La vergogna presuppone un pudore, che nell’etimologia più antica del termine aveva un’accezione negativa. Poi, con il tempo, il significato si è trasformato, in positivo, per via dei condizionamenti di culture e società. Ma come può un soggetto agente attribuire la “vergogna” a qualcuno, più gruppi politici, se lui per primo non riesce a provarla, anzi la nega. E contro l’altro invece, l’interlocutore, sempre tanti, l’intimidazione come l’urlo e l’indignazione esasperata è mossa come una invettiva, un avvertimento che ha ancora il sapore del torbido. Di chi è abituato a risolversi le questioni da sé, anche nel male, basta riportare il risultato, economico ed edonistico, a casa. Il giudizio nei suoi confronti è invece, sempre, un pregiudizio, poiché non corrisponde alla rappresentazione che l’uomo ha di se stesso ed è pertanto oggetto dell’invidia altrui. Per via delle proprie capacità e ricchezze. Ancora, la consapevolezza di essere stato eletto e di avere ricevuto un gran consenso elettorale è l’arma sfoderata, sempre, per giustificare le proprie azioni e la presunta rispettabilità. Ma non c’è un’equazione tra numero di voti e consenso popolare da una parte, e rispettabilità ed etica dall’altra. Non basta ricevere voti per essere rispettabili. Oggi appare come un cavaliere dimezzato, come il personaggio cattivo di qualche fiaba antica. Invece esiste e fino all’ultimo promette vendetta, con rabbia, digrignando denti, rimpicciolendo cattivo gli occhi ormai vecchi, negando con la stessa pervicacia che i suoi compari attribuiscono alla magistratura tutto quello che l’ha riguardato direttamente fino ad oggi. A nessuno può fare piacere d’essere estromesso dalla vita politica, l’essere giudicato colpevole per reati commessi, il ritrovarsi agli arresti domiciliari. Ma, ad un tratto, dovrà pur subentrare la consapevolezza o almeno quel briciolo di buon senso. Un frammento, un soliloquio con la propria sanità mentale, con l’equilibrio. Si dovrà palesare la consapevolezza che è giusto arrendersi a qualcuno preposto a giudicarci sulla base di prove raccolte. Finiti i Tar e le Cassazioni, le persone corruttibili, i dossier e le macchine del fango, i metodi delle “vite degli altri”, alla fine si dovrà potere scrivere “punto”. Non tutto ha un prezzo: l’onestà non ce l’ha. E non è moralismo, è semplicemente costatare che non siamo tutti corruttibili, che non si può comprare sempre e comunque la dignità delle persone e la loro verità; che non si possono estorcere sempre false testimonianze in cambio di denaro o favori di altro genere. No. Non è vero che tutto ha un prezzo, c’è chi è pronto a fare sempre un passo indietro, che sa dire “no”, che non sogna prospettive dorate e stili di vita bagnati di sfarzo. Tutto questo, poi, stride terribilmente con la gravità del tempo che viviamo, denuncia la totale assenza del contesto, la conoscenza minima del quotidiano della gente, anche di quella che in massa l’ha votato ed evidenzia quanto sia concentrato solo e sempre sulla sua persona”.

David Giacanelli