E’ vero solo in parte che il registro delle Unioni Civili approvato oggi in Campidoglio con 32 voti a favore, 10 contrari e 1 astenuto non ha alcun valore legale. Costituisce, comunque, a livello territoriale, un “precedente”. Un laccio, un vincolo da potere esibire, una volontà manifesta da fare valere nelle sedi appropriate. Là dove si crei l’urgenza, per esempio. Il laccio unisce e imbriglia, costringe al confronto, ad assumersi delle precise responsabilità e a riconoscere un legame. Un po’ come accadde quando autorizzarono in alcuni Municipi romani, ormai qualche anno fa, i registri per i testamenti biologici. Tutto si ricollega a una visione più laica e rappresentativa della vita e della società, che è cambiata da tempo, che si è evoluta. Società, tuttavia, che in questo radicale cambiamento non è “normata” come dovrebbe. Se a livello nazionale non esistono leggi che disciplinano i rapporti tra persone delle stesso sesso, ma solo per eterosessuali e attraverso l’istituto del matrimonio, declinato in religioso e civile, questo è un problema della classe dirigente del Paese. L’Italia è tra i pochi Paesi europei impantanati nella scollatura, enorme, tra classe dirigente e cittadini. La lacuna, in progressiva espansione in molti temi di basilare importanza, diventa tragica quando ci si relaziona ai diritti civili. Sempre condizionati e posticipati all’urgenza economica o a un’altra priorità. Quella di turno. Come se l’economia e i diritti non viaggiassero assieme, non fossero il binomio indissolubile invocato, ormai, dai più grandi economisti dei nostri tempi. Parliamo tanto della necessità di accelerare sulle riforme per arrivare a Governi stabili e democratici, trasparenti, in pratica adamantini nella composizione e strategia; ci genuflettiamo all’abbrivo, necessario, con l’imperativo di non indugiare più su traguardi imprescindibili. ‘Ché la stessa Ue ci osserva. Eppure sono decenni che lo diciamo. La Ue ci dovrebbe osservare anche in tema di diritti. Senza andare così lontano, dovrebbe farlo il Governo attuale, la Camera, il Senato e quel che ne resta. Non è più possibile stilare le odiose classifiche di serie “a” e serie “b” per quanto concerne le priorità da affrontare. Oggi tutto è indifferentemente priorità e urgenza e, per questo motivo, non si può più assecondare l’indolenza o il timore di un antico ed involuto elettorato. Quello stesso che utilizza la fede e la religione come arma per dispensare pesantissimi “no”, per non confrontarsi realisticamente sui cambiamenti avvenuti, per farne sempre una questione di personale elitaria coscienza. Parliamo molto di civiltà, di necessità di riconoscerne tutte le sfaccettature, le tipologie, di mondi esistenti e da rispettare, di dialogo. Ebbene il tempo del dialogo sui diritti civili è scaduto. Ora bisogna legiferare e farlo velocemente. Bisogna rispettare le promesse fatte. Finora abbiamo assistito solamente all’odiosa melina, al pervicace rimpallo di responsabilità, a speranze disattese, alle singole visioni di politici settari invecchiati nella propria miopia. Anche i compromessi, malmostosi e indigesti quanto lontani dai nostri riferimenti politici e culturali, sono stati disattesi. Governi che negli anni si sono succeduti, quelli politici come i tecnici, ma che si sono sempre arenati prima. Sono stati coniati acronimi, sigle, partoriti pseudo testi che avrebbero dovuto superare la stasi medioevale attuale, l’assenza di norme. E anche se in gran parte, usiamo un eufemismo, non ci sono affatto piaciuti, sono stati frantumati dai colpi di coda dei burocrati di questo Paese, mai abbastanza coraggiosi per esporsi e mettersi in discussione. Propositivi solo nelle sequele delle promesse che infittivano i depliant come i programmi scritti dei partiti in campagna elettorale. I diritti civili sono stati resuscitati, tra l’estremo pudore e la malcelata vergogna, nello spazio di qualche secondo utile ad ammiccare a una parte dell’elettorato. Ora “certa” è divenuta la “maggioranza” di quello stesso elettorato. Non bisogna più ammiccare, scervellarsi per un contentino, scegliere la giusta perifrasi che sia efficace “captatio benevolentiae”. E’ necessario osare. Solo a livello locale, grazie all’impegno di qualche Sindaco illuminato, della sua Giunta come della compagine del Consiglio, si è arrivati ad approvare i registri. Quanto tempo ancora si dovrà aspettare per arrivare alla legge nazionale che riconosca i diritti fondamentali a persone che non vogliono necessariamente sposarsi? Siano esse eterosessuali come omosessuali. Se l’istituto del matrimonio è, dati alla mano, in calo di consensi, non è non legiferando sulle unioni civili o sancendo nuovi diritti ad omosessuali ed eterosessuali che il mondo cattolico più oltranzista potrà recuperare terreno. E non è, comunque, un atteggiamento democratico. Se i tuoi elettori sono più avanti di te in tema di diritti, non puoi esimerti dall’ascoltarli e soddisfarne le esigenze altrimenti, affaticati dagli anni e dalle bugie, quegli stessi non ti voteranno più e faranno dei diritti il proprio “grimaldello”, terribile sostantivo abusato in politica, per votare altro. Vanno riconosciuti subito quei pochi, ma fondamentali diritti, che tutelino la convivenza di due persone, sempre e comunque, un insindacabile atto d’amore. L’Amore è di tutti.

David Giacanelli