Difficile pensare alla nostra vita tra qualche mese o, forse, troppo facile. Sempre lì a resistere, a reinventarci, ad ancorarci il più possibile alla terra. Perché i pensieri sono troppi per perdersi in vacue speculazioni. Tra partiti che si assottigliano in correnti e sub correnti pronte a farsi la guerra, tra “grazie” non chieste ma pretese e, dunque, non concesse; tra falchi, lealisti, colombe e falchetti; tra leggi di stabilità incompiute e scheggiate continuamente da ddl opposti; tra la probabile mancata riforma della legge elettorale e provvedimenti annunciati e poi ritrattati per essere resi malmostosi un secondo successivo, come comportarsi? Cosa pensare? Anche a volere essere informati sempre e comunque, a divorare giornali e agenzie di stampa, notizie on line, blog, telegiornali e programmi politici più simili all’intrattenimento fine a se stesso dove la provocazione e la baruffa prendono il posto dell’informazione e del confronto politico, anche a volere leggere editoriali su editoriali e ad approfondire saggi, leggi, a rievocare studi più o meno antichi, insomma anche a volerci essere il più possibile, a testimoniare il nostro tempo non solo subendolo ci stiamo allontanando e ci sentiamo apolidi. Non che negli altri Paesi d’Europa le condizioni economiche e politiche siano di gran lunga migliori, pur nelle loro eterogeneità, ma con i tempi dettati dalla necessità del lavoro o di un non lavoro, quel che emerge è ancora una volta la distanza siderale tra politici ed elettori. E non è un discorso di casta, non c’è bisogno di scomodare il populismo grillino, né la retorica buonista, la visione manichea tanto rassicurante. Non ce n’è bisogno perché sempre meno cittadinanza pensa alla Politica e alle Istituzioni come a dei riferimenti, ideali cui tendere e con i quali confrontarsi. E se in passato si era sviluppato un odio viscerale che poggiava su oggettive disuguaglianze sociali, che oggi pure sopravvivono e anzi si acuiscono, ora regna incontrastata l’indifferenza e la noia per un mondo troppo lontano e sempre meno rappresentativo. Il pensiero rimanda all’esistenza di due mondi paralleli, quello della Politica e quello reale, destinati a non incrociarsi mai se non in qualche sporadica idea e proiezione che ha la consistenza dell’effimero. Subentra un sentimento di volontaria afasia, di dimenticanza studiata ed esercitata, di desiderio di essere altro, a parte, un collaudato altrove. Basta ingranaggi sempre asincroni e più grandi di noi, distanti e pertanto altri. Eppure di vertigini ne abbiamo vissute e ne abbiamo scritto, ci siamo sfogati, abbiamo lasciato che sedimentassero. Siamo stati funamboli sull’adrenalina, sul bordo scosceso e pericoloso dei cambiamenti epocali, dei muri abbattuti, ma dopo la rabbia e l’orgoglio ferito siamo bagnati da una ragionata indolenza, dalla resistenza a lasciarci coinvolgere per non essere ancora una volta delusi o, peggio, traditi.
Una banalità, forse, un concetto semplice, essenziale e drammatico che caratterizza l’umore di interi strati della popolazione italiana. La sua maggioranza.