“Mi deve trecento, signora” è il romanzo di Grazia Zucconelli, edito da Sangel, appassionato racconto di una madre. Una storia vera, che ha l’handicap come protagonista incompreso nel nord Italia. Una bambina, Giulia, primogenita di una coppia, che irrompe nella vita dei propri genitori dapprima con entusiasmo poi con amarezza e dolore. Ottantotto pagine, con la prefazione della psicologa Sara Giugni, ci raccontano il calvario di una famiglia che vuole risposte e non ne riceve, che si distrugge, che è cresciuta nella consapevolezza di autodeterminarsi sempre abbracciando gli ideali della società del ‘68. Una famiglia destinata a consumarsi, ad esaurirsi per l’impossibilità di controllare e ricevere risposte dal mondo scientifico, se non contrastanti, tardive e comunque costose per una famiglia monoreddito. Il racconto non ha una fine: pone un problema. L’autrice di proposito lancia un sasso per aspettarne eco e ritorno. Ancora oggi un figlio disabile può costringere dei genitori a percorsi di disumana violenza e frustrazione, può annientare legami e, soprattutto, non ricevere minime risposte scientifiche e di supporto. L’Handicap di Giulia, la figlia, invece di unire e rinsaldare il legame sentimentale dei genitori ne sottrae forze, ormai residue, fino ad annullarne il senso. Rimane amara e vuota consuetudine oltre a un secondo figlio, Claudio, partorito anche questo tra il dubbio, l’angoscia e la rinnovata paura. Quando tutto sembrava svolgersi nella regolarità e normalità di un’esistenza, un interrogativo sempre taciuto, più dalla madre che dal padre, emerge in tutta la sua violenza al secondo anno di Giulia. La bambina non parla, se non attraverso monosillabi, e non formula alcun tipo di concetto. Sarà normale? I genitori cominciano ad essere sbattuti da un divano all’altro di differenti studi medici, più o meno autorevoli, e annaspano. Fanno fatica a trovare nesso e senso nelle parole dei medici: la diagnosi iniziale, sempre la stessa, è che la bambina è troppo piccola, che delle lentezze nei primi anni di vita sono plausibili e non c’è nulla di riscontrabile, in base ai numerosi esami fatti, che possa indurre ad una diagnosi preoccupante. Enrico ed Elena che sono già lontani e pieni di rancore per quel parto non riuscito, che si vomitano addosso la responsabilità e il fallimento, finiscono a vivere da separati. Enrico dirada sempre più la presenza trattenendosi in fabbrica e nelle riunioni del partito in sezione, mentre Elena è sola nella casa a gestire l’onta. E’ depressa e vuota, sgombera di presente e futuro, si lascia vivere per la figlia e solo ricorda frammenti del passato, di quando era studentessa, delle lezioni di filosofia di un professore ingombrante e i dialoghi con l’amica del cuore sulla maternità. Il romanzo, breve e intenso, che corre e ci tiene legati alla tensione psicologica di una madre, rende benissimo il contrasto tra l’incuria di certa medicina e la formazione borghese di questa coppia che, vissuta nel ‘68, da una parte rivendicava la paternità come scelta consapevole e da autogestire, ma non era comunque supportata da scienza e medicina.