Quello che è detestabile più di ogni ingiustizia, efferatezza, violenza gratuita partorita da una mente malata, assassina o semplicemente invasata, sono le considerazioni che pontificano in rete. I giudizi populisti, il presenzialismo incontenibile, viscerale che urla al complottismo, tutti gli ego riferiti pronti a compiacersi delle proprie capacità divinatorie, di preveggenza, di analisi ponderate e uniche. Queste, sole, giuste e affidabili, pertanto imprescindibili. Ideate, ovviamente, anzitempo. Prima che accadesse tutto. Quando gli altri, il mondo intero rimanente al di fuori della loro egocentrica presunzione e pesantezza, con tutta la tautologia d’obbligo, ancora vivevano ignari, con il naso all’insù, a uno stadio primordiale. Ignoranti il tutto, impegnati solo nel giocoso e volubile compito della sopravvivenza quotidiana. Questi giudizi, perentori quanto manichei, che mostrano un’incrollabile sicurezza su tutto quanto accaduto, sull’analisi politica, sulle misure da intraprendere per prevenire nuovi attentati, nuove tragedie umane, sugli strumenti più idonei per risolvere il problema dell’immigrazione che tanto, in un modo o nell’altro, è sempre correlato a quello del terrorismo, affollano la rete. Da facebook a twitter è un insopportabile clangore di pance, di personalità troppo egocentriche o troppo isolate. Ai tempi del web, per altro garanzia di democrazia, ed è bene comunque potersi dolere di questo, bisogna sorbirsi anche i pedanti soliloqui di gente improbabile, improvvisata quanto saccente. Delle volte, questo sì un semplice e innocuo quanto forse poco più responsabile ragionamento, sarebbe meglio mostrare la propria vicinanza a una tragedia avvenuta, con un silenzio. Più eloquente di qualsiasi analisi strampalata, che quest’ultima se non aggiunge niente ci sottrae tempo e contribuisce a mortificare. Siamo già esposti, presenti, sempre pronti a ragionare e metterci in discussione, come ad assumerci responsabilità e confronti: non con i discorsi auto compiacenti di pseudo intellettuali, ma con quanto umanamente c’è possibile fare, in un sacrificio che sia utile.