se suo padre, tornando ogni giorno dall’ospedale, all’occorrenza ne raccattava uno malconcio o più curioso degli altri, per farlo stare qualche giorno a casa. Certo che l’arrivo avrebbe portato un sano scompiglio e costretto i suoi figli a relazionarsi con una novità, usando ogni accortezza. Zeno è il primo maschio, ha interrotto una sequenza solo femminile.  Una pagina e avventura ancora tutta da scrivere e nuotare.

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Giovani

 

È arrivato il nostro tempo. Quello di chi ha sempre votato, fatto volontariato, si è speso, ha osservato e commentato, votato sempre e per il “meno peggio”. Lo ha fatto da prima di avere il diritto di votare. Lo ha fatto ascoltando le storie dei propri genitori, trascorrendo le nottate nelle sedi di partito, nei circoli, nelle sezioni, nelle feste dell’Unità, nei direttivi, nei volantinaggi, nelle molteplici campagne elettorali. È il suo tempo. Ha sviluppato una capacità ineffabile e impareggiabile nel “turarsi il naso”. È passato dall’ideologizzare tutto, al disincanto completo pur restando coerente alla storia, la propria, e un ologramma di ideologia. Ha compreso appieno i meccanismi, si sente in totale credito verso la propria città e molte Istituzioni. Sarà per questo che il mio sguardo, da un paio di anni, è ammantato di disincanto. Non vede  attorno a sé energie propulsive, idee innovative, socializzazione organizzata, politici così capaci da ridestare la voglia di rimettere in circolo senso civico e appartenenza. E non è uno sguardo cui corrisponde un sentimento soggettivo, un malanimo proprio interno: scaturisce dalla politica liquida, incerta, chiusa in sé stessa. È un’oggettività pesante. Un macigno. Un sentimento malmostoso e costante, decadente, di chi non vuole più ascoltare tanto rumore, clangore, slogan senza peso, autori senza coraggio e l’energia sprecata nel presentare e servirsi di persone incapaci o solo perbene. La crisi istituzionale è crisi amministrativa e, quindi, civica. Tutto si riflette nella quotidianità del cittadino che si abitua a farcela da sé, che dà per scontato di doversi organizzare e arrangiare.  Per questo Roma ad agosto mi sembra così desolata e decadente, nonostante sia spopolata non riesco più a godermela come turista occasionale. È triste e decadente come, sovente, il nostro sguardo. Come in un gioco di specchi, si riflettono decadenze e tristezze, pensieri lasciati e abbandonati. Perché non ci sono servizi, perché l’odore di spazzatura con il caldo si potenzia e avvolge la città in una mefitica cappa. Non basta più la storia e l’arte a fare la differenza. Quelle le ritrovi già qui, fatte e preparate, nei secoli dei secoli. Tuttalpiù le amministrazioni hanno dovuto manutenerle al meglio, riuscendoci in diversa maniera.  Alcune sono state davvero efficaci, altre assenti. Cosa davvero potrebbe rendere felice, di quanto esistente, un romano ad agosto? Ben poco. I disservizi sempre gli stessi: tutto chiuso, limitato, come le offerte culturali e sociali, l’impossibilità di muoversi con minima agilità, l’assenza di socialità e aggregazione. Non esiste più la curiosità che dovrebbe salvare il Mondo. Insomma, a trent’anni se ti capitava di restate d’estate in città ne approfittavi, davvero, per sfruttare e agire quell’improvvisa energia ammantata di novità che ti conduceva nei meandri di un luogo noto, ma da riscoprire sempre. Ti accompagnava per mano negli odori, nei sapori, nei colori, negli accessi, nelle urbanistiche meno note, negli zampilli delle fontane monumentali e nella cortesia dei commercianti, come nella luce incandescente, un barbaglio che bruciava le braccia e si amalgamava al rosso del tramonto. Oggi questo non lo vedo, non sento l’energia, il mio sguardo è pieno di frustrazione e indifferenza. Per l’assenza di una regia, di una visione, di un progetto a lungo termine. E non mi interessa attribuire responsabilità o colpe: mi interessa solo constatarlo. Che tutto è, davvero, troppo difficile. Che anche una città così bella si spegne, non ha più anima, non è allettante, non incuriosisce anzi s’impregna d’insicurezza e alimenta uno stato di ansia. Sarà perché noi giovani, ma non più giovanissimi cittadini, ne abbiamo viste tante e con quell’esperienza maturata nello zaino, zigzaghiamo per la città, insofferenti, speranzosi d’essere sorpresi da novità, aneddoti, persone squisite, nuove storie da raccontare. Invece constatiamo che tutto, inesorabilmente, peggiora. Per questo organizziamo, potendolo fare, le ferie ad agosto. Perché chi vuole restarci in una landa desolata e abbandonata da visioni ed idee? Chi può trovarcisi a suo agio? Solo i bulimici, gli insonni, gli irrequieti che comunque si muoverebbero a prescindere. E allora continuano a calpestare la città fino allo sfinimento. Liberando endorfine. Ma l’apprezzano veramente questa città? O ci acconciano forzosamente, perché non hanno alternativa alcuna, posto dove andare. Alcuni non hanno neanche una casa, neanche in affitto, occupano e basta.  A mio avviso solo i turisti si ritrovano a Roma ad agosto. E non possono realizzare considerazioni politiche, pertanto non si interrogano. Ora è arrivato il nostro tempo, dopo tanto avere dato e contribuito, auspicheremmo di essere sorpresi e raccogliere, almeno, una minima parte di tanta semina. Coglierci di sorpresa.

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