Nella frenesia e velocità generali, caratteristiche sempre più diffuse al punto di connotare principalmente il nostro tempo liquido, c’è chiaro che l’urgenza e la precarietà non consento di obiettare troppo. Pensare sì, ma non per produrre altri interrogativi che sottraggono, inutilmente, forze e altro tempo. E va bene così, deve andare bene per forza. Perché, ancora una volta, nell’urgenza la speranza che qualcuno possa muovere e districare anche solo parzialmente la matassa nella quale ci troviamo incastrati, è l’ultima a morire. Non abbiamo più molte alternative, né mezzi per imporci. E’ sorprendente, girando per la città e rivedendo vecchi amici, costatare come anche i più determinati, quelli che ricordavo tali, si siano seduti. Abbiano preso distanza e si rifiutino di districare la matassa. La stanchezza, che non è arrendevolezza né indolenza, piuttosto sano scetticismo e voglia comunque di continuare a volersi bene, di risparmiarsi per tempi migliori, ha prevalso. E allora li sento esprimersi, questi amici, come non avrei mai ritenuto possibile. Mi accorgo che dev’essere un virus generalizzato, che coglie indistintamente tutti, anche i più critici, i più combattivi, gli intramontabili volitivi. Una componente è dettata dalla crescita e dall’invecchiamento personali, che portano sempre saggezza e, assieme, un inaspettato equilibrio capace di fornire una visione d’insieme efficace e di sedare moti di ribellione destinati a implodere. In parte, ancora, c’è un’oggettiva mancanza di strumenti nuovi ed efficaci per fare arrivare il disagio e risolverlo. Mancano mezzi, sentieri che non siano quelli noti e già percorsi. Internet, i social più in generale, sono talmente abusati da risultarci ormai vecchi e trapassati. Non che non siano efficaci e non servano, al contrario, storicamente hanno influito in diversi conflitti, in fughe di notizie eccellenti, hanno creato adesione e partecipazione intorno a temi che andavano affrontati, hanno contribuito a contrastare e convogliare iniziative destinate a combattere regimi antidemocratici e agevolato la fruibilità dell’informazione a qualsiasi livello, superando le barriere culturali e sociali. Anche questa è democrazia. Eppure, di fronte all’assenza di una prospettiva chiara, di una visione, impegnati a sopravvivere alla giornata, forse i social rischiano di diventare davvero uno svago superato. Sembrano ridursi ad autoritratti, servono ad autori ego riferiti, a enfatizzare spesso il nulla. Un interessante saggio di Rodotà sul mondo nella rete mette proprio in relazione tutti gli effetti, positivi e negativi, della fruibilità della rete e, soprattutto, l’assenza di una legislazione specifica sugli utenti e sul prodotto circolante nella stessa. Comunque, alla rete, siamo abituati e in qualche modo dipendenti. Comincia a pesarci che lo sfogo estemporaneo, con il tempo, diventa “leggero” ma non nel senso di divertente, è spesso inutile. Nullo. Continuiamo invece a pensare alle soluzioni, a nuove idee, e se un po’ di leggerezza per tornare a sognare ci vuole, è indispensabile, anche quest’ultima deve avere il suo senso. Deve essere ben congegnata e strutturata. Che non è una contraddizione. Cosa ci aspetterà, ancora? Tornare a parlarci direttamente, riunirci fisicamente oltrepassando il monitor del computer, ricreare quella leggerezza raccontandocela in faccia, di persona. Annusarci, sviscerare idee anche vecchie, tornare ad una forma antica di contatto. Insomma, mi pare davvero quanto di più rivoluzionario e auspicabile si possa desiderare adesso: indietreggiare per un attimo e recuperare la qualità dei rapporti umani. Che non significa abbandonare la tecnologia, ma adoperarla bene e risparmiandoci il più possibile.

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