Sotto il chiacchiericcio dell’estate, alcuna Politica ha perso molta credibilità.
Sarà perché davvero la gente è sempre più stanca, fatica a reinventarsi, a resistere, a conservare pudore e un proprio orgoglio.
Va bene la velocità, vanno bene le riforme che non si sono fatte per decenni.
Non può essere accettabile, invece, in un qualsiasi paese democratico,
che un ragionamento fatto ad alta voce, il desiderio e l’urgenza di approfondire
una tema, il dubbio che non si allinea o, peggio, è d’intralcio all’accelerazione dettata dalla forma che è sostanza nella politica dell’oggi, siano cassati e discriminati.
Sollevare un dubbio non dovrebbe farti sentire “datato”, legato al passato, precocemente invecchiato, indigeno che disegna cerchi concentrici attorno ad un “totem”. L’altra parola abusata dell’oggi veloce.
Perché non accondiscendere a una linea divenuta di “maggioranza”, non significa essere ai suoi antipodi, né accettare il facile populismo che sempre di questi tempi la supera in velocità, la “maggioranza”. Si può fare parte di un partito, rivendicarne la storia e la mutazione nel tempo, ma non per questo essere continuamente oggetto
di un ricatto per il quale o si sta dentro o si è fuori, o si accettano tutte le visioni e posizioni dettate da un Governo di coalizione o si è ideologizzati.
Nella democrazia ibrida e personale, dove i partiti sono diventati “partiti di” e
non strutture autosufficienti che vivono di vita e linee proprie,
sembra si debba recitare ad ogni costo il ruolo dell’ottimista, con l’unanime condivisione delle posizioni di un’unica persona e della ristretta cerchia che gli fa capannello.
Non credo nel rischio dell’autoritarismo, né ad altre fantascientifiche tesi circolanti.
Da militante di sinistra, però, a tratti ho sempre più la sensazione di vivere
in una sorta di “Truman Show”. Che sia richiesto, quasi comandato, d’essere bravo attore nella parte, propositivo e pragmatico a prescindere, anche dai contenuti che si vogliono realizzare, anche sbagliando.
Sono d’accordo sulla necessità di ricette specifiche, economiche, da realizzare
per fronteggiare l’incubo della deflazione, per attirare investimenti esteri
nel nostro Paese, per fare ripartire la produzione interna come la sua occupazione
e, dunque, spesa.
Obiettivi che tutti si augurano per quanto ovvi e banali.
Eppure si continua a parlare di velocità e necessità di realizzare le riforme istituzionali che, pur indispensabili, non saranno realtà se non tra mesi e
dopo vari passaggi e letture e altre parziali modifiche.
Dunque, forse, sarebbe meglio qualcuno spiegasse scientificamente quali sono tutte
le scelte possibili per ridare lavoro ai disoccupati, giovani e vecchi,
quale indirizzo e politica economica s’intende realizzare prima di subito.
E nel pretenderlo non dovremmo essere considerati schiavi di un’ideologia,
di una categoria non più esistente, “la sinistra”, né reputati recalcitranti, disfattisti, pessimisti, figli di posizioni troppo cerebrali ed intellettualistiche
o, peggio, “lobbisti” che si servono dell’ideologia per difendere meri interessi personali e della categoria di appartenenza.
In questo stesso “oggi” molti di noi preferiscono tacere e parlano sempre meno, indaffarati a sopravvivere, ad aiutare chi già non vive più, chi non lavora,
chi non ha diritti, chi ha smesso di desiderare di rivendicarli, chi non ha prospettiva di alcun genere.
Una mia amica giorni fa mi ha scritto dicendomi che la “serenità”, che è già una parente lontanissima della “felicità”, non appartiene al suo quotidiano da troppo tempo, perché lei, madre di tre figli, è un esubero.
E come lei nel suo lavoro, lo stesso, suo marito è un altro esubero.
Due tra migliaia di persone e molti esuberi ancora. E non parliamo di casi eccezionali, bensì della normalità.
Di cassaintegrati, di licenziati, di giovani mai occupati, di adulti insoddisfatti
che rischiano continuamente il proprio posto di lavoro.
Di un’umanità sulla quale non si è mai investito o si è smesso di investire
parecchio tempo fa.
Quest’oggi che soffre enormi indici negativi in termini di occupazione e produzione, di PIL e deflazione spaventosa lo puoi fronteggiare dal punto di vista sociale “facendo rete”, riscoprendo rapporti umani e relazioni autentiche di reciproco aiuto, ma dal punto di vista economico abbiamo bisogno della ricetta non più prorogabile,
che poco ha a che fare con la velocità e il tema delle riforme pur indispensabili.

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