Non vedo ricette certe. Non so. Assisto, sgomento, alla storia del paese che abito. Perché lo amo, ci vivo e pertanto cerco di comprenderlo continuamente. Certo è, che da quando sono nato, non ricordo un periodo peggiore di questo. Si tratta della crisi. Questa parola, che non è più un segno, ci trapana il cervello e fa capolino, di continuo, nella quotidianità, nei ragionamenti, nelle proiezioni, nelle difficoltà. Sempre più. Ogni giorno. Prima ci sfiorava, ne colpiva qualcuno, ora non guarda più in faccia, non fa distinzione e ci coinvolge tutti. Non sono un economista, non ho ricette: constato, solamente, che la gente sta male. Che sempre più conoscenti, amici di amici, miei parenti perdono il loro posto di lavoro. Contratti a tempo indeterminato che saltano all’improvviso. Consulenze che non sono rinnovate. Lavoro in nero azzerato. Mai occupati che continuano a essere disoccupati. Non può essere solo per indolenza, incapacità personali, difficoltà di accesso alle informazioni minime che ti consentono di trovare uno straccio di occupazione. Famiglie che già faticavano ad arrivare dignitosamente alla fine del mese, cominciano a ripensarsi completamente. Chi ha una famiglia in vita che l’ha preceduto, un padre e una madre, i più fortunati un nonno, può a volte salvarsi. A me pare, a un’analisi immediata e sicuramente di pancia, che soprattutto in congiunture come quella che stiamo vivendo, le prime risposte certe vengono dagli ammortizzatori sociali naturali. Un padre e una madre, però, anche quando ci sono, non sono per sempre. Con le loro pensioni, le loro presenze a tamponare le voragini sempre più ampie di una giornata lavorativa infinita del figlio, sono fugace palliativo e non risoluzione. E il dopo di loro? Come vivremo noi, prima generazione del dopoguerra che versa in condizioni peggiori della loro? E’ un ritornello assillante, cantilena demagogica e per alcuni, a chi fa comodo, anche populista. Come vivranno i miei nipoti? Comincio a lamentarmi davvero, che è un eufemismo, perché di strumenti non ne vedo per niente. Né vedo una classe politica che seriamente tenti di fornire una risposta. Non voglio ribadite le percentuali dei senza lavoro, quelle della povertà che si allarga a divorare progressivamente tutto il ceto medio e non mi da alcun sollievo conoscere quanti soldi il Governo penserà di stanziare per colmare parte di questa crisi. La consapevolezza che un disagio è collettivo non aiuta, non sottrae sofferenza né fame. Ho bisogno di risultati immediati, di capire come fronteggiare la situazione. Per questo, sì, sono indignato. Come le migliaia di persone che sabato 15 ottobre hanno manifestato pacificamente per il centro storico di Roma. Una giornata che è finita tragicamente, ma il cui senso non voglio in alcun modo strumentalizzare. Anche gli articoli che ho letto, quasi tutti, non hanno fatto che aggiungere indignazione alla precarietà già esistente. L’unico dato che emerge, chiaro e incontrovertibile, è il disagio di quelle piazze e quelle strade, il nostro. ‘Perché se intere famiglie si sono riversate per le strade di Roma a manifestare la propria indignazione, qualche cosa vorrà pure significare?! E non mi tranquillizza apprendere che anche le Istituzioni hanno compreso il messaggio, che non hanno biasimato quella gente: vorrei vedere! Credo, veramente, che la gente non desideri più comprensione, bensì risoluzioni immediate, risposte. Molti di noi torneranno a fare qualsiasi tipo di lavoro, tutti dignitosi, contrariamente all’indignazione interiore, pur di sopravvivere. E, forse, non avremo più il tempo di ragionare troppo e, anche questo, ci farà in parte bene. Non esiteremo più, come un tempo, sulle occupazioni possibili, perché ad averne… Nessun filtro o selezione. Si lavorerà tutti. Il fondo è toccato e, se questo non è il fondo, quanto ci manca?! Possiamo stare peggio di così? Vedo solo, invece, la rete che naturalmente si crea tra i cittadini in questi casi. La rinascita, spontanea perché urgente, di una naturale solidarietà. Prolificano comitati di quartiere, circoli, associazioni senza scopo di lucro, nuovi centri di collocamento con lo scopo di promuovere diritti. Diritti civili e sociali. Si riparte anche e soprattutto da qui. Le battaglie culturali, di fronte a questa gravità, forse non bastano. Creano altra consapevolezza ma non lavoro. Le reti, trasversali, si riproducono sul territorio, così come la solidarietà e le denuncie sul web, sui giornali, i media tutti, il passaparola passato in disuso. La crisi, la si conosce, la si tocca con mano, quando un tempo in molti la relegavano a uno spazio della mente, lontano, uno spettro da cui difendersi ma comunque lontano, alla lettura di uno scomodo editoriale, al ricordo naif del genitore che aveva vissuto l’immediato dopo guerra. Ora è tornata e ci attraversa. Invade intere generazioni di giovani, cresciute e allevate nelle migliori intenzioni, preparate a realizzare grandi sogni e a vivere in un mondo dove grazie alle proprie sole convinzioni, tenacia e preparazione era possibile costruire e costruirsi. E’ la stessa che bussa alle porte di chi, anche se per poco e senza pretese, ha conosciuto la fortuna di uno stipendio. Non sento che ripetersi, in ogni dove, la necessità di attuare una patrimoniale e di punire parallelamente il fenomeno dilagante dell’evasione fiscale. Possono bastare questi due elementi per tamponare il nostro debito? Forse è arrivato davvero il momento di impegnarsi, tutti, in modo diverso. Forse qualcuno, accreditato per farlo, per il ruolo che ricopre e per il quale è lautamente pagato, dovrebbe cominciare a indicare da subito tutte le strade percorribili, a svelarci come sopravvivere, da dove rimboccarci le maniche e sudare. Dormire, forse, lo facciamo già poco e male, perché di brutti pensieri e paure sono già affollate le nostre giornate e stanchi i nostri corpi.