Alla fine, credo, rimane solo violenza se non arriveranno risposte veloci e chiare. Governo tecnico va bene. La gente è provata. La maggioranza della popolazione italiana è provata. Le consultazioni di giovani e donne sono già un buon inizio, così come l’apertura del Presidente Napolitano alla necessità di cambiare la legge per la cittadinanza degli immigrati. Esplicitamente si comincia a riconoscerne l’importanza, anche e soprattutto economica, per l’attività svolta nel nostro paese, e sono ricacciate le dichiarazioni strampalate di chi blatera di parlamenti del nord con annesse deliranti considerazioni. Quelle cui siamo abituati.

Ci sono segnali di cambiamento, ma la violenza continua a montare, più o meno silente. Acquista le vesti dell’indolenza, della chiusura, dell’assenza di pazienza: nichilismo, peggio ancora, disperazione.

“Game over”.

E forse, davvero, il tempo è scaduto. Lo è per molti. La violenza non la vedi, se non in alcune manifestazioni puntuali. E non pesano per niente le ordinanze contraddette, mai osservate e sulle quali sono pronti ricorsi di sindacati. Non le percepisci sempre le violenze, perché emergono a tempi alterni, nelle occasioni decisive. Da cittadino ho paura, come tutti d’altronde. Timore e, a tratti, evidenza di non farcela, che la crisi mi/ci divori. Che molti miei amici, “fratelli”, “nipoti” e semplicemente conoscenti, non escano da questo gorgo di desolazione. I tempi saranno lunghi. “Lunghi”. Quanto? Per chi perde un lavoro oggi, con contratto a tempo indeterminato, quando e come sarà possibile riallocarsi? Per chi rimane collaboratore a progetto da anni, che prospettive si schiudono? Co co co, co co pro, coccodé. Apprendistato. Flessibilità. Un po’come per i mancati pacs, i di do re, le dat, i testamenti biologici, le libertà civili. Non se ne esce. Le famiglie, per quei pochi, non potranno esserci sempre a coprire le spalle, e comunque anche loro sono in perenne affanno. Anche loro che hanno abdicato a una relativa tranquilla vecchiaia per votarsi, ben oltre i sessanta sette anni, al lavoro più o meno coatto, declinato in molteplici assistenze, a garantire ai propri nipoti una sopravvivenza, e un respiro in più ai propri figli in attesa che si riallochino se hanno già conosciuto il privilegio di un lavoro.

Quanto possiamo spingerci ancora e oltre? Attendo l’incipit del “buon esempio”.

La violenza, però, con il “buon esempio” ci fa ben poco. Non è soddisfatta. Una rivoluzione dal basso, pare inarrestabile. Enfasi al cambiamento democratico, radicale, che porti a far emergere nuove forze rappresentative: giovani, non necessariamente nell’accezione anagrafica del termine, ma che lo siano nei ruoli. Giovani, giovani i ruoli, anzi giovani nei ruoli. Un impegno tangibile, ecco perché vedo positivamente il governo tecnico. Per un attimo, ridestati dal terribile torpore per altro sempre evidenziato e combattuto negli ultimi dieci anni, si torna a parlare di contenuti e di necessità di collaborare. Ancora una volta si parla di reti. Si comincia a capire che, nel dramma dell’urgenza, esistono solo priorità. Che l’agenda va condivisa trasversalmente per garantirci una sopravvivenza. E, su questo punto, tutte le forze politiche del Paese dovrebbero necessariamente accordarsi. Chi non lo intende è prigioniero di logiche e tattiche esclusivamente politiche e, dunque, non ha alcuna emergenza, non conosce l’affanno e la precarietà e continua a vivere di sovrastrutture.  Di intelletto che non conosce urgenza. La strada è, comunque, tutta in salita. Bisogna percorrerla senza inutili perdite di tempo, senza scorciatoie.  Insomma, la povertà e disperazione generano violenza e questa prolifica di secondo in secondo, dimentica delle Istituzioni e di un civile confronto. Non sono più chiari i canali attraverso cui far emergere il ruolo giovane, se mai lo sono stati. “Chiari”, intendo. Come fare per fare, per realizzare e realizzarsi. Come? Quali i canali conosciuti e istituzionali? Da dove dovrebbero scaturire i  giovani pensieri? Da dove il  cambiamento dirompente, nessuna tautologia espressiva.

Il contenuto fondato e capace di certo cambiamento. Noi, non troppo fiduciosi, continuiamo a guardarci, ad aspettare e, nel nostro piccolo, a combattere e resistere.

 David Giacanelli