Sono diversi mesi che leggo attonito articoli e storie di persone sfregiate dall’acido. Tanto che in un crescendo ho cominciato a interessarmi e approfondire i singoli casi, tristemente passati alla ribalta delle cronache giudiziarie, per via dei diversi processi in corso, e nel teatrino mediatico che, almeno rispetto alla delicatezza quanto alla mostruosità del fenomeno, si è mantenuto sempre essenziale e scevro da morbosità. Non è stato pruriginoso, non ha voluto cumulare altri dettagli rubati dal buco della serratura, dal racconto abbandonato dei protagonisti. Che non negano il misfatto, al contrario ne parlano, lucidi, come si trattasse di un trofeo da esibire, la cifra del proprio carattere belligerante e capriccioso. Qualcosa di cui andare fieri, che inietta loro adrenalina e popolarità, distraendoli da un’esistenza troppo misurata. Certo è che il fenomeno dei giovani della Milano bene, in prevalenza bravi studenti del liceo Parini, iscritti a università prestigiose quali la Cattolica, specializzati in master post laurea, ci ha lasciato parecchio perplessi. Perché sempre più questa gioventù, trasversale, sfugge a un unico modello, una rappresentazione apparentemente logica, quella elaborata nella nostra mente. Non esiste più, infatti, corrispondenza tra l’autore antinomico della violenza, della barbarie, del reato e la sua rappresentazione fisica oltre che, soprattutto, storica. Trattasi, almeno per il momento, di liberi professionisti, di bravi studenti, di giovani non certo indigenti e comunque abituati e allevati in famiglie salde, con valori di riferimento. Non che la componente sociale o la classe di appartenenza, così come le possibilità che si sono avute possono decretare o no la nascita di un potenziale omicida, ma inutile negarselo: alcuni atteggiamenti, come in un romanzo epico, non ce li si aspetterebbe da chiunque. Invece oggi si è smarrito ogni riferimento e il nostro immaginario non corrisponde minimamente alla realtà come si dipana. Emergono i rapporti complicati, gli amori fatti di vittime e carnefici, di persone pronte a possedersi e controllarsi psicologicamente, come non potessero fare a meno di rispondere ad un istinto primitivo: quello del controllo totale e autoritario, della sottomissione, del compiacimento. Il sesso è solo l’aspetto secondario e finale, il surrogato del complesso e intricato intreccio di ruoli e posizioni. La sessualità è solo l’epilogo, il premio finale al quale arrivare dopo avere fornito prova di fedeltà mentale e connivenza. Dopo avere compartecipato segreti, fastidi, minacce e misfatti, vecchi amori resuscitati solo con la scusa di ingelosire il proprio partner, di attirarne l’attenzione e misurarne la gelosia. Una gelosia non reale, piuttosto insana: la cifra dell’esclusività del proprio rapporto. Conto in quanto sei geloso di me, in quanto sei pronto a punire chi ha tentato di allontanarmi da te, chi anche se in tempi non sospetti ha deteriorato l’esclusività e la purezza del nostro amore, l’unico che conti. In questa prospettiva malata chiunque interferisca nel rapporto esclusivo è nemico, è insidia da combattere e punire, grimaldello da utilizzare all’occorrenza per rinsaldare il rapporto. Allora, davvero, ci si chiede che fine hanno fatto le vecchie storie sentimentali, semplici quanto banali, perché leggibili e prevedibili. Quelle dove ad una causa segue sempre il suo unico e plausibile effetto. Dove ci si addanna senza diventare degli assassini, elargire danni indelebili in nome di una schizofrenia latente, del desiderio di una vita differente, trasgressiva e altalenante, piena di adrenalina. Come ci si chiedesse, in modo ossessivo e compulsivo, continue prove di fedeltà e fiducia che, quasi sempre, conducono al misfatto e a coprire l’insania o, nella migliore delle ipotesi, la stranezza di uno dei due partner. Mi ami nella misura in cui mi copri, mi proteggi sempre, e sei pronto a seguirmi nei meandri delle mie ossessioni, delle malefatte, della rappresentazione malata e onnipotente che ho della mia esistenza dove tutto è lecito per conseguire il mio obiettivo. Devi inverare la tua sottomissione, farti comandare all’abbisogna, piegarti al mio desiderio e al mio capriccio a prescindere dal suo peso specifico. Di qualunque cosa si tratti. Anche punire qualcuno rovinandolo per sempre: deturpandolo con l’acido. Se vogliamo, questo meccanismo è doppiamente brutale. Non solo è un esecrabile violenza, ma è un’azione che lascia segni indelebili, che sfregia per sempre, che costringe a non riconoscersi più, a rovinarsi per sottoporsi, nel migliore dei casi, a una sequenza di operazioni dolorose che non ci restituiranno mai come eravamo. Lo sfregio segna, rimane per sempre. E’ lì a testimoniarci quanto si possa essere inermi, indifesi, in balia della pazzia altrui. Una violenza fine a se stessa non è meno pericolosa, ma nella sua assurdità è coerente e leggibile. Questa, invece, è ostentazione di pervicacia, è delirio di onnipotenza, è malattia. Cosa può esserci di reale dal punto di vista sentimentale nella complicità, assassina, di due persone che rovinano con l’acido l’esistenza degli gli altri? Piuttosto l’incontro di due disagi, di due personalità minate e alterate all’origine. Come a dire che per tenere in piedi un rapporto, anche malato ma forte e foriero di carica emotiva, si è disposti a tutto. Ad accettare la trasgressione, a farne la componente principale, la cifra caratterizzante della propria relazione. Trasgredisco in quanto ti amo e dimostro che, in nome dell’esclusività e potenza di questo amore, posso arrivare a delinquere. Si legge un po’ questo nei virgolettati rilasciati alla stampa dalla coppietta di Milano. Lei una giovane brillante studentessa, figlia di due maestri; lui un ragazzo giovane e bello, con il culto edonistico della fisicità. Insomma l’alchimia può essere l’evoluzione di una malattia condivisa e ostentata. Giovani divisi in due, tra un’esistenza borghese e apparentemente pulita come te l’aspetteresti, e un’altra costituita di torbide passioni, di meccanismi di dipendenza. Queste sono poche e semplici considerazioni che mettono d’accordo tutti i racconti, più o meno dettagliati, sui casi fin qui esposti.
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