Oggi ho ripescato una foto in bianco e nero, sgranata per l’imprecisione dei tempi e perché usurata dagli schizzi di mare, dagli anni trascorsi che son troppi, e dall’indolenza che ti porta a pensare che tutto sarà per sempre. Dunque, perché mettere troppa attenzione nel conservare gli oggetti, anche quelli cari e mantenerli? La foto è scappata via ribellandosi al suo destino qualche mese fa. Uscita, distratta, da un vecchio album impolverato e stantio. Poi è rimasta per giorni sulla scrivania di casa. Ogni volta ci sono passato di fronte e le ho parlato: “Prima o poi, tu ed io, ce la vediamo ai pugni. Ti sistemo”. Con l’ansia di chi rinvia all’infinito un appuntamento che sa di dovere affrontare, al quale non potersi sottrarre. E infatti, dopo l’estate, le ho trovato una simpatica cornice. Ho capito perché proprio questa foto ha ridestato tutto il mio interesse, sopito, per l’infanzia, e allo stesso tempo uno strano senso d’inquietudine. Non è certo particolarmente bella, ma racchiude un significato speciale. Nonostante sia stata scattata con rudimentali tecniche più di trenta anni fa in Andalusia, mi rivela sorprendentemente lo stesso sguardo. Quello che conosco. E’ ancora il mio. Non sembro felice, neppure triste, solo compreso e serio, troppo concentrato nel vivermi l’attimo. Quell’attimo lì, in cui mio padre aveva costeggiato la strada e parcheggiato in coincidenza di uno slargo. Fino all’istante precedente allo scatto, il sole potente feriva paesaggi e corpi indistintamente, d’improvviso con la posa aveva lasciato spazio a una luce ambigua, sospesa, grigia come i colori della foto. E papà aveva fermato la mia immagine con un rumore muto. Quella stessa strana leggerezza, che allora era inevitabile inconsistenza, la ritrovo nella luce odierna. Forse era un presagio. Anche lui, né triste né felice, semplicemente restituiva proporzione alle aspettative di un ragazzino. Allora non avrei certo potuto comprenderlo. Ero un esecutore e rispondevo alla mia spiccata morale interiore. Un esercizio caparbio e ai limiti della ferocia, quanto riuscivo ad essere intransigente. Mi concedevo pochi spazi di libertà e non perché costretto, perché sereno con le regole e compiaciuto di quanto riuscissi, sempre, a rispettarle. Di quella fotografia fatico a riconoscere tutto il resto. Non lo sguardo, però, il modo in cui s’impuntano quegli occhi, in cui si conficcano nella mente e nella pelle per non abbandonarle più. Ancora mi riconosco. Sandali neri sui piedi ancora umidi per il bagno appena fatto, bermuda blu, una camicetta a maniche corte con quadretti bianchi e il contorno giallo. Sopra il capo un cappello messicano, a falda larga, color verde. Di quelli grezzi, forse ecru, che si vendono come souvenir nei cigli delle strade, sulle bancarelle turistiche dei mercatini, in quei posti dove andare per spendere tempo sapendolo in anticipo. Da allora ne sono trascorsi di sguardi, più o meno intensi, come di dedizioni, di tentativi di esserci sempre ed imporsi con la giusta considerazione. Eppure la vera scommessa comincia adesso. Continua ora, senza cappello e senza sandali, che posso decidere cosa e chi guardare, libero di distribuire concentrazione dove e come voglio, sorretto da un’etica sempre forte ma non più grimaldello per nascondermi ed esserci a tratti. Oggi libero tutto.

David Giacanelli