Oggi ricorre la giornata della Memoria, indetta dall’Onu. Per non dimenticare. L’olocausto, gli effetti drammatici quanto schizofrenici di leggi e ideologie nazifasciste. Quando proviamo a immaginare cosa non dobbiamo dimenticare, nella sua rappresentazione quasi precisa, se imprecisa è perché ne vogliamo prendere distanza per proteggerci, ci vengono in mente i campi di concentramento, i rastrellamenti, le implicazioni tragiche e disumane del nazifascismo. Volti eterogenei di donne, uomini, bambine e bambini, disabili, rom, omosessuali, le diverse etnie e i portatori di differenti convincimenti politici, comunque scomodi, che ci fissano dietro il filo spinato. O, ancora, accatastati l’uno sull’altro, ormai scheletri. Compressi in scaffalature di legno, dove giacciono in greppie indegne del genere umano. Uomini con uomini, donne con donne. Scarpe dismesse, accatastate l’una sull’altra, pronte per un grande falò o altra ignobile destinazione. Ci guardano tra l’incredulo e il basito. Poi, solo con il dramma negli occhi. Di chi ha compreso quale sarà la propria fine, di lì a poco. Le giornate servono. Per ricordarci, per alimentare quel sentimento enorme di condanna e sdegno, di rifiuto, capaci di arginare qualsiasi altra schizofrenia dovessimo annusare nell’aria. Così qualsiasi altra posizione politica d’intolleranza che cerca, con ogni pretesto e servendosi di episodi tragici, cronaca nazionale e mondiale, di fare proseliti in nome di argomentazioni populiste e grette, comunque primordiali. Perché l’intolleranza, come l’ottusità del pensiero, figlie della paura e dell’ignoranza, sono sempre vicine. Pronte a invocare la contrapposizione tra culture di serie “a” e culture di serie “b”, ad asserire l’impossibilità di qualsiasi confronto, qualsiasi convivenza e coesistenza perfino in nome dell’incapacità terrestre.’Ché saremmo troppi a volerci concentrare nella medesima superficie. Discorsi assurdi quanto, ahimè, reali, che si sentono proferiti da insospettabili persone, anche quelle con gli strumenti minimi per un’analisi completa e scevra da pregiudizi. La paura è sempre pronta a rosicare centimetri, a guadagnare spazi, a fare proseliti, ad avvicinarsi per poi insinuarsi nei pertugi della distrazione e dell’altra paura. Dobbiamo ricordare sempre, perché se con il buonismo e la retorica dei sentimenti non risolviamo i differenti problemi di un panorama geopolitico complesso e intriso di continui focolai, dove albergano e si rifocillano forme di contrapposizione e differenti guerre, le idee aberranti del respingimento e allontanamento ad oltranza di quanto diverso da noi, come della convinzione che la salvezza personale passi esclusivamente attraverso la profilassi della propria storia e cultura, continuano a ronzarci attorno. Come un crepitio che si avvicina sempre più. A fasi alterne lo ascoltiamo avvicinarsi e allontanarsi. Ieri abbiamo ricordato l’importante vittoria di Tsipras, l’affermazione di una nuova sinistra. Oggi ricordiamo la giornata della Memoria. Oggi pomeriggio, ancora, il Comune di Roma riprendere la discussione al Campidoglio per approvare il registro delle unioni civili. Ebbene, tra le varie categorie di discriminati, alcuni di quelli di “ieri” sono gli stessi di oggi. A diversi livelli e in diverse forme, per fortuna, ma l’oggetto preferito e inevitabile, quanto scomodo, dell’allontanamento. Tra un discorso prima globale, poi locale, esiste un enorme quanto spesso collegamento, che non possiamo prescindere, ma ricordare continuamente. Dunque ricordare serve e come. Se non a convincere chi pervicacemente continua a difendere le posizioni dell’intolleranza e dell’intransigenza, di chiusura verso tutto ciò che non è normato e sancito da una legge, rimanendo immobile verso ogni cambiamento e riconoscimento della realtà, che si è già evoluta, a rinsaldare e fortificare ulteriormente chi il cambiamento lo auspica da troppo tempo e con ogni intenzione. Ecco a cosa serve la memoria. A srotolare di continuo il nastro della storia.

David Giacanelli