Oggi la visone che ho avuto, sempre nuotando, è stata tutt’altro che piacevole. In vasca cercavo di evitare cadaveri galleggianti. Ero impaurito, pietrificato dal dolore. Solo, in corsia, nuotavo veloce quando a un tratto mi sono scontrato con il nuotatore che mi precedeva. Ho arrestato il moto all’istante, ho aspettato che si frapponesse tra me e lui dello spazio utile per proseguire, per coordinarci. Il corpo, invece, rimaneva immobile e continuava a galleggiare, perfettamente, con il volto riverso verso il fondo della vasca. Ho pensato subito ad un arresto cardiaco, un malore, a qualcosa di grave. Gravissimo. Ho chiamato soccorso, ho strillato aiuto al bagnino a bordo vasca. Niente. Non mi sentivano. Mi vedevano agitarmi, così come i gesti compulsivi smorzati dall’acqua che continuano a spostare, ma nessuno mi sentiva. Neanche i nuotatori nelle corsie adiacenti. Poi, a un tratto, attorno a me i corpi galleggianti sono aumentati. Sempre immobili, sempre riversi verso il basso. Un’epidemia. Ho provato ad afferrarne uno, l’ho rivoltato a forza, e ho costatato che aveva gli occhi chiusi. Gli ho dato uno schiaffo, ma non reagiva. Mi sono avvicinato al suo busto, in coincidenza del cuore, per percepirne il battito cardiaco ma niente. Proprio era morto. Continuavo ad urlare, ma nessuno mi ascoltava. Era tutto vano. Il mio sforzo, il mio ragionamento e quel che ne rimaneva. Mi mancava il respiro. Allora decido di scavalcare il cadavere galleggiante, nuoto per qualche metro ancora fintanto che non incontro un nuovo cadavere. Questa volta una donna. Capelli lunghi, neri, che come rami di un albero si erano distribuiti sopra la superficie dell’acqua in modo omogeneo. Anche lei riversa, anche lei morta. I cadaveri aumentano nella mia come nelle altre corsie. Un virus, un avvelenamento, una sostanza letale immessa nel cloro: questo ho pensato. E allora anch’io morirò all’istante. Raccolgo le forze che mi restano, torno indietro. Salgo le scalette ed esco dalla piscina. Faccio per andarmene quando una manina piccola ma forte mi blocca il braccio. Un colpo veloce, essenziale e sicuro. Mi giro e stagliata di fronte a me vedo una bambina minuta, graziosa, con i capelli tagliati corti color platino. La osservo e cerco di prenderla in braccio prima che sia troppo tardi, che anche noi si finisca cadaveri galleggianti. La bimba, che non ha mai smesso di fissarmi le pupille degli occhi, mi dice: “Non preoccuparti, è solo un incubo. E li vedi questi capelli, queste rughe sotto gli occhi, la pelle raggrinzita, le vene ispessite delle mie piccole braccia e gambe, l’opacità del mio corpo?”.

“Sì, tesoro, le vedo. Ma ora, credimi, dobbiamo fuggire”.

” Bene, se le vedi,’fan culo Belen e la televisione!” – mi risponde

Si, ma le spiego che dobbiamo andare via non rendendomi conto di quanto, nonostante sia piccola, il suo linguaggio sia già denso di contenuti e la sua mente veloce e strutturata.

Mi strattona : “Non preoccuparti, è solo un sogno, ti dico. Quelli lì sono corpi ammazzati dalle mafie,  suicidi, artigiani in fallimento, padri che non riescono a condividere la pena per pudore e vergogna, quelle son madri che si sono date fuoco impossibilitate ad arrivare alla fine del mese, quelle ancora sono lettere scritte che galleggiano quando avrebbero potuto essere parole ascoltate da un’ istituzione come si deve”.

Finalmente mi sono svegliato. Era un incubo, infatti, poi però ho letto  giornali e  agenzie di stampa e ho pensato, per un attimo, di stare ancora nuotando nella vasca dei cadaveri.

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