Cara Mina,

in questa circostanza mi sento solo di scriverti. Il mio affetto già lo conosci e lo hai riconosciuto nelle tante iniziative che abbiamo condiviso. Domani probabilmente non riuscirò ad essere alla Camera, perché il momento storico non me lo consente, perché il tempo mi divora assieme alla sua cupezza. Però voglio scriverti per ribadirti che l’averti incontrata e conosciuta, ormai diversi anni fa, mi ha davvero cambiato l’esistenza. Voglio urlarti, ancora una volta, quanta ricchezza mi hai trasmesso, quanto coraggio nell’espressione, nel formalizzare la convinzione. Sui contenuti è stato facile convergere. Da laico quale sono abbraccio tutte le tue/nostre battaglie che un giorno, non troppo lontano, spero possano centrare l’obiettivo. Tante volte ti ho intervistata, tante le conversazioni, i caffè assieme, una deliziosa cena a piazza Don Bosco. Ricordi? Ti chiedevo di leggere il mio breve romanzo, “Il comune della gente”, per farne, se lo avessi desiderato e ti avesse convinta, una postfazione. Lo hai letto. Ti sei presa il tuo tempo, tra mille impegni e spostamenti geografici in lungo e in largo per il nostro paese, e poi mi hai inviato la tua postfazione. La ricordo a memoria. Ricordo l’esempio che hai addotto, di una tua amica insegnante di danza che, in tempi di precariato, si era dovuta reinventare cassiera in un supermercato. Erano due anni fa. E la tua amica, oggi, è la realtà più diffusa. Ma la semplicità con la quale mi descrivevi l’evento, il coraggio con il quale si possono affrontare i grandi stravolgimenti di una esistenza fino al gesto consapevole di volere scriverne la “fine”, mi rivelano ancora l’enorme forza che racchiudi. Piccola, grande, disarmante amica mia. E’ anche grazie a te che questo Paese deve imparare a ripensarsi e, se non lo farà, perderà la sua grande occasione di civiltà. Sei stata la moglie di Piergiorgio, un uomo eccezionale. Oggi continui ad essere sua moglie, ad essere la radicale Mina Welby, colei che contesta il ddl Calabrò, che si spende in innumerevoli iniziative per promuovere i registri sul testamento biologico. Ancora ricordo quando d’inverno venni al Municipio di Cinecittà per firmare il testamento. Volevo che fossi presente tu. Come dovessi sposarmi. Buffo, non trovi? Ma la tua presenza, in quel momento, era fondamentale. Ricordo che il sole stava già tramontando, le giornate erano brevi, eppure la luce invernale di una intensità eccezionale. Era il giorno del mio matrimonio laico con la vita e la sua essenza. Di strada ce n’è davvero troppa da fare ancora, e mi sembrano inconcepibili oltre che medioevali quelle posizioni politiche che intralciano le tue/nostre idee. Non c’entra la fede, ma la dignità delle persone, il pudore, il rispetto intellettuale, c’entra una vita che sia degna d’essere vissuta. Solo questo semplicissimo e universale pensiero senza sovrastrutture. Ancora ricordo quando in via Poli, alla presentazione del saggio “Sì, cambia!”, al quale avevo lavorato intervistando tredici famiglie proprio sui temi dell’eutanasia, del testamento biologico e dell’obiezione di coscienza dei medici rispetto alla nascita, sedevi timida in prima fila. T’invitai ad intervenire: eri felice di esserci, di testimoniare, ma in quell’occasione lasciasti che fossero gli altri a parlare. Allora si affrontò il tema della relazione tra genitori e figli disabili. La disabilità percepita da chi l’aveva partorita o da chi aveva fatto la scelta opposta, consapevole delle difficoltà alle quali sarebbe andato incontro. L’aborto consapevole. Ecco, questi temi continuano ad essere maledettamente attuali ma non credo, triste ammetterlo, sia un bene. Bene è sollevare il problema e fomentare una discussione e un confronto, come facemmo lo scorso inverno all’Esquilino, dove incantasti ancora una volta quelle donne e quegli uomini che erano accorsi per ascoltarti. Se dopo anni ci ritroviamo arenati allo stesso scoglio, però, vuol dire che ancora c’è troppo da fare. E credimi, piccola grande Mina, che se ho il coraggio e la forza, residua, di continuare a parlare e battermi su queste temi, lo devo a te. Grazie. Ti voglio un bene enorme, ma questo già lo sai.

David Giacanelli