Per sopravvivere alle “categorie”, alla Politica che ha illuso e disilluso non risolvendo i problemi, lo stratagemma migliore parrebbe sempre, in ultimo, quello di affidarsi ai movimenti. Crearne di nuovi, agganciarsi ai vecchi. Il movimento non ha la veste né la struttura del partito, scaturisce ogni volta da esigenze e storie differenti e, secondo i casi, può avere maggiore o minore connotazione territoriale. I movimenti, i più variegati, giacché “nuovi” si arrogano il diritto di potere affermare qualsiasi tesi, di potersi scagliare contro tutti esibendo una verginità di natali. Di fronte alla recente nascita nulla e nessuno può permettersi di obiettare qualcosa. Se lo fa, finisce in liste di proscrizione ed è liberamente insultato sul web. I movimenti possono, anche, sconfessare la storia, distruggere certezze, riscriverla a proprio piacimento passando sopra i sacrifici delle migliaia di persone che sono morte e si sono battute per un ideale. Si sentono abilitati a farlo in quanto, appunto, “nuovi”. A questo ragionamento, apparentemente logico, sfugge solo una considerazione, ormai vecchia e contrastante con la verginità dei natali: per cambiare la mentalità e le culture delle persone, per cambiare il “verso” alla politica bisogna avere un interlocutore con il quale discutere, confrontarsi, demolire per ricostruire. Non si può saltare il confronto, evitarlo perché, aprioristicamente, si è migliori e non si vuole correre il rischio di opacizzarsi con il già esistente. Lo status di “esistente” in quanto tale non è sinonimo di “colluso”. Perché così procedendo anche le domande ragionevoli e necessarie che hanno contraddistinto la nascita di molti movimenti, che hanno contribuito a istillare il dubbio, a fare sì che i partiti si guardassero nuovamente dentro per rimodulare molte analisi e approcci sono vanificati da una puerilità di base. Affidata, quest’ultima, al web momentaneamente sintonizzato. Per altro la Rete, proprio attraverso i movimenti, non evidenzia la propria connotazione democratica, al contrario si mostra come potere indomabile, non circoscrivibile, antidemocratico per eccellenza. Perché capace di fare passare e avvalorare messaggi sbagliati, paragoni equivoci, contenuti controllati dalle solite e poche persone: un’oligarchia nel migliore dei casi, quando non una diarchia. Se si pretende di imporre una restaurazione che è “innovazione” bisogna sempre farlo dal “di dentro”. Altrimenti, quel che emerge, e non solo per via di una politica ridotta a circo mediatico, è che pur contenendo semplici e universali richieste condivisibili, talmente valide da non potere non essere accettate, non si spiega in termini pratici e reali come realizzarle, quali i progetti futuri. L’unica logica del movimento, a oggi, parrebbe quella di arrivare, alla fine, a essere prima forza politica di un Paese per poterne decidere, in piena esclusività, qualsiasi operato e scelta. Una formula che il nostro, di Paese, non ha mai vissuto se non in parentesi storiche che vorremmo potere ricordare solo come monito perché non si ricommettano quegli atroci errori. Gli autoritarismi, i regimi dispotici e assoluti, le leggi illogiche e incontrovertibili proprio no. Non basta neanche, però, riassumere i movimenti come solo portatori di populismo. All’accezione finora negativa attribuita a questo termine, i movimenti hanno risposto alimentandosi, traendo nuova forza. Esiste un populismo democratico, magari semplice ed essenziale, ma che è foriero di contenuti condivisibili e, prima di tutto, democratici. “Populismo democratico”, come qualche politologo ha già sottolineato, non è necessariamente un ossimoro. Va intercettato e con esso ci si deve confrontare, mai soccombergli. I limiti, però, sarà perché credo nel partito, nella sua organizzazione come nei suoi limiti, perché mi considero figlio di una storia e di un percorso politico riconoscibili e in qualche modo coerenti cominciano a essere davvero troppi e ingiustificabili. Dopo tanto silenzio, la lettera di Piero Geymonat “Io, nipote di un deportato offeso dalle parodie di Grillo”, pubblicata da la Repubblica di oggi, non può non far riflettere sulla cifra, sul limite ormai oltrepassato da tempo di quanto si può e quanto non si può dire. La storia, spesso, può più del nuovo e va, ancora una volta, ricordata perché il nuovo non sia affetto da “nuovismo” becero.

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