A Shinjuku mi ero costretto a non pensare più all’Italia e ai nostri problemi. Questione di poco tempo, qualche giorno di desiderata sospensione dopo un anno di faticoso lavoro. Come per tutti, d’altronde. Sei giorni dall’altra parte del mondo, nel Pacifico, lontano dalla miopia del paese che riesce sempre a deludermi.

Inghiottito dall’abbagliante luce al neon che avvolge Tokyo ovunque e a qualsiasi ora del giorno. Luminarie che si arrampicano su tronchi, in cima ai numerosi grattacieli multiformi, sui marcia piedi puliti come lo sono le metropolitane e le stazioni ferroviarie. Piste ciclabili e percorsi per non vedenti in ogni angolo più remoto della superficie metropolitana e l’incapacità di proferire quella parolina tanto abusata dalle nostre parti: “no”. Non sto qui a tessere le lodi della capitale giapponese, né m’interessa ripercorrerne la storia, non sempre edificante, al contrario, ma certo dall’Italia non possiamo permetterci di pontificare su nulla.

“Pontificare”, poi, lo trovo gretto a prescindere. Soltanto poche considerazioni: efficienza, funzionalità, qualità minima della vita garantita a tutti, criminalità che si approssima allo zero, possibilità di lavoro nonostante anche lì una crisi incipiente. La mia seconda volta a Tokyo, sempre da viaggiatore. Viverci sarebbe diverso. La lingua un problema oggettivo: in pochi, contrariamente a quanto si può immaginare, parlano l’inglese e per ovvi motivi la pronuncia e completamente differente. La scrittura, anche. Ideogrammi. Insomma, differenze spiazzanti ci sono, connaturate alla cultura di un popolo, ma non l’indolenza, non la pigrizia. Arrampicandomi per le strade di Rappongi, di Shinjuku, perdendomi negli incroci caotici di Shibuja e visitando le cattedrali informatiche di Asakusa, o recandomi  ai piedi del monte Fuji ho avuto la sensazione che qualcosa sarebbe accaduto, comunque. Un movimento. Un’idea di dinamismo architettonico, culturale e  sociale. La considerazione,  mi rendo conto, è dettata da una continua piacevole suggestione che, per contrasto, mi riporta al mio paese.  L’Italia che amo profondamente, ma nella quale fatico a riconoscermi. Fatica e malcelato imbarazzo mi accompagnano sempre.

Le nuove migrazioni di italiani non fanno più notizia: giovani laureati preferiscono partire per un sud America in costante crescita economica, dirigersi verso l’Australia – meta tra le più gettonate negli ultimi dieci anni – o ancora verso lo stesso Giappone, la Cina e parte del Sud Est asiatico. Ritorno al presente e abbandono anche le atmosfere de “La città incantata” di Miyazaki e la letteratura di Murakami che con 1Q84 mi sta devastando, nelle quali è facile perdersi quanto difficile ritrovarsi.

 Oggi scatta l’ora delle liberalizzazioni. Un passo avanti spero, nonostante ogni casta “toccata” dal provvedimento si abbandona ad invettive per il  liberismo scellerato, che non risolverà alcun problema determinandone, invece, di peggiori. ‘Ché una liberalizzazione sensata debba poggiare su regole ben precise, su questo conveniamo tutti. Fin’ora, però, siamo rimasti immobili, impantanati e bagnati da torrenti limacciosi. In Giappone ultimamente si legge dei “Little People” che silenziosamente agiscono e determinano il cambiamento e, considerata la loro misura, passano inosservati. Una trovata letteraria quella dei “Little People”, una chiave della narrativa contemporanea, ma la continua necessità di considerare due mondi paralleli dà l’idea dell’estremo bisogno di evadere e immaginare una dimensione parallela a quella nella quale siamo costretti. Murakami ipotizza l’esistenza di due lune in un mondo al quale si accede dopo una torsione spasmodica del corpo. Un tic tac. Una frattura eloquente:  un attimo, contraddistinto da una precisa percezione psico-fisica, nel quale un uomo passa dal mondo reale ad un altro, parallelo, vero solo per chi valica il guado.

Una luna è quella visibile a tutti, di colore giallo, mentre l’altra, più piccola e di colore verdastro, le si adagia accanto. La seconda luna  non è visibile a tutti ma a chi, irrisolto per le più svariate ragioni, è colto dalla spasmodica torsione. Una realtà metafisica e parallela, anche se dolorosa e foriera di confusione, serve come opportunità di riscatto per chi è refrattario al cambiamento e alla consapevolezza. Non riuscendo ad osservare la seconda luna e a vivere una realtà parallela mi costringo al presente. Quante volte ho pensato che sì, che stava cambiando qualcosa, che si era innescato un processo irreversibile di miglioramento collettivo. Stento a vedere un qualche risultato. Ora mi aspetto almeno una nuova legge elettorale condivisa da tutte le forze politiche italiane, l’affossamento del “porcellum” e, se non sarà possibile, primarie territoriali ad oltranza, a tutti i livelli istituzionali, per scegliere quei nomi che continueranno a costituire le liste bloccate. Mi aspetto che vengano fuori quei venti nomi dei parlamentari che si sono opposti, secondo l’agenzia Dire, al taglio dei propri vitalizi. Mi aspetto che per la tragedia della Costa Crociere la giustizia faccia il suo corso e che il Ministro Severino porti a compimento la sua riforma, là dove la Fornero è già parecchio avanti. Non ci resta che monitorare e documentarci e, all’occorrenza, trovarci pronti per esprimere  dissenso e pretendere un presente diverso.

David Giacanelli