Concordo con la reintroduzione dell’Ici, oggi Imu, per la prima casa. Convengo che questa tassa sia modellata sull’effettivo valore dell’immobile: grandezza, qualità, territorio, se è prima, seconda e per i più fortunati terza casa. Ritengo necessario un controllo efficace e puntuale sui valori dichiarati degli immobili, perché è in base a quest’operazione che si potrà comprendere come meglio applicare l’Imu.

Non riesco a comprendere, però, come si faccia a pensare che una tassa ispirata ai principi di “equità” e “progressività”, debba escludere l’introduzione di una patrimoniale per i redditi e i patrimoni consistenti del nostro Paese. Credo la patrimoniale sia indispensabile per chiudere il cerchio degli interventi impopolari ma quanto mai necessari. Ritengo sia un inevitabile provvedimento da realizzare e che restituisca un poco di giustizia a tutti noi. Il principio, essenziale e sacrosanto, è che tutti dobbiamo contribuire al risanamento del nostro Paese e, ciascuno, secondo le proprie possibilità. Il Governo Berlusconi, ispirato al liberismo puro e al concetto economico – culturale del “self made man”, non poteva e non può tutt’ora che osteggiarla, ma un governo tecnico come l’attuale a mio avviso ha il dovere di pensarla e concretizzarla. E’ un Governo di tecnici, appunto, non di imprenditori. E un provvedimento impopolare si rende indispensabile per la situazione disperata del nostro Paese, lo si deve a tutti gi italiani onesti che ogni giorno saranno costretti ad ulteriori sacrifici in nome di un bene, forse, futuro. In nome di una responsabilità collettiva, della democrazia. Questo non è populismo né demagogia: è ricominciare a pensare concetti essenziali, non ovvi, dimenticati per anni dalla classe politica dirigente nel terrore del mancato appoggio elettorale. Quando la sostanza supera la politica, allora, non ci sono più scuse e si crea lo scontro. Anni su anni. “Res publica” e “collettività” sono le  parole quasi stonate, tanto eravamo avvezzi a non ascoltarle più, che devono ispirare ogni azione del Governo tecnico. E nella collettività c’è che, come ribadito pochi giorni fa, chi è stato fin’ora “meno disturbato” debba esserlo adesso. Tutti dobbiamo dare secondo le nostre possibilità, nessuno escluso. Senza “ma” e senza “se”, pregiudiziali di alcun tipo. Scontentando, all’occorrenza, qualsiasi elettore ed elettorato, qualsiasi oligarchia. Un Governo tecnico, proprio in quanto tale, può costituire un’imperdibile occasione per cogliere traguardi che, paradossalmente, un governo politico non riuscirebbe a conseguire.

Allora plaudo alla lettere che molte associazioni, ieri, hanno inviato al neo Presidente del Consiglio Mario Monti affinché inserisca nella propria agenda politica non perdendola di vista la questione dei diritti civili e sociali. Lo trovo fondamentale. In Italia, rispetto a queste tematiche, si sono sempre fatti pochi e contraddittori passi, infuse false speranze e, ad un passo dal difficile ma agognato voto per una “sacrosanta” legge contro l’omofobia, tutto si è dissolto. E’ come se a partire da quella infausta giornata, la gente avesse smesso di sperare e si fosse ripiegata su se stessa. Mi rendo conto che il nuovo Governo dovrà, prima, affrontare le misure urgenti della riforma delle pensioni e, appunto, la reintroduzione dell’Ici oggi Imu, ma che si occupi anche di diritti civili e sociali. ‘Ché ancora in questo Paese, anche se tra i più sviluppati nell’Unione Europea, facciamo difficoltà a parlare soltanto di unioni di fatto, di testamento biologico, di adozioni per coppie e per genitori single, per non parlare delle coppie dello stesso sesso. In questo Paese sono sempre poche le misure per contrastare l’omofobia e, seppure trattasi di un governo cattolico in un Paese cattolico, ci aspettiamo almeno dei segnali. Attendiamo una volontà laica necessaria per affrontare una realtà, una popolazione che si è già evoluta e che, pertanto, non è di fatto più rappresentata in alcuni casi dal sistema legislativo vigente, rappresentativo invece solo degli interessi della classe politica fino a pochi giorni fa al governo. Considerato il divario sempre crescente tra “governanti “ e “governati”, che ha contribuito a decretare assieme ad altre molteplici motivazioni il fallimento del passato Governo Berlusconi, speriamo che questa enorme putrida gora dove finiscono tutti i nostri ideali e convincimenti sia debellata da un’apertura mentale dei Ministri tecnici. Questi ultimi devono agire sì in modo impopolare ma, prima di tutto, incarnando i tempi nei quali vivono e costringendosi a capirli affondo per interpretarne senso ed istanze. Quindi, se Ici sì, vogliamo anche una patrimoniale e, aspettando ancora qualche giorno per formalizzare i primi provvedimenti del Governo Monti, auspichiamo anche questa Ici sia per la prima volta estesa a tutti gli immobili ecclesiastici. Questo sarebbe già un primo segnale non indifferente. Poi ribadisco la necessità della patrimoniale: se è vero che la ricchezza degli italiani, elaborazione dati Istat, è concentrata per gran parte, almeno il 50%, solo sul 10% della popolazione, non vedo perché non debba essere pensata ed applicata una tassa ad hoc su questa ridicola percentuale.

E non si tratterebbe di un provvedimento punitivo, bensì di democrazia. Così come l’estensione dell’Ici agli immobili ecclesiastici, numerosi nella Capitale e non solo. Generalmente parliamo di immobili che sono diventati alberghi, bed and breakfast, scuole, intere palazzine destinate al turismo. Insomma, non ci vorrebbe poi tanto a comprendere quanta ricchezza potrebbe essere recuperata attraverso questa “democratica” operazione. Un’operazione che, per altro, abbatterebbe una concorrenza di fatto sleale: pensiamo, infatti, a quanto rendono alla Chiesa i propri immobili esenti dall’Ici e destinati comunque al turismo rispetto agli stessi, non della Chiesa, che devono pagare puntualmente tutte le tasse occorrenti. Concorrenza sleale, ripeto. Basterebbe ragionare su questi pochi elementi per comprendere che una crisi di tal fatta, che sta disintegrando la borghesia e il ceto medio per articolare, in diverse sfumature, la macro classe di indigenti e poveri nella quale confluiamo o stiamo per confluire per capire che bisogna osare. ‘Ché non c’è più tempo. La borghesia non esiste più. A contrapporsi solo elite imprenditoriali e povertà variegata. Mi auguro che questa parentesi rappresentata per altro da tecnici di grande levatura si configuri come un momento nel quale si prendano provvedimenti importanti ascoltando, però, un elettorato sempre più riottoso e depresso. Questo sì. E’ necessario parlare con i giovani quarantenni che progressivamente stanno perdendo un’occupazione con contratto a tempo indeterminato, come a quei giovani laureati e pieni di titoli che non sono riusciti, a trent’anni suonati, a raggiungerne una prima di occupazione, e ancora a i cassa integrati e alle donne. E’ necessario parlare a famiglie, le nostre, sempre più monoreddito e con un solo figlio. Sempre secondo i dati Istat di questi giorni, anche la composizione della famiglia del Meridione è ormai cambiata. La povertà ha avvicinato il Sud d’Italia al Nord e le famiglie, adesso, appaiono tutte uguali. Se si escludono i redditi, più alti al Centro e al Nord Italia, la famiglia “numerosa” non esiste più. Persiste una generazione di anziani, spesso unico ammortizzatore sociale rimasto per dei figli mai integrati e per di più con prole, ma abbondano le famiglie con figli unici tutti dediti all’informatizzazione. Che non costituisce necessariamente un bene. Fa emergere, al contrario, l’impellenza di volere soddisfare bisogni non certo “primari” anche nel bel mezzo di una povertà a volte incombente, altre già dilagata.

David Giacanelli