Raccontare di una donna che ha cercato di aprire un giornale e di editare libri in proprio, di una scrittrice che teneva un blog meraviglioso su l’Unità, di un’eclettica ed intelligente divoratrice di libri che per mestiere li traduce in italiano, di un musicista affermato, così di molti miei convincimenti rispetto alla vita politica e sociale del Paese, mi ha dato l’opportunità non solo di conoscere e riconoscermi in tante persone, ma di capire quanto mi incuriosiscono le storie. Della curiosità sono sempre stato consapevole, ma ho compreso quanto fosse determinante dedicarmi a descrivere, a tratteggiare, fantasticare delle e sulle vite degli altri. Così sui viaggi, sugli incontri: i miei e quelli degli altri. Così sui particolari apparentemente insignificanti: segmenti, parole scambiate, immagini sbiadite, volti incolori, il rumore dei passi, l’incedere sull’acciottolato, improbabili battute, espressioni del viso, fronti corrugate ed espressioni accigliate, denti di un bianco opalescente sono stati muse ispiratrici del mio quotidiano. Quello creativo, che mi portava a fissare per sempre quanto vissuto, di fatto e nella mente, trasferendolo sulla carta o sul file word di un computer qualsiasi. Muse che mi hanno traghettato altrove, solo con il pensiero. In un luogo “altro”, che mi consentisse di uscire da una fessura per abbandonare un angolo angusto, sporco, indesiderato, fatto di miopi insignificanti esseri, di rapporti di potere, di lacché e camarille. Mi bastano pochi indizi et voilà il gioco è compiuto. Un altro mondo, altre persone che travestono le mie muse. Trattasi di luoghi sempre migliori del nostro. Allora eccomi ad inventare storie. Il motivo per cui lo faccio, spesso senza alcun esito. Solo per pacificarmi, per distendermi un attimo con la consapevolezza di dovere tornare, attraverso quella fessura magica, al torpore e all’asfittico quanto incolore mondo dal quale poc’anzi sono fuggito, ma con un’arma in più. Ecco perché scrivo. Evado, creo mondi diversi o rimescolo l’esistente, ne centrifugo personaggi anch’essi reali o all’abbisogna inventati, per determinare un effetto diverso. Più ragionevole ai miei occhi e al mio pensiero: dove le persone possono ancora desiderare e sperare di avverare qualche proposito. Ove esiste, ancora, una connessione tra causa ed effetto, responsabili sforzi per risultati. Questo non impedisce al mio impegno civico e alla mia curiosità, come all’amore per la scrittura di provare oltre che ad immaginarlo a costruirlo un secondo mondo. Un 2.0, come direbbe qualcuno. Ma non sarebbe la stessa cosa. Ci provo, di continuo, senza nutrire la stessa attrazione, volontà, motivazione. Nella mia testa di emozioni e personaggi da raccontare ce ne sono a iosa. Vivono di vita propria e sono così determinati nei caratteri, come precisi nelle fattezze, che non possono lasciarmi indifferente. Migliori di quelli in cui ci imbatteremmo nel mondo 1.0. Devo mantenerli in vita se non voglio che muoiano. Un po’ come quando si affronta un lutto. Dopo lo sconvolgimento che può durare troppo tempo, che può non abbandonarci mai, ci rimane solo il ricordo. E’ il ricordo che mantiene in vita l’immagine, la parola, la fattezza, il carattere del personaggio che abbiamo perso. Quello reale che ha ispirato l’immaginario, pur sempre credibile. Quello che amavamo fino all’inverosimile. L’unico stratagemma per sopravvivere alla lontananza, alla separazione, all’amputazione dei sentimenti, al lutto è proprio quello di conservare in modo scientifico la memoria di quanto ci è stato sottratto. Questo ci rimane. Poi i polpastrelli cominceranno a picchiettare, nevrotici, sulla tastiera del computer. Perché sono sempre loro, i personaggi, inventati o reali, comunque persi, a rivendicare d’essere ricordati. Dunque stare meglio è scrivere e scrivere è ricordare come fare a stare meglio, ciò che per noi ha ed ha avuto un valore reale. Ecco, vorrei potere sempre ricordare. Che è un po’ come potere sempre scrivere. Fissare prima che si dilegui. Non dimenticare la suggestione, il piacere, il desiderio e la gioia condivisi. Per ora continuo a nuotare. Sotto l’acqua, certo, non posso scrivere, ma ricordarmi di ricordare.
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