Di fronte ad una forte emozione preferisco non scrivere. Non che mi manchino le parole, ma improvvisamente mi sembrano inutili. Preferisco vivere la suggestione del momento, a prescindere dalla sua qualità ed intensità. Sia che nuoti nell’ottimismo, come nel malessere, se c’è troppa intensità nelle immagini che mi si stagliano di fronte, nelle informazioni che ricevo, nei semplici pensieri o troppo poca, tanto da indurmi a pensare di trovarmi in una sorta di stasi, di abulia, di apatia quando non afasia, allora devo fermarmi. Capire cosa mi sta capitando, davvero.  Il non sollecitare troppo il pensiero, nel bene o nel male, mi rimanda di riflesso all’ottundimento della salute.  Alla non ricettività, allo schermo che frapponiamo tra noi e la vita attiva. Non è un implicito giudizio di merito,  perché non credo sia un bene o un male.  E’. Comunque, un’istantanea potente. Allora  mi fermo. Ascolto e  lascio che si depositino in tutta la loro irruenza, che mi lascino lividi, carezze o pugni. I pensieri, s’intende. Ci devo tornare sopra dopo qualche istante. E’ importante tornarci sopra. Ad un certo punto si smette di produrre esperienza, quanto meno quella più esplicita e tangibile. Non è che tutti i giorni possiamo ipotizzare di agire, di compiere decisioni, di conoscere persone, scambiare opinioni, né possiamo ritenere d’essere sempre al centro di un microcosmo. A volte, dobbiamo aspettare e basta. Utilizzare un silenzio sano ed eloquente. Guardarci attorno, quindi dentro. Anche questo è un arduo esercizio. L’azione di guardare, che non è vedere. E’ osservare attentamente, mettendoci del nostro. L’elaborazione, la critica in senso lato, la pazienza o anche l’irruenza. Insomma,  formalizzare uno stato d’animo apparentemente immobile, che procede dopo numerose accelerazioni con violente battute d’arresto, mai ossimoro è stato più appropriato, senza un preciso scopo o un’aspirazione forte, è comunque costruttivo.  Ci relativizza rispetto al tutto. E descrivere, utilizzare i segni giusti, non è  semplice. Ci si sente sopiti in partenza, come inadeguati perché anestetizzati. Con quale coraggio pretenderemmo noi di descrivere il quotidiano, anche quello privo di effetti speciali, di invenzioni, di azioni importanti subite o agite? Chi dovrebbe incuriosire o interessare la nostra didascalia? Forse proprio ed esclusivamente noi stessi. Come leggerci intimamente, nella parte più vera e rappresentativa del nostro pulsare. Descrivere e testimoniare un quotidiano incolore, o apparentemente tale, è la sfida più esaltante. Per tutto il  resto, sovrastrutturato in eventi e voli pindarici, verosimili ma per natura mai veri, c’è sempre tempo.

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