Tre anni fa, circa, andai a prendere un’amica che arrivava alla stazione Termini. Una persona colta, intelligente, una mente aperta, veloce, curiosa e accogliente. Le brillavano gli occhi. Forse un poco eccentrica, come tutte le persone che vogliono essere sempre protagoniste, non tanto per apparire, quanto per riempiere la scena dei suoi vuoti esteriori, e quelli interiori di lei persona. Ognuno di noi ha dei vuoti interiori, spesso l’effetto di un torto subito, di una violenza mal digerita. Pur nella sua complessità, questa persona la ammiravo e la ammiro ancora. Non la sento più, e non c’è stato un motivo specifico: una prolungata assenza, i fraintendimenti che si sommano e s’intrecciano nel tempo, una causa ed un effetto senza controllo. La quotidianità così ingombrante e piena di fatica ti consuma ogni più piccola risorsa, ti sottrae anche la pazienza e la lucidità per ridiscutere quelli che ritieni essere gli errori della gente e, peggio, delle persone che ammiri e che non concepisci possano sbagliare, soprattutto nei tuoi confronti. L’effetto di questo concatenarsi di vicende ha fatto sì che all’alchimia che me la fece incontrare, si è sostituita la progressiva assenza. Ma questo è un altro capitolo che, spero, un giorno potrà forse risolversi. Quello che voglio ricordare, nitido, fu il discorso che facemmo a pranzo. Mi parlò di un’iniziativa assurda, contro il rogo dei libri. Pratica assai diffusa in certi regimi politici, epoche storiche andate, che tuttavia alcuni piccoli Comuni contravvenendo al senso del contesto e all’evoluzione della storia continuavano a proporre in specifiche aree, per fortuna circoscritte, del nord Italia. Rimasi prima basito, poi sconcertato, perché davvero facevo fatica a concepire che un gruppo di scrittori e traduttori, a vario titolo, si fossero affrettati per disperazione, per amore della cultura e della democrazia, a costituirsi in Circolo proprio per combattere le liste di proscrizione dei libri. E già immaginavo il falò dei libri: un atto osceno e volgare che neanche volevo vedere nella mia mente e che invece lei, vivida e luccicante, mi descriveva nei minimi dettagli. Poi mi elencò parte degli autori banditi poiché considerati “pericolosi”. Lei, già allora, una risposta me l’aveva data, con la sua semplice e inquietante testimonianza. Qualche anno dopo, sotto sembianze differenti, veicolate in percorsi nuovi, le liste e i falò son tornati, e con loro l’inquietudine. E così c’è qualcuno che va in giro vantandosi delle liste dei giornalisti e degli scrittori banditi, di libri bruciati, della necessità di ricorrere a qualsiasi espediente per destabilizzare. Destabilizzare non è cambiare, è solo colpire nel mucchio, creare disordine e scompiglio, ricoprire di improperi ed offese un Paese già provato, che non ha bisogno di schermaglie continue e fango, bensì di cambiamento vero.