Emanuele si era fermato con la moto al semaforo. Faceva un gran caldo. Aveva tirato giù il cavalletto, il veicolo si era inclinato e lo aveva lasciato scendere. Si era tolta la giacca, quindi il maglione, sottile, di lino bianco, e aveva riposto tutto nel vano interno. Quindi era risalito, aveva indossato gli occhiali, riposizionato il casco e già ripartito. Si era arrampicato per la salita, famigliare, che quasi conosceva a memoria, ne conosceva la suggestione che da decenni gli provocava il solo costeggiarla, così la superficie nonostante il tempo ne avesse ridipinto le mura. Si leggeva soltanto, ancora, la rimanenza del vecchio stampatello, in colore nero, “NA FUTURO” al posto della vecchia espressione “UOMO E’ PASSATO, DIO E’ PRESENTE E DONNA E’ FUTURO”. Aveva a disposizione circa mezz’ora prima di recarsi al lavoro. E allora sì, proprio non avrebbe potuto rinunciarvi. Erano giorni che con il pensiero ci correva, che il desiderio gli cresceva dentro, si era fatto ansia, insistente. Un piacere, prima di tutto, l’appuntamento con la sua piccola e insulsa storia. Lui che non credeva a niente, che non aveva il coraggio e l’illusione di definirsi ateo, che preferiva parlare di agnosticismo, sapeva che almeno due volte l’anno doveva immergersi in quel luogo, ’ché quella era la sua spiritualità. Raccogliersi, in silenzio, lontano dal rumore cittadino, distratto dalle immagini del passato, dai vecchi fotogrammi che si mischiano al presente: il bianco e nero con il colore. E mentre il pubblico romano, in quei giorni, si divideva tra chi osannava e chi biasimava l’ultimo film del regista Sorrentino, “La grande bellezza”, Emanuele pensava che quel presente era sprecato per tante speculazioni letterarie, per gli intellettuali ingombranti, polverosi e sciocchi, per i tuttologi, gli opinionisti in voga. Quel luogo era sprecato per gli abbondanti neologismi della stampa e del lessico istituzionale, dei salotti bene e di quelli coatti. Perché quel profluvio di polemiche, quando tanta bellezza era lì e la potevi toccare con mano, era di fronte ai tuoi occhi, appariva sterile. Era tanta e basta. Apparteneva al passato di Emanuele, che in quel giardino aveva avuto la fortuna di crescerci, come l’avevano avuta molti suoi amici e compagni, coetanei e non, scolari alla scuola elementare e poi media, ora diventata un anonimo albergo. L’aveva avuta anche Massimo quella fortuna, che con la famiglia era scappato dal terremoto dell’Irpinia dell’80, il secondo, per trasferirsi nella scuola di via Galvani. In una casa enorme, nel cortile della scuola, a trascorrere infanzia e adolescenza. Quando i palazzi sono abbandonati, verso sera, vivono di vita propria. Un’altra. E’ come se volessero svelarti altri segreti che, nella confusione del mattino e della scolaresca, proprio non possono concederti. Emanuele ripensava ai pomeriggi passati a giocare nel cortile con Massimo, al giardino della palla a volo dove raccoglieva le arance e alle volte che, passo dopo passo, disegnando una linea circolare aveva percorso il bordo della vasca della fontana di fronte l’entrata del parco. Le arance erano ovunque. Sugli alberi come per terra, nei giochi dei bambini, nelle bocche fatate e ingenue. Faceva caldo nei ricordi di allora e lo fa anche oggi che vi è tornato. Fa caldo nella mente e in quella tristezza, semplice, nell’attimo potente che è stato ed è tornato a destarlo, che gli ha attraversato la schiena veloce e l’ha frustato. Non potrà essere più così, come il suo ricordo, o forse sì. Bisognerà invecchiare fino ad un attimo prima della morte per comprenderlo. Ora è solo, ancora una volta, con il ricordo di quella grande e innocente bellezza, con la suggestione che gli provocava quello spazio, lo stordimento misto di tristezza e vacuità. Eppure è sempre lui con il tempo che scorreva e scorre, allo stesso modo. Si è ritrovato dentro la chiesa. E’ solo e il rumore dei suoi passi sono suono, non il caos cittadino. Gira il capo, in alto e poi in tondo, rapito da silenzio e contemplazione. I dipinti, le tele, le cripte, l’umidità e la penombra, i piccioni che volavano da una trave di legno all’altra disegnando sempre le stesse autistiche traiettorie. Altro silenzio. Altra bellezza. Altra storia. Altro ricordo. Il legno antico intarsiato, il marmo usurato, quell’enorme spazio sopra di lui così sacro e così profano, così intimamente legato alla propria infanzia, alla famiglia, ai rari attimi di raccoglimento.
Un secondo dopo si era vergognato del suo ragionamento, ma era comunque stato lì. Si è seduto sull’unico scranno di legno, proprio a ridosso della parete posteriore all’entrata della chiesa. Aveva notato che l’unico raggio di sole, intenso, proveniente dall’esterno gli feriva lo sguardo. Si era lasciato passare, ferire e asciugare le lacrime che nel frattempo avevano rigato le guance. Erano per il fratello malato, per la sua disoccupazione, per gli amici sbandati, suicidi, altro da quel ricordo infantile, per la decadenza e la crisi che tutto finiva con l’avvolgere. Emanuele piange e spera d’essere ascoltato. Una suora è uscita, all’improvviso, da una delle piccole porte di legno e con dei rumorosi sandali neri gli si avvicina. L’ osserva, muta, quasi aspettandosi delle scuse, una giustificazione. Emanuele gli restituisce lo sguardo, umido di lacrime e interrogativo, quasi sdegnato e le volta le spalle. Esce. Ripercorre il cortile all’ombra, quindi si ritrova nello spiazzo dove solo si sente, nitido, il getto d’acqua dell’antico fontanone. Vuole bere, ma non riesce più ad arrampicarsi sulla circonferenza della vasca. E’ troppo grande, è troppo vecchio con le sue gambe lunghe e non più agili, senza l’incoscienza dei trent’anni passati. A poco a poco i rumori sono aumentati, arrivano nello spiazzale antistante all’entrata del parco e alla chiesa dei pulmini neri, con vetri scuri, che consegnano rappresentanze istituzionali. Emanuele pensa alla nostalgia, alla tristezza, a quell’incommensurabile bellezza.

David Giacanelli