Una mia amica oggi ha postato una frase che trovo perfettamente rappresentativa del mio stato d’animo. Non solo del mio, di quello di tutti noi. “Noi”, soprattutto quelli nati tra gli anni ’70 e gli ’80.
“Le città invisibili sono quelle che ci abitano”.
E’ proprio vero. Aggiungerei che anche le speranze, i sogni, i buoni propositi, le leve del riscatto sono solo ed esclusivamente quelle che ci abitano. Quelle dentro e non fuori, quelle che non si vedono ma che fatichiamo a tenere in vita. Dobbiamo continuare a coltivarle per coltivarci, per spronarci alla giornata. Quelle che restano chiuse dentro di noi, le città e le proposte, che annaffiamo come lo si fa con le piante, che tentiamo di non far appassire del tutto, anche se già mostrano evidenti segnali di decadenza. Non che le altre generazioni siano esenti da problemi, oggi nessuno è escluso, ma la generazione dei trentenni e, soprattutto, dei quarantenni d’oggi, è realmente per eterogenei motivi la più depressa. Schiacciata tra un’infanzia dorata, la possibilità di formarsi, studiare e/o lavorare, si è affacciata al mercato del lavoro quando questo cominciava la propria deriva, la china, la disperata discesa che non lasciava certezze né legami logici di “causa” e “effetto”. I contratti atipici, i “co. co. co” e i “co. co. pro” mai trasformatisi in altro. Gli apprendistati e gli pseudo tali. Nessuna stabilità e, pertanto, l’impossibilità di realizzare un qualsiasi progetto. C’è tutta la disillusione di una generazione cresciuta tra gli sforzi dei genitori e allevata nella consapevolezza, allora quasi certezza, che con l’ostinazione e lo sforzo sarebbe stato tutto possibile. Che bastasse essere volitivi e caparbi. Invece è saltato tutto: schemi, procedure, formazione, investimenti sulla formazione, sane ideologie. Più della disperazione, non rimane molto altro ancora. Il dramma, lo stallo, lo abbiamo visto prima riflesso in altri paesi europei, pensando che a noi no, non ci avrebbe mai toccato. Ora le parole d’ordine di organizzazioni sindacali e partiti sono “lavoro” e “occupazione”, ciascuno con la propria strategia differente che risponde a logiche politiche antagoniste. Eppure, più ci si documenta, più si legge, più si tenta di studiare le problematiche che ci attanagliano e più si percepisce, netta nella sua drammaticità, la mancanza di una visione, non tanto univoca, ma ancorata alla realtà. Manca una soluzione tangibile e quel vuoto è occupato abusivamente solo e sempre da parole che, nel frattempo, si sono svuotate di significato quando non sono diventate brutte. L’urgenza e il dramma non ti fanno apprezzare più niente, né distinguere troppo il prodigio dalla qualità e dalla banalità. Tutto è appiattito come la sua descrizione: piatta. Il vociare continuo, quando non diventa turpiloquio che libera e sfoga, è insulso surrogato del rimedio mancato, della toppa raffazzonata. ‘ché istituzioni e politica si sono avvitati in ragionamenti dai quali non escono, ‘ché ricette certe non ce ne sono, anche passando attraverso la tanto abusata austerity. ‘ché, probabilmente, non basterebbe neanche la ridistribuzione più equa delle risorse a livello planetario per superare questo baratro. Le parole, enfatiche e sciocche, lo ripeto, non esprimono più niente. Se non forse uno sfogo personale, il cinguettio del tweet, la vita digitale e artificiale che per un attimo ci distoglie dai problemi reali, che ci fa credere di essere e sentirci comunità. Perché, anche se artificiale, è sempre meglio che rimanere soli. Si occupano i silenzi forieri di brutti pensieri. Più brutti di questi, però, cosa ci rimane? Allora continuiamo a cinguettare, a postare, a sparare dichiarazioni più o meno originali per descrivere sempre ed esorcizzare, in una qualche forma, lo stato di drammatico immobilismo nel quale è incastrato il Paese.

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