Zio, ma io non voglio rispondere sempre di sì” – mi chiede mio nipote.
“Certo, amore, e perché dovresti. Risponderai di sì se sarai d’accordo con quanto ti si chiede e no se il tuo pensiero è opposto o comunque contrario al contenuto sul quale ti si invita a esprimere un parere”.
Mio nipote mi fissa interdetto. Sente di essere stato tranquillizzato, ma allo stesso tempo riflette sull’opportunità di non seguire il branco, la maggioranza compatta che la pensa diversamente da lui. Naturale la sua titubanza, considerata la giovane età. Naturale prenda tempo e silenzi, tutti quelli che gli occorrono, per sgranare bene gli occhi, tornare più volte nei solchi del proprio ragionamento, più spesso un pensiero pesante e preoccupante. Naturale possa indugiare nella ricerca di un’identità culturale e nello strenuo tentativo di affinare e definire il proprio carattere: teme che distinguersi troppo possa portargli male. Che possa ritrovarsi isolato, poco compreso, che debba spendere tutte le proprie forze senza, magari, essere compreso. L’uno, individuo, individuale presuppone una separazione e distinzione dal resto della maggioranza. Ho spiegato lui che questa dinamica del dissenso e della ribellione, se ben veicolata è sempre costruttiva. Dev’essere potente e civile. Si ripeterà nell’arco della propria esistenza parecchie volte la necessità di scegliere di fronte un bivio: tra amici e nemici, simili e dissimili, lacchè e uomini di camarille e persone pronte a battersi per degli ideali che non sono in vendita né barattabili. I bivi sono molteplici, le scelte altrettante, e occorre sempre assumersi la responsabilità di una decisione, anche impopolare, anche di minoranza. Dunque il mio augurio è che lui possa sempre e comunque riflettere e formarsi un’opinione personale nel merito delle questioni che, di volta in volta, dovrà affrontare. Gli ho anche spiegato che è legittimo potere cambiare opinione, ravvedersi, percorrere un sentiero che s’infittisce di nuove esperienze schiudendolo a nuove prospettive. Perciò un giorno, all’improvviso, mentre percorre quella stessa via che credeva univoca e identica, sempre la stessa, potrà vederne i contorni e giudicare le persone incontrate come non ha mai fatto prima. Potrà improvvisamente essere folgorato da nuove percezioni, convincersi di dovere rimodulare il proprio pensiero. Questo è senza alcun dubbio sano. Se, però, questo processo dovesse tendere a concretizzarsi troppo spesso, se sarà portato a cambiare idea velocemente, allora significherà che la sua indole è volubile. Che non sarà così propenso ad assumersi le responsabilità delle proprie decisioni, ‘ché per lui conterà più confondersi in una rassicurante e soporifera maggioranza. Che sarà un gregario più che l’artefice diretto del proprio cambiamento. Il cambiamento. Un tema molto attuale e, come tale, da affrontare in modo approfondito. Troppa gente auspica un’inversione di rotta, il tentativo di creare nuovi confronti, diversi spunti di riflessione per destrutturare e ricostruire delle verità finora indiscusse, degli assiomi. E con la furia iconoclasta si potrà distruggere ogni santino idolatrato: ogni certezza spacciata come verità. I rapporti interpersonali sul lavoro come nel quotidiano possono essere dei santini da annichilire per costruirne di nuovi, se vogliamo usare la stessa metafora. Alla fine, però, chi s’intesta il cambiamento e la responsabilità di organizzarlo è anche colui che, per anni, ha avuto la massima convenienza affinché nulla cambiasse. Perché l’immobilismo è sempre stato garanzia del mantenimento dei propri privilegi e delle posizioni di forza. Ora, improvvisamente, cominciano a occuparsi di temi sconosciuti proprio coloro che per compensare tutto quanto non fatto prima e costruirsi una verginità politica e funzionale, che non appartiene loro, vorrebbere guidare il cambiamento.  Questo fa male, perché questi individui li riconosci subito. Sono inappropriati. Vendono congetture, fumo, idee generiche e confuse pur proponendosi come artefici del grande cambiamento. Lo trovo inaccettabile per chi, onesto lavoratore, non solo non si è mai sottratto ai propri obblighi, ma ha cercato, nell’ambito del proprio lavoro, di apportare e anche solo proporre delle migliorie. Un ulteriore tentativo di cambiamento, nella migliore delle ipotesi ascoltato, mai esaudito. Forse questo passaggio è un po’ troppo difficile per essere spiegato a mio nipote.

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