Il tempo scorre e non è sempre facile fissarlo. Travolti dalla marea dell’esistenza, dai pensieri, dalla conservazione personale, acquista ancora più velocità. Invecchiamo nel tentativo di proteggerci e, allo stesso tempo, di continuare a indagare questo enorme mistero. Sarebbe davvero efficace poterlo fermare il fluire continuo. Magari, semplicemente riuscire a diluirlo, allungarlo, creare più secondi, minuti, ore. Così, almeno, potrei senza malie particolari, né affidandomi all’ubiquità, senza sognare, né proiettarmi in desideri destinati a dissolversi, riuscire a salutare e condividere tutto l’ultimo vissuto con le persone che amo. Questo avviene, raramente, quando me lo impongo e riesco nell’intento. Ma con la mia volontà, terrena quanto terrigna, legata a terremoti e sismi, non abbraccio tutte le persone. E, cosa abbastanza bizzarra, la cernita degli affetti non segue una logica di vicinanza. Al contrario, mi capita spesso di lasciare correre interi periodi, più o meno lunghi, senza mantenere il contatto con le persone che amo di più. Pensavo proprio a questo. A quanto, nell’attesa di poterle rivedere queste persone, sia almeno utile per me stendere queste parole. Su un ipotetico telo bianco, una pagina, una superficie che porti scritto quanto mi sento orfano della vostra presenza, quanto mi mancate, quanto il solo pensarvi mi restituisce il tempo della ricchezza emotiva e di conoscenza che abbiamo costruito e condiviso. Non voglio sembrare melenso, inutilmente didascalico, prolisso, ma rinnovarvi il mio pensiero di vicinanza e fratellanza. La mia famigliarità, che poi è un amore diverso, ma pur sempre un amore. Allora v’invio questo pensiero banale quanto reale, sincero, provato, che non aspetta altro che raggiungervi. Voi, che siete i “miei”. David