Non ci sono mai parole giuste di fronte la morte di un ragazzo. Soprattutto quando è lo stesso a procurarsela. Ci possiamo impegnare, possiamo invocare l’aiuto delle Istituzioni, l’accelerazione su leggi che sanzionino ogni atto di discriminazione, scendere in campo, farlo sempre. Esserci. Rispondere. Poi, però, c’è il discorso che ogni individuo tiene con se stesso. Il monologo esistenziale. Mi chiedo cos’è che basta? Probabilmente niente, e tutto. Ci vogliono leggi, piani di sostegno e aiuto, progetti, numeri verdi, azioni di educazione e sensibilizzazione degli individui, fin da piccoli. Prima di “piccoli”. Campagne mirate alla conoscenza della sessualità, tutta, e della sua accettazione come fatto naturale, quale letteralmente è. Eppure, il disagio rimane. Ciascuno di noi si è continuamente interrogato su quale elemento possa fare, davvero, la differenza. Sullo strumento da utilizzare per non sentirsi osservati e giudicati, discriminati, condizionati nelle nostre vite, scelte, psicologie. No, non siamo tutti eguali. E anche di fronte a ciò che percepiamo come tragico, non ci comportiamo tutti allo stesso modo. Siamo diversi nella nostra diversità. Non è tautologia, è forse l’unico elemento, identico, che accomuna ogni esperienza esistenziale. Ci vuole impegno globale, la rinascita di una cultura e di una società davvero includenti. Di fronte una discriminazione non tutti hanno la forza di chiedere aiuto, di rispondere, di uscire allo scoperto, di essere se stessi. Molti soffrono in silenzio e quando traboccano dolore fino a raggiungerne la soglia indescrivibile, quando non sanno più cosa fare e a chi rivolgersi, quando il disagio supera il tentativo quotidiano di sopravvivere, scelgono di non esserci. E’ vero, bisognerebbe sempre essere capaci di scappare, di sottrarsi all’ingiustizia, di gridare aiuto e cominciare a correre. Scappare per affrontarsi. Però i piani restano sempre due: quello oggettivo, del raziocinio, dell’analisi fatta, del guardarsi “dal fuori” e, ineluttabile, quello interno. E’ quella sorta di “monologo esistenziale” che facciamo a noi stessi, privo di sovrastrutture e tanto puro da essere troppo forte e troppo fragile, che rischia di ucciderci. E’ il “troppo”. E allora il confine tra la forza e la debolezza è davvero labile. Come essere tanto magri da riuscire a districarsi e camminare tra le gocce di un temporale, senza bagnarsi. E’ mai possibile rimanere asciutti nel bel mezzo di uno tsunami?
Di seguito il discorso che la sorella di Simone ha pronunciato, oggi, durante il funerale del fratello.
“C’era una volta un anatroccolo, dal corpo fragile, diverso dagli altri, perseguitato da tutti. L’ anatroccolo vaga senza meta, debole e inferiore, è brutto ma buono e diventerà un cigno bellissimo. Un viaggio triste ma positivo, l’anatroccolo conserva la sua identità. Te la ricordi Simone, era la tua favola preferita. Sentirsi diversi non è bello per nessuno ma per fortuna ci sono persone accoglienti che danno conforto a chi è in difficoltà. Mi dicevi vado per la mia strada e sono fiero di me. Anche nei momenti in cui hai lottato in silenzio e con coraggio per affrontare la paura del mondo, sempre col sorriso e l’umiltà. Prima di aprire le porte contavi fino a dieci, prima di uscire e andare a combattere contro le ingiustizie e incoerenze della gente. La tua famiglia non ti ha mai lasciato solo e ti ha appoggiato in tutte le scelte. Hanno detto e scritto che eri solo ma non è vero, sei stato tu a combattere proprio con la tua famiglia per la giustizia e la verità, quando ci hai raccontato della tua omosessualità. Il tuo sogno si stava realizzando. Ogni giorno ti vengo a trovare lì da dove ti sei lanciato nel vuoto. Ma si riempie il cuore a vedere che sei nell’animo di tutti, adulti e bambini. Chi pensa che eri un ragazzo fragile sbaglia: sei portavoce di un nucleo collettivo. Il messaggio è arrivato, Simone, ti posso assicurare, ci sei riuscito alla grande. Con questo gesto hai fatto capire che chi è in difficoltà ed è un bersaglio della società deve chiedere aiuto e trovarlo. Grazie per essere stato un bravo fratello e un grande figlio. Con i miei occhi lucidi prego per te. Ti vogliamo tanto bene”.
E’ seguito un lungo applauso.

David Giacanelli