“Hanno già raccontato tutto”- mi disse.

“Bene, allora di cosa posso parlare?”

“Devi prendere il lettore alla gola, devi sapere inventare e stupire allo stesso tempo. Devi scendere in profondità, devi colpirlo e arrivargli alla testa e alla pancia. Ma devi saperlo fare”.

“Una bella storia” – andavo ripetendomi come un mangianastri inceppato.

Una bella storia, però, prima di essere scritta bene deve avere un contenuto eccezionale, che sia dirompente e di eccezione, appunto. Deve esserci un tema forte. Tanto forte da suggestionarti in partenza.

E quale può essere questa idea geniale se è stato già raccontato tutto. Una considerazione che scaturisce dalle ampie letture sulla narrativa contemporanea italiana e straniera è che spesso lo scrittore, proprio per ottemperare all’esigenza di “straordinarietà”, deve oggi inventare una realtà metafisica, immaginare personaggi e ambientazioni paralleli alla realtà già troppo indagata.

Scavare nella propria immaginazione per raccontare di mondi paralleli che vivono nella sua mente, la propria proiezione alla stregua di sogni piuttosto alterati. Che non è un ossimoro. Un sogno difficilmente può essere “non alterato”, ma in questo caso deve esserlo in modo superlativo, assoluto. Come dovere trasferire nella narrazione la dimensione della potenza immaginifica, dove può accadere tutto e il suo contrario. Immaginarlo è facile se ci si nutre di letture e si è dotati di curiosità, sulla fantasia si può lavorare e maturare, ma mettere per iscritto la sensazione di creatività questo è già più difficile. Il modo potrebbe indurci in errori grossolani. Il periodo storico così pieno di drammi e precarietà dovrebbe di per se costituire la fucina d’idee e mostrare modalità intellettive per strabiliare. Eppure non mi sento di inventare, ma voglio restare attaccato a questa precarietà per capirla il più possibile. Non mi servirà a molto, non certo a lenire il disagio dilagante e la povertà che si propaga a dismisura, né mi aiuterà a dare buoni consigli o a riceverne, ma l’altra realtà di cui parlare e immaginare deve raccordarsi inevitabilmente a questo presente. Da qui si riparte, sempre.

“Una bella storia” – vado ripetendo come un mangianastri inceppato.

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