Cammina lentamente e quando arriva sui dossi, sulle piccole pendenze regalate dalla natura aspra e ruvida, rallenta. Quasi si ferma, e proprio sul limite, quando il rumore va scomparendo, improvvisamente si rianima. Come se all’apice della fatica tante minuscole persone, gnomi, lamie, piccoli esseri facessero gruppo e imprimessero l’abbrivo. Così controllo sullo specchietto, alla mia sinistra, inclinato dal vento, e incredulo continuo a stupirmi. Non c’è niente, nessuno. Non una ragione. Solo il cicaleccio e il frinire dell’agosto inoltrato, l’asfalto caldo, e nugoli di polvere e vento che imprigionano quel che resta del motorino affaticato. Ce l’ha fatta anche questa volta. La luce potente, il cielo sconfinato e basso, non una nuvola, ma l’odore di vegetazione bagnata. Eppure non è piovuto. Oleandri ovunque, ulivi argento alla luce, improvvisa macchia mediterranea che declina dal verde al marrone e accoglie scomposte processioni di pecore. Sembra sempre più lontano o più vicino il punto dove devo arrivare, mai in sintonia con il mio umore né con la posizione delle chiesette sparse, in moltitudine, su pendii irreali. Quando termino il tragitto e parcheggio, però, in mezzo alla sabbia mi si schiude quel paradiso che, pur essendo sempre lo stesso, rinnova la propria bellezza. Tutto procede nella quiete e nella collaudata pratica della sopravvivenza, è ovattato. Anche per chi la abita. Gli sguardi, volutamente distratti, volgono altrove. Non cercano concentrazione,’ché quella li accompagna per gran parte della giornata. Sulla spiaggia, lì sull’isola, proprio no. S’impone una piacevole afasia e distensione muscolare. M’immergo nell’acqua e sono a casa. Da quella prospettiva tutto s’ingigantisce, perché per qualche minuto mi allontano dalla costa. Mentre nuoto bolle d’acqua emergono a solleticare la pancia e le gambe e m’impregnano di zolfo. Allora m’immergo, di nuovo, in profondità, a toccare il limite. Attraverso quell’acqua cristallo, le sue variazioni come fossero striature di una roccia anch’essa magica, irreale per quanto di stupefacente bellezza e a portata di mano, lo sproporzionato dono di qualche dio mosso a compassione. E invece è liquido quello in cui mi muovo. Scorgo sul fondale parallelepipedi bianchi. Proprio in prossimità delle lastre di roccia si sprigionano correnti d’acqua calda, si annidano branchi di pesci e le sagome di altri natanti. Riemergo con la sensazione, di più, la consapevolezza, che appartengo a quella dimensione. La biologia del mio corpo e del mio pensiero sono fatte per viere sull’isola. Devo stare lì e aspettare che tutto si ripeti, ciclicamente, senza opporre resistenza. Devo assaporare vecchi e nuovi ricordi, cedere all’imprevisto, ripassare a memoria frammenti di storia e suggestioni mai avvenute, il mio esercizio preferito. Continuo a pensare esercitandomi a svuotare e riempire, all’afasia e al mio ritorno. Sempre a piccole dosi, in progressione, mentre il tempo scorre e sono sereno e liberato.

David Giacanelli