Dopo giorni forzati di assenza dal web, non che avessi bisogno della contingenza occorsa, né di un espediente o di una costrizione, è tornata a ronzarmi nella testa una consapevolezza. Quanto si sta bene fuori del villaggio globale. Ma non lo dico con la spocchia di chi ritiene che la comunicazione sui social sia quasi sempre risibile, inutile, di cattivo gusto quando non affatto rispettosa e foriera di minimi contenuti, degni di poca attenzione. Al contrario. Per lavoro con i social devo lavorarci, mi costringo nel superare anche le ritrosie e gli sdegni figli di una cultura più classica, sicuramente meno tecnologica. Il mio timore è constatare quanto, anche soprattutto lavorando, ci si possa imbattere in uomini e donne che trascorrono ogni minuto della propria esistenza su Facebook o Twitter. Ecco, questo trovo sia un po’ mortificante. Poiché finisce per alterare qualsiasi rapporto umano. Poiché il meccanismo che si sprigiona oltre a rendere dipendenti dalla rete, come pesci imbrigliati più o meno sedati, catatonici, può convincerci che molti dei rapporti e delle amicizie che si stringono, tra i molteplici e variegati, siano veritieri. Che quei sintetici scambi di opinioni, più o meno salaci, sagaci, divertiti e divertenti, molte volte solo viscerali per usare un eufemismo, corrispondano al proprio mondo, un mondo reale. Per fortuna non è così. Mi chiedo sempre quante delle migliaia di persone appiccicate allo schermo come insetti attratti dalla luce al neon ne siano pienamente consapevoli. I continui scambi di battute, di monosillabi, di segni di apprezzamento, evidenziano piuttosto quanto il tempo e lo spazio nel quale siamo segregati da mattina a sera, per lavoro, un tempo sempre più vasto quanto uno spazio sempre più circoscritto, ci inaridiscano. Perché è senz’altro più facile sfogarsi su internet, su di una piattaforma, che farlo di persona. Perché non se ne ha il tempo, la voglia, il coraggio. Perché ci è stato sottratto talmente tanto in termini di valore, di qualità del lavoro, di libertà e financo la possibilità di inverare rapporti sociali, che ci resta la Rete. Qualcuno potrebbe obiettare che, come sempre con la tecnologia, tutto sta nel saperla usare bene. Certo. Chi lavora nella comunicazione, chi fa il giornalista, chi rappresenta una carica istituzionale – tra i casi più emblematici – non può esimersi dall’utilizzo dei Social come strumento per arrivare sempre, ovunque, e subito. Ma il resto delle persone?E’ ovviamente libertà d’espressione inopinabile in quanto insindacabile, poiché garanzia di democrazia: tutti debbono potersi sempre esprimere. Ciò che mi lascia sempre perplesso è che da saltuario e divertito passatempo, l’erratico navigare e postare sui social diventa, nella maggior parte dei casi, strumento inseparabile del quotidiano. Allora non possiamo definirlo solo un cambiamento tecnologico, un uniformarsi ai tempi moderni, l’evoluzione di un costume comportamentale. Allora, qualcosa non va. Quello che sicuramente dobbiamo recuperare è il rapporto vero, reale, costruito giorno per giorno, con la gente. Non parlo delle sfere più vicine di amici e famigliari, ma della conoscenza dell’altro. Ormai tutto sembra ridotto allo spessore di un click. Ogni ragionamento ha lo spessore di un click, di un suono flebile e breve, progressivamente sempre più piatto. Questo spaventa, perché la critica come l’elogio, il disappunto come l’approvazione meritano un eloquio che non può essere relegato ad un numero minimo di caratteri.