Ero così piccolo che non la ricordo la crisi, se non nei pensieri e le suggestioni di una città poco illuminata, della gente chiusa dentro casa, del silenzio. Niente di paragonabile alle guerre, alle sirene notturne che disturbavano i sogni dei nostri genitori costringendoli a correre, ancora sospesi tra il sonno e la realtà, nei rifugi sotterranei. E gli alimenti che scarseggiavano e la convivenza con quell’idea di instabilità, con l’incertezza del domani, anche solo dell’attimo successivo a quello nel quale si cercava di comprendere. Loro, i nostri genitori, i nostri nonni ammazzati e afflitti hanno vissuto tutto prima e sono sopravvissuti. Loro che nelle ideologie credevano e, alcuni, nuotando in questa fede sono morti. L’ideale che tanto può da mietere sacrificio. Conosco invece la tanto pavantata crisi, ormai arrivata. Gli amici senza lavoro, le famiglie appoggiate ai genitori per sopravvivere, la mancanza di prospettive, l’accontentarsi di quel che si ha quando, perfino, lo si ha. Mancano ricette, ognuno dice la sua, ma la convinzione chiara è che tutto sia più grande di noi singoli individui, entità, di noi città, di noi Paese. Che speranza abbiamo? Ci rimane di pensare alla giornata. Meglio sarebbe non pensare affatto, costruire minuto su minuto, azione su azione senza chiedersi né progettare, essere saggiamente distratti dall’urgenza che non ossigeni troppo il cervello, i desideri, le pretese dettate dagli anni passati a studiare, a lavorare, a migliorare un mondo che era migliorabile. Perché in un attimo tutto è andato in frantumi. Parlarne però sì, fa sempre bene, che la povertà non la nascondi sotto il tappeto, che quando l’hai raccontata non diminuisce ma, almeno, scanza i pudori e le vergogne. Acquisti consapevolezza che tutto diviene importante, che le sovrastrutture crollano, gli ideali sono sì importanti ma ancora di più lo è il senso del contesto e i bisogni primari che si cominciano a non appagare più. Piccole azioni automatiche, che si ripetono, che sono certezza nell’incertezza. Invecchiare non conta più, anzi quasi diventa un sollievo. Perché come lo si riempie tutto questo tempo? Manca ancora un progetto, un senso, un effetto tangibile. Si sfilacciano i rapporti umani, le amicizie, perché tutti sono troppo ripiegati a capire come farcela. C’è più silenzio nella difficoltà, allora forse è questa la crisi che ci raccontavano. Il buio per strada, i negozi vuoti, le strade desolate, la pesantezza, il vuoto e le assenze. Anche la politica appassionata e appassionante c’impone distanza, perché ha bisogno di comprendersi e curarsi, come ciascun indigente, ciascun povero e impoveritosi. La ricetta manca così come il coraggio di qualcuno. Ma nessuno è biasimabile per questo. Cavarsela e arrivare al domani è già molto.

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