Caro Gianni,
le scrivo da un’isola lontana. Mi trovo nelle Cicladi. Ora vivo qui. Le scrivo perché manco da diverso tempo dall’Italia e, anche se in questo posto meraviglioso i giornali italiani arrivano sempre, ma con almeno due giorni di ritardo, attraverso la sua rubrica mi tengo informato. Nelle lettere che le scrivono come nelle sue risposte riesco a trovare una cartina tornasole del nostro paese. Le assicuro che mi manca molto l’Italia. Non lo avrei mai creduto fino a questo punto. Ho deciso che voglio invecchiare qui. Dopo essermi separato da mia moglie, avermi sottratto la possibilità di vedere le nostre figlie se non attraverso un legale, mi sono arreso. Cresceranno, comprenderanno, e se vorranno sapere del loro padre mi scoveranno. Ho una nuova compagna, una signora di Atene anche lei separata, senza figli, ma originaria di Mykonos. Dopo il distacco dal marito ha deciso di tornare a vivere nelle Cicladi, ma in una nuova isola. Ci siamo conosciuti per caso. Ero arrivato nel porticciolo da circa un anno. Ometto volutamente il nome dell’isola nella quale mi trovo perché da questa parti, per scaramanzia, se trovi un tesoro ancora incontaminato lo preservi. Lei viveva in una vecchia casa della Cora, il centro storico dell’isola. Dal porto, nelle sere d’inverno, mi piace spostarmi fin su. Arrampicarmi, delle volte anche a piedi, e fendendo il vento con un naso generoso fermarmi al bar accanto al museo archeologico. D’inverno è tutta un’altra cosa. E’ in questo piccolo bar che ho conosciuta Agira. Io scrutavo lei e lei, con il tempo, ha intercettato il mio sguardo. Due cani bastonati, che attraversati dal dolore, hanno deposto le armi. Il nichilismo li ha abbandonati a poco a poco per far entrare la curiosità. Sulla vita, sul prossimo. Due esseri che si lasciavano vivere hanno ripreso a osservarsi. Sono tornati attivi. Non chiedevano niente, prima, ma lasciavano che qualcuno domandasse loro. Una benedetta sera d’inverno Agira non ha più distolto lo sguardo altrove per non soffrire, non si è più schermita, non ha più potuto ripassare a memoria niente: la piazza, il museo, i compaesani, le pietre, ogni spicchio di cielo, ogni stella. Conosceva tutto a memoria. Era quasi autistica. Aveva sciolto la crocchia che raccoglieva i capelli lunghi, imbiancati da età e dolore, e aveva cominciato ad osservarmi. Dapprima con sguardo obliquo, poi malizioso, poi compiacente. Una sera, sempre d’inverno, dopo avere accettato che le offrissi un drink, mi aveva permesso di accompagnarla a casa. Dopo esserci arrampicati fin quasi al castro, quel che rimane dell’antico castello, eravamo giunti alla sua piccola casa bianca, bassa, con poche finestre. Sull’uscio, mentre pensava al modo migliore per congedarsi da me, le avevo rubato tempo e giocando d’anticipo l’avevo spinta verso l’interno della casa. Lei dapprima aveva opposto resistenza. Io ancora premevo sulla sua esile spalla. Alle fine, dopo una lotta durata pochi secondi nei quali Agira aveva ripassato i salienti fotogrammi della sua esistenza, si era lasciata battere. Ci eravamo ritrovati nella camera da letto. Quella appartenuta alla nonna. La finestra aveva tende bianche, pesanti, di macramè. Avevo spento la piccola abat-jour e in pochi secondi ero dentro di lei. Con moti veloci, convulsi, che chiedevano riscatto e liberazione, eravamo un tutt’uno. Eravamo d’accordo e affamati, desiderosi di un’altra opportunità, di riscoprire tutto quanto avevamo volutamente dimenticato. Oggi sì che siamo sereni. Mi prendo tutto come questo stato non dovesse appartenermi per sempre. Mi scusi, signor Gianni, se le racconto tutti questi particolari, anche intimi, ma so che qualora lo facesse non mi pubblicherebbe integralmente. Il senso della lettera è la mia nostalgia per l’Italia. Continui a scrivere, sempre. Mi tiene vicino alle mie figlie e al mio Paese.
Grazie
Anselmo

Caro Anselmo,
nella sua lettera a parte la fascinazione del luogo, le Cicladi sono un posto a me caro, leggo molta tristezza. Nonostante sia riuscito a costruirsi un nuovo legame sentimentale e a fatica, sento che quello con l’Italia, prima che con sua moglie, è stato un divorzio coatto, subito con un potente strascico di dolore. Poi l’impossibilità di vedere le sue figlie mi sembra un dato di enorme sofferenza che le costa un’avida ma pesante menzione. Con le sue figlie, caro Anselmo, non ha chiuso alcun conto. All’inizio sembrerebbe sia stata sua moglie a non consentirle di vederle, dopo però è subentrata anche la sua rassegnazione. Lei è scappato. Ha preferito voltare pagina. Non si è trattato solo di una delusione sentimentale, probabilmente lei ha faticato a trovare un senso. E quando si prova un dolore forte, profondo, nel rielaborarlo si sente la necessità di scappare, di una terra nuova dove rifugiarsi per un po’. E ci vuole anche coraggio, molto, ma è più facile che restare, che bagnarsi ogni giorno nel dolore per cercare di arginarlo e sostituirlo. Non si rinuncia a due figlie. Ora che ha trovato un nuovo amore è più facile, ma i suoi diritti di padre deve rivendicarli sempre. La sua non era un’aspettativa non retribuita, né un anno sabbatico, è stata la scelta di una nuova esistenza e la creazione di un nuovo affetto. Come nascere di nuovo, come abbandonarsi ad una seconda opportunità. Recuperi il rapporto con le sue figlie, credo lo debba a loro ma anche a sé per prima cosa, e s’impegni fino in fondo con Agira. Questa donna le ha restituito molta serenità che ha saputo contraccambiare. Se il suo destino è davvero nella sua piccola e incontaminata isola della quale non vuole svelarci il nome, questo solo il tempo potrà dircelo. In genere non sono molto propenso alle vie di fuga, ma nel suo caso la scelta è stata già compiuta e ha prodotto i suoi risultati. Credo che assieme al suo divorzio lei sia portatore di altri dispiaceri. La sua vita le stava stretta e comunque non poteva darle le giuste soddisfazioni né quegli strumenti indispensabili per reagire e rafforzarsi. Continui a bagnarsi nell’Egeo, a nuotare nelle acque cristalline dove potrà vedere riflessi i suoi pensieri e l’amore per Agira, continui ad arrampicarsi per le strade irte della Cora, ad osservare le chiese e i promontori della sua piccola isola, non sveli a nessuno le sue coordinate, ma i conti deve chiuderli. Lei questo lo sa.
Le auguro il meglio.
Gianni

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Cicladi, brano tratto da “Lettera, testamento” di David Giacanelli disponibile su http://www.lulu.com