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L’atavica analisi nella quale incorriamo ogni qual volta una crisi di Governo viene annunciata è su come si organizzeranno le opposizioni, chi potrà essere il vigoroso oppositore di Salvini e della Lega, chi tenterà di erodere, almeno arginarne e circoscriverne il consenso popolare? Dovesse cadere il Governo, dovesse esserne costituito uno tecnico e di scopo, si dovesse andare in breve tempo al voto, i sondaggi danno comunque in cima ad ogni altra forza politica, con almeno il 38% dei consensi, il più lusinghiero sfiora il 40%, dato sufficiente perché in un prossimo governo Salvini possa dettare l’agenda e governare da solo, la Lega.  Come reagiranno il Pd, Leu, Potere al Popolo, Verdi, Radicali, Numero Uno, Possibile e l’impossibile ancora?! Insomma tutte i rigagnoli, le sinistre alternative, più o meno radicali, come penseranno di unirsi per arginare il modello sovranista, populista, nazionalista, protezionista e proibizionista? Dev’esserci qualche “ista” che è sfuggito all’elenco. Ma la realtà è questa. Vi assistiamo da poco più di un anno. Siamo passati dalla narrazione del ventennio berlusconiano, dove nel privato tutto era lecito anche ricoprendo importanti cariche istituzionali, all’esibizionismo ipertrofico e sgarrupato, meno patinato, di pance esibite, di perizoma in spiaggia e in ogni dove, alle divise d’ordine su misura.  Cambiano le forme, ma non le sostanze. Quella idea fissa di regalare giustizia e riscatto ad ogni italiano, di unire trasversalmente il povero con il ricco, di soddisfare le città e i territori rurali. Un tempo questo faceva la Sinistra, riusciva a fare da collante privilegiando e curandosi, in primis, dei ceti meno abbienti, del proletariato. Però raccoglieva consensi nelle città e nelle campagne, la sua forza era il cammino ragionato e ininterrotto nei luoghi, tra la gente, la creazione di Circoli e luoghi di ritrovo dove confrontarsi. È passato remoto.  Speriamo torni tutto questo e, soprattutto, che la Sinistra, quella che resta, non si lasci scippare dai sovranisti temi che sono più pertinenti alla propria storia e DNA. IL tema del lavoro, per esempio, della povertà cui sopravvivere ogni giorno, la questione sociale.  Ma è davvero possibile sentirsi rassicurati da un Salvini che propone un decreto sicurezza bis, che chiude porti, sostanzia un’efferata battaglia trasversale a tutte le ong, elargisce appellativi quali “zingaraccia”, “ricca ebrea tedesca”, un altro egoriferito e straripante onnipotenza.  Ogni suo sospetto è, comunque, verso l’immigrato; l’opposizione e reticenza albergano nella possibilità di concedere e ampliare la platea dei diritti per ogni cittadino, anche italiano. Un uomo “pro life”, religioso a suo modo e all’abbisogna, che annichilirebbe le unioni civili se potesse, che probabilmente non conosce differenza tra eutanasia e suicidio assistito, che crede che disseminare il territorio di polizia, con poteri ulteriori, possa servire a ripristinare l’ordine e la disciplina, che comandare sgomberi propaghi un’immagine virale di pulizia. Più che pulizia, solo polizia. Che relega la condizione femminile a quella di una piacevole edonistica presenza, alla tradizionale perpetua e succube del pater familias. Insomma, parliamo di modelli tradizionali, ed è un eufemismo, per non dire retrogradi. A partire dalla famiglia e strenua difesa dell’unico modello accettato, quello “naturale”. La discriminazione del genere è pratica comune. Nella narrazione leghista, assecondata male e senza visione dal Movimento 5 Stelle, c’è tutto questo. In realtà il Movimento è più vicino alla Lega che non al Pd, è intimamente conservatore nell’approccio ai problemi, diviso al proprio interno, disincantato rispetto alla trasparenza e onestà che non hai mai praticato, solo predicato. Ha sbandierato al vento parole vacue e contraddittorie e ne ha pagato le conseguenze in termini di percentuali e consenso. L’elettorato lo ha compreso, e non vuole perdere tempo con chi parla di democrazia diretta, di uno vale uno, né con chi si mostra orizzontale ma ha una macchina verticistica riconducibile, al massimo, a tre persone che fanno e disfano nottetempo. È tutto molto aleatorio e affidato alla volubilità di un comico decadente, di un imprenditore che ha speso gran parte del proprio tempo nel pianificare piattaforme e sistemi, nel raccogliere consensi e molto altro ancora. Nulla che vedere con la Politica.  Accomunano Movimento e Lega questa opaca e spasmodica mania dell’utilizzo di complessi sistemi con algoritmi, che inducono l’elettore ad accostarsi al loro pensiero, facendo leva sulla propria cronistoria digitale per prevenirne informazioni e rinsaldarle a proprio piacimento. Enormi passi indietro e ogni provocazione lanciata con estrema semplicità, assente di struttura e logica politica ricopre con il suo clangore e il tonitruante urlo ogni possibilità di confronto. Questa è la narrativa di Lega e Cinque Stelle. Efficace quanto becera, tanto diretta da non sorprendere più nessuno per turpiloquio e mancanza di diaframmi, della conoscenza delle Istituzioni, impreparata quanto a contenuti e storia, come nella formazione di una classe dirigente. Non ci servono persone solo oneste e impreparate, ci occorre cultura politica. In questo la Sinistra dovrebbe fare la differenza, almeno provarci. Non dividersi ma riuscire ad unirsi e solidificarsi.  È umiliante e disumano parlare dei muri per recintare il Paese, difenderlo dallo straniero, il diverso; disumano parlare di Europa con chi si schiera con Orban e Putin, i Paesi di Visegrad, con chi si fa leggi su misura per rafforzare il controllo del proprio territorio senza attenuanti. L’obiettivo è solo questo: riuscire a raggiungere tanto potere da potere essere contraddetti il meno possibile. Certo esiste una Costituzione e un Presidente della Repubblica che, in ultimo, ha già sollevato due eccezioni sul decreto sicurezza bis. Tuttavia, sta tutto accelerando verso una forma di autoritarismo, di celebrazione e panegirico del Capo che tutto fa e disfa, che arroga a sé anche diritti non direttamente riconducibili, che pesta i piedi ad altri Ministri del Governo, che confonde e sovrappone arbitrariamente i Poteri della nostra Carta Costituzionale. Ma di questo è un anno che si parla. Il punto è molto semplice, ahinoi. I sondaggi sono questi. L’astensionismo in Italia sempre molto alto. Quasi la metà della popolazione non si reca a votare e, un elettore su due, vota Lega. Può non piacerci ma è così. L’autoritarismo e il proto fascismo fanno breccia e appaiono come rassicuranti trasversalmente alle classi sociali, alle condizioni, ai territori. Allora, però, il ragionamento politico può essere uno solo: la sinistra tutta deve compattarsi e accelerare, non dormirci la notte, e arrivare a presentare un programma tanto convincente da dimostrare le pericolose vacuità dell’avversario e un’alternativa sempre possibile. Non rincorrere Lega e Movimento nella comunicazione, ma presentare soluzioni differenti agli stessi problemi e in modo differente. Con i social certo, una comunicazione diretta ed efficace, certo, ma strutturata e credibile dal punto di vista economico e sociale. Convincere la gente.  Avvalersi di leader convincenti e carismatici e di gruppi di lavoro nuovi: per ora ci si è affidati sempre e solo alle stesse brave persone. Bisogna allargare i cerchi includendo esperienze e preparazioni differenti. Ma non sui può pensare che tutto questo avvenga spontaneamente, piuttosto prendersi la responsabilità di nominare persone, di affidare incarichi, di attribuire competenze, costruire nuove squadre di lavoro. Avvalersi di persone del mondo civile e professionisti della Politica che ancora vogliono e possono spendersi.  La scommessa, in alto a sinistra, sempre la stessa. Votare ma contro, per circoscrivere le percentuali dei sondaggi di Lega e Movimento. Tornare ad essere convincenti partendo dalla propria storia e accettare di votare anche partiti che non possono rappresentarci in toto ma possono arginare una deriva sempre più autoritaria, poco democratica, proto fascista. Sempre e solo guardando a sinistra.

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Calymnos

Quest’anno, quando sono arrivato sull’isola ruvida proporzionalmente alle strade troppo asfaltate che non oppongono alcuna frizione né opposizione a pneumatici, dove la gente apparentemente burbera è invece capace di enorme umanità, ho riscoperto un’altra Grecia. Sulle prime respingente, poi rivelatrice. Un’isola dove si sono stratificate differenti migrazioni economiche, fatte dei coetanei, migranti, che tornano a casa d’estate per dare una mano ai propri genitori. Padri e madri che conservano piccole osterie e taverne sulla spiaggia, che pescano solitari per l’Egeo, che vivono a Patrasso o Atene lavorando nel terziario e quel che ne rimane. Che hanno attraversato una crisi feroce, ma ne sono sopravvissuti. Sono giovani, ormai adulti, che vivono in Australia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e portano i propri parenti a vedere, d’estate, quali paesaggi li hanno forgiati.  Fuori dalla Grecia e dalle isole ci vivono ormai da anni, ma ancora mantengono un forte rapporto con la propria casa e sentono l’impellenza, non solo famigliare, di trascinarci figli, mogli e mariti perché capiscano qualcosa in più.  Le loro vite sono cambiate e parlano un inglese perfetto: li riconosci che sono Greci, basta guardarne le fattezze, i profili, il piglio, il repentino cambio di linguaggio dal greco all’inglese ad un misto dei due idiomi. Fa impressione sulle prime ma, allo stesso tempo, ti restituisce quella forte percezione di autenticità, di vite vissute alla ricerca di riscatti, di lavoratori indefessi capaci di percorrere miglia e miglia per arrivare ad una prospettiva non nota, di sopravvivere alle sfide lavorative di una città rutilante come New York e ai prezzi impossibili di Sydney.  Ecco cosa ho trovato rispetto agli altri anni, alle patinate e  sempre meravigliose Cicladi: più ruvidezza e  autenticità.
E l’autentico è meno bello, esteticamente, della rappresentazione pedissequa e dell’idea icastica del concetto di bellezza, un ologramma che s’invera negli anni delle nostre adolescenze e prime vacanze elleniche.  

Qui no. Storie di migranti, di un sociale più diversificato e interessante, di un turismo differente. Il Dodecaneso è differente. Sono isole che non ti chiedono il permesso, né allettano con locali alla moda, ultime tendenze, che non ammaliano ma annichiliscono in un attimo lo stereotipo di isola godereccia, nelle geografie e nei caratteri dei suoi abitanti. Il turista che arriva qui diventa subito, suo malgrado, viaggiatore. Comprende le differenti regole e atmosfere, non pretende, può solo assecondare ritmi, tempi e consuetudini. Probabilmente le alte falesie a picco sul mare dove arrivano da più parti per arrampicarsi, prevalentemente d’inverno, così le capre disincantate che decidono di occupare la strada, i pastori arrabbiati e i molti pescatori intenti a sbrogliare le reti in un gioco di squadra tutto famigliare, i filari di arnie, le spugne e la signora bronzea che ti scruta dall’alto della sua magnifica compostezza e grazia del terzo secolo avanti Cristo  sono i primi indizi. È un’altra Grecia.

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Mi chiedo sempre nel breve relax estivo, la parentesi diciamo così rigenerativa, che ti stacca parzialmente dalla routine e comunicazione quotidiana, come possano reiterarsi fenomeni che non smettono mai di stupirmi. Anche qui, in un’isola remota della Grecia, che cosa ne sarà degli enormi tatuaggi esibiti su cosce, glutei, avambracci e spalle che bellissime ragazze inglesi, francesi e greche, probabilmente italiane, ostentano con sicumera. Tutto molto suggestivo e d’impatto, ma un tatuaggio fatto a venti, forse ancora trent’anni  ha un senso, laddove a quaranta e oltre può diventare patetico. Così per i ragazzi. Nessun giudizio sui perché e per come, solo la vista di epidermide raggrinzita, ustionata dal sole, logorata dalla vita com’è giusto che sia, con un’immagine non più distinguibile, svaporata come la giovinezza che l’ha tenuta per mano. Ora, lascia un senso di tristezza. Rimanda alla leggerezza con la quale facciamo, tutti noi, una serie di azioni sciocche. Certo oggi non si può riparare all’errore di gioventù. Nel momento nel quale ci si sottopone ad un tatuaggio si sa che sarà per sempre, una parte indelebile  che invecchierà con noi, anche nell’ultima spiaggia, nell’ultima vasca  della nostra vita nella quale saremo forse in grado di dispensare qualche banale consiglio. Eppure le vedi le ragazze dei quaranta e cinquant’anni, così i ragazzi, che portano con sé i segni di una infaticabile volontà infantile. Passino i tatuaggi piccoli, circoscritti, su un punto del corpo che può prestarsi a nasconderli, ma più tatuaggi di enormi dimensioni mi riportano ad una generazione di opulenza, di infanzie felici dove ancora tutto era possibile, anche riappropriarsi del proprio corpo marchiandolo, manifestare un’idea di possesso. Il feticcio di un’idea, della necessità tribale di appartenere ad un gruppo e, con esso, distinguersi. Il  corpo un feticcio da ricoprire e deformare. Non sono certo i tatuaggi di bucanieri, di ergastolani, di marinai che nella narrazione antica e collettiva hanno  una specificità e senso imprescindibili dalla propria esistenza. Oggi no. È un fiorire di tatuaggi,  a tutte le età, così come di siliconi. Anche nelle isole del Dodecaneso le donne sono attente a non sporcare la spiaggia, così ecologiche,  piene di imperativi categorici, sempre in forma , sempre giovanili, attente al proprio ambiente così gli uomini, mentre la loro cura ‘plastic free’ non esime, però,  labbra e nasi, gote, capelli di uomini attempati che nascondono ogni passaggio del tempo. Sono turisti, ovviamente. E chissà cosa devono pensare gli isolani ti tanta stranezza, di tanta incapacità di invecchiare, di vivere il proprio tempo nei suoi limiti. È come se esorcizzassero precocemente e in modo ridicolo l’idea del divenire e della morte. Per fortuna ci pensano le capre sul ciglio delle strade, le buganvillee, i gestori dei piccoli ristoranti che sono poi i pescatori, il portiere emigrato per quarant’anni negli Stati Uniti per tornare in Grecia con la pensione, a restituirti una realtà tangibile, fatta di piccole cose ed enormi priorità. Sopravvivere senza chiedersi come, fregandosene del percepito, dei tatuaggi e dei lifting. Ci pensano le cicale a manifestare tutto e subito, senza strategie, ricordandoci che il nostro mondo ha un suo tempo e ritmo che non possono essere camuffati ma, solo, assecondati.                                                                                                                25 stile libero 

Che poi a pensarci bene triste è che i giovani e più giovani leggono meno, analizzano meno, sono capaci di minore critica e interpretazione dei testi, come Carofiglio e Serra in modo differente, evidenziano. Allo stesso tempo, se le famiglie possono qualcosa, non abbiamo modelli ed esempi esaltanti, soprattutto nel mondo adulto. Girovagare nella Rete, strada prediletta dai giovani, li costringe a imbattersi in coetanei stralunati e spaesati, perplessi, che vorrebbero solo divertirsi o trovare curiosità, sedarla e colmarla. Giovani come loro senza alcuna pretesa, se non quella di scoprire e cercare di capire. Invece, si riconoscono inermi spettatori delle reazioni compulsive e feroci di cattivi maestri, adulti, che si prodigano in invettive e sgranano insulti politici, odio razziale, rivendicano strampalate origini e idee di nazione che non esistono più, se non come tradizione e amore per la propria terra. Che non significa opporle come stendardo da battaglia in nome di epurazioni culturali, rivendicare la propria maggioranza politica per inculcare nell’elettorato sovranismo, isolazionismo politico e proibizionismo. Il controllo attraverso la coercizione: questo fanno. E ai giovani cosa interessa? Li disgusta. Questa non è politica, se non cattiva e distorta, pericolosa approssimazione a regimi opachi e ambigui. Quest’ultima cattiva politica ha sdoganato la possibilità di dire e fare qualsiasi cosa in Rete, salvo poi prendersela con la stampa e con chi quella stessa rete la utilizza per irretire le idiozie e i bluff raccontati. Quindi, ancora, il giovane si sta chiedendo quanto la Rete e il suo utilizzo siano sinonimo di democrazia. Molti si sono già stancati di domandarsi.
La Rete è sì piazza virtuale e potente, che influenza nonostante tutto, vedi Cambridge Analityca e la multa a Facebook, gli algoritmi e tutto quanto è ormai stranoto, vedi le piattaforme molteplici attraverso le quali si sdoganano segreti e si compiono scoop, come gli audio pubblicati nei siti americani on line, che posso creare scandali di Stato. Nella Rete c’è tutto, per questo postare ciò che è personale, che riconduce direttamente alla propria quotidianità è sempre troppo pericoloso, anche quando apparentemente innocuo. Chi si occupa di comunicazione posta notizie, agenzie più o meno corroborate da fonti, cerca di evitare fake news, almeno dovrebbe, e si limita a segnalare notizie che potrebbero essere di una qualche utilità e invogliare a un qualche approfondimento. La Rete auto celebrativa, dei like e degli emoticon, delle visualizzazioni, anche basta. Allora sì, come mi suggerisce qualcuno, forse per sottrarci a tutto questo meccanismo sadico e cinico, illiberale e perverso, ci restano solo l’arma di boicottarla e abbandonarla, la Rete, oppure di starci, ma poco e in modo molto ponderato, calibrando le parole, i secondi, le espressioni usate, dosando tutto, rendendoci inappuntabili e inattaccabili. Radicando e innestando le nostre idee, radicali, senza timore e anzi rivendicandole continuamente e apertamente, senza scadere però nella loro modalità sgangherata e voyeuristica.
Quella che include e induce il giovane navigante all’espulsione e al bannare l’interlocutore che vive solo in Rete e non possiede più un’anima propria, un segreto, qualcosa di personale che non sia già stato detto, urlato, sfogato. Ecco perché un giovane oggi mi dice “boicottare”. E secondo me, ha parecchia ragione.

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Elsa Morante

“L’autorità per l’una e la paura per l’altro”.

Sono le dinamiche sentimentali, complesse e intricate come i grovigli di fili, matasse da districare. Sono le narrazioni, precise ed eleganti, di Elsa Morante.

Poiché in questo periodo storico, sento davvero l’esigenza dell’alternanza che mi conduce per ogni nuovo autore italiano e straniero a rileggere un classico, possibilmente italiano. È una dipendenza. Come tornare a casa dopo anni di vagabondaggio. Una certezza. Un approdo stilistico e linguistico, un ripasso, come rituffarsi nel abbecedario. Nel tempo cambiano i lessici, i contenuti e gli stili, ma il narrato e l’imprevisto prevalgono, nettamente, sul resto. Ridondante elemento che scaturisce perlopiù se il tal libro o l ‘altro ci ha emozionati, ci ha raccontato qualcosa di nuovo. La novità sembra la panacea per chi, attraverso la lettura, vuole curarsi. So che è una riflessione antica, anacronistica quanto forse desueta, ma perché aspettarsi da un libro, in specie un romanzo, qualcosa di nuovo? Più importante è lo stile, la struttura narrativa, lo sono i periodi, la lunghezza, come le proposizioni s’intrecciano, gli accostamenti, le sinestesie, le citazioni, il famigliare raccontato che diventa lessico. Se azzeccati, infatti, possono rendere persuasivi e affascinanti anche storie normali, ammesso che ne esistano. Il quotidiano di chiunque di noi, insomma, sempre quel fascino della normalità che s’invera nell’incedere delle parole, nel ritmo, nella descrizione dei personaggi e loro ingranaggi, delle ragnatele che tessono, del loro profilo che è peso e conta più di quanto producono. Dell’omicidio, della trama sessuale o pulp, del giallo senza soluzione. Ci interessano, piuttosto, i loro volti, gli abiti, il ripetersi dei loro pensieri come le giornate e i silenzi. Se ci aspettiamo sempre e solo la novità da un romanzo, la storia non ancora conosciuta, l’argomento non ancora esplorato, resteremo quasi sempre delusi. Cosa non è già stato affrontato? Quale tema è rimasto inesplorato? Per questo continuando a leggere molto, a divorare romanzi come saggi, come giornali, come vasche di 25 metri, mi capita di restare affascinato e ammaliato proprio dall’ordinarietà raccontata straordinariamente. Questo mi colpisce e, per altro, lo trovo arduo compito. Dagli anni ’90 in poi si sono avvicendati decenni nei quali andavano di moda letterature e narrative pulp, splatter, gialli, polizieschi, il sesso declinato in ogni possibile consumo, masochismi e sadismi esasperati, il panegirico della schizofrenia, l’imprevisto e l’irrisolto. È invece così difficile e per questo entusiasmante penetrare nelle vite degli altri con l’ordinario, con stati d’animo e personaggi, storie la cui quotidianità potrebbe essere la nostra. La differenza è che non sempre riusciamo a focalizzarci né abbiamo la forza e il coraggio, la tenacia e costanza per descriverci. Per semplice pudore. Per questo, però, ci vengono incontro e aiutano molti scrittori.  Per questo alterno eterogenee letture e, sempre, rileggo il meraviglioso quanto naturale noto.  “Lo scialle andaluso” di Elsa Morante.

25stilelibero

 

Selfie

“Selfie” di Agostino Ferrente è un film che va visto, perché se nelle logiche e schiavitù tribali e umorali rappresenta tristemente il nostro tempo schizofrenico, quello del protagonismo e dell’estetica, dell’assenza di intimità, della bulimia d’esibirsi e mostrarsi, vi contrappone la storia di due ragazzi del rione Traiano di Napoli.

Una come tante, con la peculiarità di non farsi contaminare, di restare impermeabile alla malavita circostante come al Selfie. Alessandro e Pietro si compiacciono nel riprendersi continuamente e ritrarre la propria esistenza su pezzi di vetro, ma l’iphone e la consapevolezza di essere, sempre, protagonisti, non li intacca. Non li cambia. Non c’è selfie che tenga. Capace di intervenire a modificare questi due ragazzi di periferia, che vivono solo della propria sincera amicizia. Così come il selfie non intacca un amore possibile tra le ragazze del rione e i futuri fidanzati, anche dovessero finire in carcere, lo status più diffuso, o accollarsi un ergastolo. Se è amore sopravvive e merita fedeltà, anche nella povertà e ignoranza, nella fatiscenza di una periferia omologata, opaca come gli affari manovrati dal centro di Napoli fin lì. Quelli della camorra, dello spaccio di droga, delle frequenti rapine, degli omicidi per sbaglio e lo scambio di persona.

 Alessandro e Pietro sono due eroine, loro malgrado, poiché interrompono una sequenza sociale pur non disponendo di grandi possibilità e mezzi. Combattono con la semplicità e il candore della propria amicizia, commuovendosi, esibendo la propria assenza di sovrastrutture. Si spogliano di tutto, di pudore che per i Latini era puzzo, di diaframmi, di filtri che possano mostrarli migliori e diversi da come sono.

E invece no: rivendicano esattamente quei sentimenti lì, che li salvano e rendono diversi dal contesto sociale che li vorrebbe soggiogati ad una landa opaca. Descrivono il proprio fisico butterato e pingue, sudato, le loro lampade mal riuscite, i capelli azzeccati e poi scarmigliati, i letti barocchi e kitsch approssimazione povera di Gomorra. Si mostrano affaticati, ostentano l’estetica antiestetica delle loro esistenze, la loro scomposta commozione, poco virile e rispondente ai canoni di una periferia tribale e machista. Utilizzano il mezzo tecnologico per comunicarci un messaggio anti-tecnologico e controcorrente, che non massifica ma differenzia verso il basso, verso la loro povertà di cui non vergognarsi.  Si differenziano nella povertà come nell’amicizia, nell’assenza di alternative pur di non consegnarsi all’illegalità deflagrante e straripante. Questa è la rivoluzione del Selfie, quello realmente democratico e sociale. Alessandro e Pietro sono due partigiani, due resistenti in un clima sociale che li vorrebbe drogati di egocentrismo e malaffare. Ferrente fa breccia con la storia di un’ingenua profonda amicizia ai nostri tempi, quelli in cui nel 2017 un sedicenne del rione Traiano di nome Davide Bifolco viene ucciso per sbaglio da un carabiniere. Ferrente vuole ricordare l’orrore di questo omicidio, errore che deflagra nella cronaca, una vita bruciata, raccontandolo attraverso la vita di due amici.

David Giacanelli

Bangla immagine

Già, perché andare a vedere “Bangla” al cinema?

Perché un’opera prima scritta, girata e interpretata dallo stesso ragazzo bengalese che tenta di farci comprendere i disagi di un giovane romano che proviene da una famiglia osservante. 

E così, a farne le spese non è solo la scelta del cibo, il giorno del riposo, i tempi e la concezione dell’esistenza ma, soprattutto, il tentativo della famiglia di volerlo sposato, come la sorella, ad una donna della comunità bengalese e il rispetto dei precetti della propria religione.

Così l’astinenza sessuale, se concepita fuori del matrimonio, e l’impossibilità di avere più relazioni: la poligamia è vietata in Italia.  Il tutto miscelato e subito da Phaim che lavora come steward in un museo, si raccoglie quotidianamente in un parco sciogliendosi in soliloqui con l’amico pusher Matteo, la musica che gli fa incontrare Alice. Il suo quotidiano è sarcasticamente descritto da un ragazzo, italiano, a tutti gli effetti, nella parlata come negli atteggiamenti, nell’attaccamento al proprio quartiere, nella musica come nella frequentazione degli amici, che sente il peso e l’estraneità dal presente della propria storia famigliare. Fatta di un padre trasportatore, assente e idealista, una madre casalinga che ordisce e controlla tutti i piani, anche quello di tornare a Londra. Il paese colonizzatore, la chimera, il sogno felice di prosperità e opulenza economica è sempre dietro l’angolo. Il modello cui anelare. Osservanti, insomma, che si industriano affinché la sorella sposi un altro pachistano controvoglia e che la tradizione, a Roma, sopravviva ad ogni costo. Due genitori poco integrati, a differenza delle prime e seconde generazioni nate in Italia, i loro figli e gli amici dei loro figli.  Cittadini italiani, questi ultimi, a tutti gli effetti dopo il compimento del diciottesimo anno di età.  Regole ereditate senza discussione, che poco riescono a forgiarli. Phaim è già cittadino del mondo, come lo è la sua Torpignattara multietnica e non come Piazza Vittorio e l’Esquilino che ormai sono diventati, ai suoi occhi, “multietnicità da fighetti”, perché popolato da attori e registi, troppa intellighenzia. Il nuovo laboratorio sono le periferie, ancora non attecchite completamente dalla gentrification, con la loro musica e la street art, i dipinti che rivestono facciate che non si piegano a nessun cambiamento climatico. Periferie rispetto a cosa? Molta ironia e sottile quanto sagace riflessione su leggi antiche e un ordinamento italiano asincrono rispetto alle nuove realtà sociali e ai fenomeni migratori, di cittadinanza e diritti da acquisire.  Famiglie a confronto, moderne e antiche, dove ogni nucleo originario è pronto a modificarsi.  Phaim si descrive in modo cinico e potente, uscendo fuori più italiano di ciascuno di noi, intimamente italiano, attaccato al proprio quartiere come alla città, alla ragazza dei propri sogni, Alice. Riesce a demolire ogni tabù e pregiudizio, a ridicolizzare con semplici dialoghi senza proporre un film a tesi o troppo impegnato, circoscritto a lemmi che gridano giustizia, troppo ideologizzato.  Scorre la trama e le sue parole, semplici ma efficaci, rappresentative del contesto sociale che si vuole rappresentare e provare a interpretare. Siamo tutti Italiani e Bangla.  E non è un modo di dire, facile retorica, per alcuni “buonista”. Prima o poi i suoi genitori vorranno trasferirsi a Londra per aiutare uno zio che ha aperto un’attività lì. Come farà  Phaim con Alice della quale è perdutamente innamorato e che lo asseconda, per il momento, nelle astinenze e aderenze alla propria tradizione? Come farà con i propri amici, la band Moon Star Studio?  Il film non si conclude con una tesi predefinita: lascia tutti nella suggestione di una storia aperta a ogni possibilità, al buon senso e a ogni possibile riuscita. Il film ripresenta il tema del multiculturalismo e dell’esigenza di far convivere più anime in una Roma sgangherata, di periferia, dove tutto è in continuo movimento, oltre le leggi antiche, i diritti troppo stretti e circoscritti, oltre i tabù, le barriere culturali, i muri cui si contrappone una realtà che viaggia sempre più veloce di chi la amministra e governa sia nella dimensione famigliare e locale, che nazionale.

 

David Giacanelli

 

 

 

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