“Gianni!” esclama Emanuela al telefono.
“Invece della solita mail oggi è successa una cosa strana. Hai ricevuto
un oggetto insolito”.
“Cosa?” replico stupito al cellulare.
“Hanno recapitato in redazione una busta di quelle postali, grosse
e gialle, con la plastica interna per attutire i colpi. Di quelle che contengono
materiale fragile”.
“E allora?”.
“Allora dentro non c’era la solita lettera, come ti ho spiegato, né
fotografie, ritagli di giornali, regali, libri, manoscritti di autori che
cercano di proporsi in ogni modo”.
“Cosa contiene?”.
“Un drappo di stoffa bianca, opacizzata dal tempo. Non una riga
di accompagnamento. Sulla busta solo il tuo nome e i riferimenti del
giornale. Nessun mittente”.
“E la stoffa?”.
“Sulla stoffa, non ci crederai, a penna sono scritte numerose righe
di vita. La storia, sintetica, di una donna. Si firma, nel drappo, Fiamma
Marchio. Non ho letto molto, solo l’inizio.”
“Ma che significa?”.
“Quello che ti ho detto. L’ortografia non è delle migliori, tuttavia
si capisce qualcosa. Fiamma è una contadina del nord. Ti ha inviato il
suo documento d’identità e lo ha fatto attraverso un lenzuolo.
Il modo originale di esportela la vita boh, non lo capisco, così come
la volontà di essere irreperibile. Non un riferimento, ripeto, non un
numero, niente di niente. Non sappiamo se la signora Fiamma è viva,
dove potrebbe abitare e se si è servita di qualcuno per effettuare la
spedizione”.
“Non capisco niente, aspetta che arrivo in redazione”.
“Va bene”.
L’ho letto quel drappo. Era avvolto su se stesso, a più giri. Un gomitolo
di stoffa come la seta viola di cui mi parlava Lisa nella precedente
e mail. Il materiale meno prezioso, ma il contenuto non conosceva
rivali. Srotolato nella sua interezza occupava una superficie pari ad
almeno due volte la mia scrivania. Mi sono chiuso nella stanza.
Ho cominciato, pazientemente, a sbrogliarlo sul pavimento.
Ho scansato sedie, cestini, suppellettili d’arredamento poco utili.
Siamo rimasti io e la stoffa. Poi ho cominciato a leggere. Il segno del
lapis non era sempre netto e la sensazione è che fosse stato scritto
tempo addietro. Non mi sembrava la storia di una donna dei nostri
giorni. Le parole erano semplici, la sintassi essenziale e densa di errori,
il lenzuolo ingiallito dagli anni.

“Mi chiamo Fiamma Marchio. Vengo dalla campagna del Veneto. Un
paese piccolo vicino Lonigo.
Terra di seta, stoffe pregiate e agricoltura. Io sto nell’agricoltura. Ho
terra da coltivare. Da produrre pomodori, verdure e nella terra allevo
polli. Uova non mancano mai. Così con mio marito viviamo da anni.
Abbiamo avuto tre figli. Due lavorano con noi la terra, mentre l’ultimo è
andato a vivere a Venezia. Io lavoro ogni giorno con Roberto che aiuta me
e i due figli. Ci impara a seminare, ad innaffiare e raccogliere. Ci impara
a mettere da parte per quando verranno tempi più duri di questi. Io sono
felice. Amo mio marito e non chiedo altro. Ogni mattina, dopo avere
dato il tempo alla terra vado al torrente qui vicino. Dalla casa dista più o
meno venti minuti di camminata. Al torrente ci vado portando in equilibrio
sulla testa una bacinella arancione con tutti i panni che sporchiamo.
Con il sapone lavo ogni panno e poi lo batto sull’acqua. Per stancarmi e
divertirmi. Mi affatica meno della terra, anche se mi da meno soddisfazione.
Oggi i miei figli mi sono venuti a prendere al torrente.
I due rimasti, perché il terzo è a Venezia. Non lo fanno mai. “Perché
siete qui” – ho detto.
Loro muti. In silenzio mi hanno sollevato e poi mi hanno tolto dai
pugni la biancheria ancora insaponata. L’hanno abbandonata al torrente
e io mi sono arrabbiata con loro.
“Che siete matti? Ora come recupero tutto?”.
Loro, sempre in silenzio, mi hanno avvicinato e il più grande mi ha
parlato all’orecchio.
Mi ha detto che Roberto l’hanno trovato disteso per terra, sull’aia di
fronte casa, tra le galline impazzite. Era per terra, immobile. Non c’era
più niente da fare. Quando se ne sono accorti era già morto. Lo hanno
sollevato e trascinato dentro casa. Lo hanno adagiato su di un lenzuolo
bianco, che presto è stato rosso, e si sono fermati a fissarlo. Un’emorragia.
Inciampato e un colpo secco.
“Roberto lo hanno ucciso” – gli ho detto.
“ No che non lo hanno ucciso” – mi dice il grande.
“Papà è cascato e ha battuto la testa. È morto sul colpo”.
Se non lavoro la terra, lo sanno, mi trovano al torrente. Sono venuti
per darmi la notizia.
“Non ci credo” – gli ho detto.
“E poi, chi voleva uccidere un uomo così buono?”.
“ Non lo hanno ucciso mamma, è cascato” – ripetono in coro.
Un colpo alla testa e tanto sangue.
“Che cosa aveva fatto per meritare la morte? Niente. Nessuna cosa
brutta”.
“Papà è morto d’incidente”.
Roberto lavora la terra con me ogni giorno e non vede nessuno. Tranne
quando andiamo, la domenica, a Lonigo per la messa. Nessuno. Salutiamo
sempre il parroco e qualche vecchio amico al bar di passaggio.
Solo amici. I non amici per noi sono sconosciuti. Non ne abbiamo. Ora
che faccio? Ora muoio anche io con i miei figli. E la terra? E il torrente? E
la casa? Ora chi ci pensa a noi? Ora torno a casa. Lo devo vedere. È vivo
e si sono sbagliati.
“Vi siete sbagliati!”.
Sono muti e continuano nel silenzio. Ci avviamo verso casa. Quando
lo vedo sul letto capisco che è vero. Allora lo veglio tutta la notte per tre
notti di seguito. I miei figli entrano, di tanto in tanto, per portarmi qualcosa
da mangiare. Non ho fame. Bevo soltanto. Me lo guardo e lo bacio
più volte sulle labbra. Si sveglia? No, non si sveglia. Allora provo con gli
occhi. Prima il sinistro, poi il destro. Li bacio e lavo uno alla volta. Come
faccio con le vesti al torrente. Si sveglia? No, non si sveglia. Allora provo
a baciarlo sul mento. Si sveglia? No, non si sveglia. Allora dopo averlo
lavato con i miei figli e la ferita ha smesso di sanguinare da ore abbiamo
lavato al torrente anche il lenzuolo che prima era bianco e ora è rosso
pesto. Tornerà bianco e ci scriverò sopra il pezzo della storia. Sono passati
tre giorni e Roberto è morto. È pure dimagrito e produce strano odore.
Al quarto giorno ho deciso che invece di aspettarlo seduta, devo dormire
con lui. Vestita, mi sono sdraiata alla sua destra e in mano tengo la sua
foto preferita. Io e lui, in bianco e nero, il giorno del matrimonio a Lonigo.
Ci teniamo per mano e sorridiamo alla macchina. Dormo distesa sul
letto con lui. Continuo a bere ma non mangio. Appetito non mi viene e i
figli sono arrabbiati.
“Papà è morto” – dicono – “ora basta, dobbiamo seppellirlo e avvisare”.
“ Perché l’hanno ucciso?”.
“ Basta! Nessuno l’ha ucciso a papà. Smettila che impazzisci così”.
Io non sono matta. Sono innamorata e voglio vivere con Roberto.
La quinta mattina mi sono svegliata e nel letto ero sola. Notte tempo
nell’acqua i miei figli hanno messo la medicina per farmi dormire e non
farmi accorgere di niente. Hanno preso il padre. Hanno fatto la denuncia
e poi lo hanno seppellito.
“Puoi vederlo quando vuoi al cimitero del paese”.
“Altrimenti impazzisci. Alzati. Dobbiamo portarti in ospedale e poi
lavorare la terra”.
Io non voglio vivere senza Roberto e della terra non mi importa niente
ora. In mano ho la foto del matrimonio. Allora mi sento debole. È il quinto
giorno senza mangiare. Ho forte mal di testa e crampi allo stomaco.
Le braccia e le gambe le sento poco. Avvicino la foto alla bocca e la
mozzico. La strappo con i denti e ne faccio piccoli pezzetti che ingoio.
Uno dopo l’altro. Sempre più veloce, con la forza che mi rimane. Poi mi
hanno detto che sono svenuta. Che i pezzi di foto hanno bloccato la saliva
e respiravo male. Mi sono svegliata in ospedale.
“E Roberto dov’è?” – ho chiesto.
Ah già, dicono che è morto. Ancora non ricordo bene. Forse, ho pensato,
devo scrivere. Così Roberto vive. Così vive la foto. Allora appena mi
hanno dimesso sono tornata a casa e ho cominciato a scrivere con una
penna di inchiostro nero sul lenzuolo dove abbiamo trascorso le ultime
notti assieme. Prima entrambi vivi, poi lui morto ed io a vegliarlo.
Ora poi, dopo che l’ho lavato per bene, il lenzuolo è tornato pulito. Ora
mi sono ripresa. Mi hanno fatto parlare con il dottore dei matti perché dicono
che sono troppo triste e così non può andare. Ma io non sono matta.
Al contrario scrivo. Tutta la storia che i figli non vogliono dire.
Ho anche capito chi ha ucciso Roberto. Ma lo scrivo un poco alla volta
che sono stanca. È stato il figlio più piccolo, Federico, quello che vive a
Venezia. Non mi hanno creduto gli altri. Gli ho spiegato che è perché voleva
rubargli i soldi, il podere e il torrente. Perché a Venezia, dove diceva
di stare bene, invece se la passava male. Allora l’ha ucciso per vendicarsi.
Perché non sono mai andati d’accordo. Dicono che non ha senso. Che allora
avrebbe dovuto uccidere anche me e gli altri due fratelli. Nasconderci
tutti. Eliminare le prove. Allora sì che avrebbe ereditato tutto. Invece non
l’ha fatto. Ma io lo scrivo lo stesso. Qualcuno deve essere stato.
A Lonigo, quando ci vado con gli altri due figli, Simone e Sergio, mi
guardano tutti strano. Credono che sono matta perché sanno che scrivo
la verità. Perché i miei figli, in pensiero per me, hanno spifferato tutto
ai medici e in paese la notizia scappa via veloce. Ma io non sono pazza.
Io voglio solo stare con Roberto e Federico non lo vedo più da tempo.
Loro non mi credono ma la verità rimane nel nostro lenzuolo”.
Fiamma Marchio.
Lonigo

Non un mittente, una provenienza certa, se non quella geografica
documentata. Cosa devo rispondere e a chi? Chi può avermi
voluto recapitare questa lettera se non la signora Fiamma ammesso
che sia ancora in vita? Un figlio, forse proprio quel Federico che secondo
la madre avrebbe ucciso il padre. Forse una sua amica.
Una persona che crede o ha creduto in lei e alla sua storia. O semplicemente
qualcuno che ha voglia di testimoniarne l’esistenza.
Una lettera su di un lenzuolo mi mancava. Alla fine ho deciso che
ne pubblicherò il contenuto integrale, con specifica sull’origine geo—
grafica e sull’anno nel quale è stata scritta. Il 1965. Il numero si decifra,
a stento, accanto alla firma ma ha un carattere più piccolo.
Rimango a fissarlo il lenzuolo, potente e sgrammaticato, prima di
riporlo per sempre da qualche parte. Forse questa signora è pazza,
forse no, ma di certo sincera nella sua emotività.
Lo ripiego meticolosamente per sottrarlo all’usura del tempo e
all’oblio e, cimentandomi nell’operazione, m’accorgo che il tessuto è
diventato opalescente.
Come Fiamma fosse lì presente a rivendicare ragioni.

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