Da “Lettera,testamento” di David Giacanelli su http://www.lulu.com

Dalla seta ai romanzi

Gentile Gianni,

ti scrivo perché delle volte i sogni si avverano. Anacronistico e irrispettoso parlarne ai tempi della crisi, ma a me è successo. Lavoro al Ghetto per un negozio di tessuti che ha una sua storia. La famiglia che lo possiede è un punto di riferimento per le stoffe e i tappeti in tutta la città. Non che non fossi soddisfatta del mio lavoro, ad averne oggi è già una fortuna, certo non era proprio quanto avrei desiderato. Almeno non per sempre. Ma ho sempre continuato a lavorare e a farlo nel migliore dei modi quando un mese fa si è presentata al bancone del negozio una signora anziana. I capelli corti, bianchi, curati. Senza un filo di trucco la donna, il cui volto piccolo incorniciava due occhi anch’essi piccoli per l’età, di un grigio intenso, si è diretta veloce verso me. Aveva accanto una donna più giovane che l’accompagnava. Avrebbe potuto essere una sorta di badante, di famigliare, qualcuno che con devozione e perizia la controllava a distanza senza perdersi il più piccolo gesto.
“Un tempo saranno stati azzurri quegli occhi. La senilità ha avuto il potere di cambiarne il colore” – pensavo tra me.
La signora, discreta e affettata, mi chiede se disponiamo di una seta particolarmente pregiata. Le serve in sufficiente quantità per rivestire due poltrone del salotto di casa. Quella seta ce l’abbiamo, anche se ormai poche persone la richiedono. La faccio attendere il tempo necessario perché Mario, il magazziniere, possa recuperarla e portarmela. La signora è già felice. Non è arrivata qui certa dell’acquisto, deve avere cercato in diversi negozi. Mi chiede della sua seta con aria gentile ma disincantata. Atteggiamento che viene sostituito, rapidamente, da incredulità per la mia risposta assertiva. La sorprendo e per camuffare il tempo che occorre a Mario per recuperarla comincio a proferire quelle frasi di circostanza che mi fanno apparire un po’ ebete.
“Signora, che bel tempo oggi, non trova? Intendo, per essere dicembre inoltrato. Ancora questo insolito caldo, l’aria pulita, un sole primaverile. Non le pare?”.
“Sì, certo”- mi risponde.
A questo punto come posso intrattenerla? Quale altro luogo comune giocarmi? Dopo il tempo con le sue stagioni ci sono il cibo, la città e la sua viabilità.
Vediamo…
“Viola”- asserisce lei.
“Mi scusi?”- faccio io.
“Il colore della seta, non ne abbiamo parlato, è il viola. Mi occorre di questo colore”- fa lei.
“Ma certo, giusto. Attenda un attimo che avviso Mario”.
“Faccia pure”.
Mentre chiamo dal telefono sul bancone con il gomito inavvertitamente scanso la mia borsa rimasta aperta sul tavolo. La signora se ne accorge e l’aria severa, dopo essersi spaventata per il rumore del tonfo della tracolla di cuoio per terra, s’arricchisce di un moto di sussulto che le sposta appena la frangetta bianca molto curata dalla piccola fronte. L’altra donna, più giovane, le si accosta un poco sfiorandole il braccio.
“Mi scusi” – alzando di molto il volume della voce.
E subito mi precipito a raccoglierla se non fosse che con inverosimile precisione tutto il contenuto si è distribuito, omogeneo, sulla superficie del pavimento. Ho agganciato la cornetta del telefono. I trucchi, i quaderni, gli assorbenti, il cellulare che ha già il display incrinato e usurato, una sciarpa lurida e tre libri.
Mi chino per raccogliere il tutto e mi sposto carponi raccogliendo un oggetto alla volta.
“Ah, vedo che non le manca la curiosità?- fa stupita la signora.
“Cioè?” – le rispondo color porpora di vergogna.
“Lei, signorina, legge bene. Vedo tre libri interessanti. Due li conosco, mentre il terzo lo ignoro, ma ne ho sentito un gran parlare. Cosa pensa di “Fratelli”?.
“Davvero bello, l’ho quasi finito. Mi mancano una ventina di pagine”.
E la signora si morde l’angolo destro del labbro inferiore coprendomi con una smorfia che non saprei decifrare. Il suo sguardo da mite si è fatto altero e mi osserva con rassegnata sufficienza.
“Certo, il titolo…banalotto”- continua lei.
“Beh, non trovo. La banalità diventa essenziale in questo caso, perché non ci vedrei altro vocabolo più appropriato nella sintesi che lo scrittore vuole rendere”.
“Non l’ho ancora letto, pertanto non sono in grado di esprimerle un giudizio”.
“Mi saprà dire allora. La storia è attuale, un po’ dura forse, triste e cupa ma mai deprimente e comunque funziona. Ti aggancia dall’inizio e tiene in elettrizzante attesa. I dialoghi sono buoni, i personaggi ben scelti, la struttura funziona. E’ tutto ben dosato e, soprattutto, credibile. Inoltre…”
“Va bene, va bene. Basta così. Ho capito”.
Silenzio.
“La mia seta?” – rincara lei.
“Sì, ora richiamo il signor Mario”.
Riesco nell’intento. Caro Gianni, Mario raggiunge il bancone sollevando un’enorme sigaretta di pregiata seta viola che srotola lentamente. Io osservo in silenzio e la signora fa altrettanto. Parrebbe soddisfatta. La sente più volte al tatto, il diritto e il rovescio, infine la stringe in un pugno e l’annusa.
“Certo che è strana forte ‘sta signora” – rimugino.
“La prendo, va bene. Allora, vediamo, meglio abbondare, me ne servono un venti metri”.
“Grazie”.
“Quanto le devo?”
“Sono duecento euro, signora”.
Mentre confeziono la seta che Mario ha già accuratamente tagliato e ripiegato, m’interrompe:
“Grazie e le lascio il mio biglietto. Sto cercando qualcuno, possibilmente giovane, che desideri lavorare alla selezione di scrittori emergenti per la mia casa editrice”.
Silenzio. L’osservo con lo stesso sguardo ebete di prima.
“Crede che potrebbe interessarle?”- m’incalza.
Leggo bene il biglietto e trasecolo. Sto parlando proprio con lei, di cui ho letto solo sui giornali ma non ho mai visto di persona. Non un‘immagine, una foto. Non ne ho mai conosciuto l’aspetto, solo qualcosa della storia della famiglia. Caro Gianni, conosco la casa editrice, questo sì. E’ la mia preferita.
“Insomma, crede che potrebbe provare? Se le interessa mi chiami pure al cellulare personale e lunedì mattina, presto, venga nella sede che è riportata nel biglietto. Così cominciamo”.
Silenzio.
“Certo che sono interessata. Lusingata anche. La ringrazio, anzi, davvero…”.
“Aspetti di conoscermi prima di ringraziarmi. Deve capire come lavoro, cosa pretendo dai miei collaboratori e poi dobbiamo sondare il suo fiuto”.
“Beh, certo. Ma per me, mi creda, è già molto”.
“L’aspetto lunedì mattina alle nove. Puntuale che non sopporto i ritardatari” e, senza più voltarsi a guardarmi, con un sonoro arrivederci varca la soglia della porta del negozio.
Ha capito, caro Gianni, i sogni allora esistono. Ed io ne faccio parte. Sono passati dei mesi, come ti spiegavo all’inizio della mia lettera, forse i più belli della mia esistenza. Ora sono assunta a tempo indeterminato per la casa editrice e decido quale giovane autore pubblicare o meno. Non sono la sola, certo, tanto meno la più brava, ma ho discrezionalità su chi investire. Lo vedi, caro Gianni, i sogni si avverano.

Lisa

Gentile Lisa,

i sogni si avverano e sono davvero felice per lei. Abbiamo bisogno di testimonianze come la sua.
Certo non fanno media, soprattutto in questo periodo, ma la gente non può permettersi di smettere di sognare. Ho sempre ritenuto importante il sogno e la capacità di mantenere vivi i propri interessi anche quando ci occupiamo di altro, quando sopravviviamo alla realtà, a noi stessi intrisi di frustrazione. La gente, probabilmente, leggendo la sua lettera si abbandonerà a smorfie di ogni sorta. Non quelle di sufficienza che le ha usato la signora. Chi malignerà, chi per invidia non la sopporterà e chi, ancora, penserà ad un’ingiustizia. Perché essere fortunati e soddisfatti oggi è una chimera, un lusso. Siamo milioni di persone ed il caso, ammesso che esista, gioca il suo ruolo ridicolo. Ne converrà. Non mi interessa parlare di determinazione e di caso, né riflettere di escatologia. Insomma, sono qui solo per darle un consiglio: perseveri nel suo nuovo lavoro. L’editore, se lei non avesse letto tanto, non l’avrebbe mai notata. Se lei non fosse stata appassionata, prima di tutto verso la vita e le letture, non sarebbe andata in giro anche quel giorno con tre libri dentro la borsa. Voglio dirle, in definitiva, che certo quel che noi chiamiamo caso, fortuna, ci aiuta ma chi veramente viene aiutato? Una persona che ci prova, che osa, che come lei ha stampati addosso i segni del proprio interesse. Se mascherassimo queste tracce, anche il caso e la fortuna ci ignorerebbero. Sono felice per lei, Lisa, assapori fino in fondo la sua beatitudine, la condivida e non smetta mai di farci sognare. I sogni pure stordiscono, ma quando s’avverano sta a noi rimanere in equilibrio. Brava. Ah! Si rende conto che con questo suo lavoro potrà aiutare molti scrittori? Il caso l’ha aiutata e ora potrà sdebitarsi caricando di ulteriori significati l’esistenza degli altri.

Gianni