Tra la folla una signora magra, alta, anziana. Capelli corti bianchi, un filo di trucco, calzoni di cotone, una maglietta con tracolla. Ai piedi sandali. La signora a poco a poco si era accasciata, ma con compostezza, sul marciapiede confinante con l’ampia distesa verde. Il dibattito era in corso. C’era gente ovunque e il caldo non perdonava. Per questo la signora aveva resistito fino a che le gambe le avevano retto, assieme alle vene ingrossate, ma poiché le parole giungevano nitide e chiare senza che lei si mostrasse lì, schierata sotto il palco, aveva optato per la solitudine. Voleva rimanere con le sue idee, i pensieri da riordinare. Perché ci provava a far tornare il conto, ma quel tutto che ostinatamente per una vita si era battuta a contenere secondo una pedissequa rappresentazione, l’aveva sempre sorpresa. Stanca di stancarsi, aveva lasciato correre e, guardandosi indietro, tra qualche dispiacere e strascichi d’amarezza ora riusciva perfino a sentirsi serena. Lo pensava mentre le parole dal palco continuavano a giungerle chiare e s’infilavano perfettamente negli interstizi tra il pensiero, l’idea, la famiglia e gli ideali. Di manifestazioni ne aveva fatte, fin troppe come i palchi sotto cui si era assiepata, indistinta tra la gente comune. Quando aveva cominciato a lavorare era stata l’ultima assunta delle sole nove signorine che ingombravano l’austero edificio. L’avevano sempre etichettata come dura, troppo discreta, mai un sorriso elargito anche distrattamente, capace di sedare qualsiasi altrui curiosità con monosillabi. Troppo orgoglio, che era invece troppo pudore, la modestia che contraddistingue solo alcune persone. Era serena, sì, ma doveva sussurrarselo appena, muovendo le labbra senza pronunciare la parola, emetterne il suono. Solo il labiale, dunque era rimasta muta, mentre la parola le rimbombava nel cervello. La signora era lì, in disparte, che si bastava. Come le bastavano i pensieri, anche gli ultimi. Aveva senso della misura e del contesto, mai barattabili. Si spingeva fin dove poteva arrivare, e la sua vita si sarebbe spenta naturalmente, inclusi i moti accidentali che possono cogliere tutti noi in qualsiasi momento. La conosceva bene 25 Stile Libero, perché tre volte la settimana prendeva parte al corso di acqua gym nella corsia adiacente a quella in cui era solito nuotare. Tra un sorriso e una cortesia, un silenzio eloquente, gli si era confidata. Allora perché, si chiedeva 25 Stile Libero, dovere assistere al mercanteggiamento delle Minetti, ai ritorni delle Rosy Mauro, di Berlusconi, alla classe dirigente che non se n’era mai andata e, pertanto, non aveva ragione di tornare ma solo di blindare il proprio scranno? Perché non vedeva l’esperienza nuova, “giovane” non nell’accezione anagrafica ma dei contenuti? Dove avrebbe trovato il diverso modo di relazionarsi alla vita? Perché lui era lei che aspettava, la signora serena che portava in dote la descrizione di un’esistenza, che parlava di civiltà, di rivoluzione, di diritti non derogabili e impossibili da barattare. Per la signora serena non c’era spazio per i fraintendimenti e le perifrasi arbitrarie, soprattutto, se la Politica non l’aveva accolta fino allora, era perché perpetrava nel non rinnovarsi.

25 Stile Libero