Dopo i dati Ocse, le previsioni sulla ripresa economica italiana al 2016, più ottimisti, dopo quelli che lasciano invece basiti e sconfitti, battuti, diffusi oggi dalla Caritas che ci confermano come una famiglia su quattro versa in condizioni di povertà e che spetta all’Italia la maglia nera in Europa per la disoccupazione giovanile, già allarmante, ora corroborata dai dati sui giovani abulici e randagi, diventa davvero difficile mantenere la concentrazione e la passione per un interesse. I giovani, che non solo non cercano lavoro, ma hanno smesso di studiare, sono una fotografia di un Paese senza più identità e memoria di se stesso. La povertà incalzante demolisce ogni speranza di riscatto, miglioramento personale, annichilisce valori di riferimento, passione e reazione costruttiva. Cosa ci rimane? Chi ce l’ha, la conserva la propria passione, seguendo canali sempre più illogici e imperscrutabili, una rarità. Anche permettersi di riservare delle energie ad interessi altri, nel tentativo di perseguire un sogno e dilettarsi presuppone una base su cui poggiare: un equilibrio minimo, quello della sussistenza. La ritualità, garantita, della sopravvivenza. Anche questa è speculazione, roba per pochi eletti che sono occupati, che hanno uno stipendio e, comunque, riescono ad arrivare alla fine della propria giornata sempre e con dignità. Per almeno un terzo della popolazione italiana il ragionare è ormai una chimera, un sogno antico dai contorni più offuscati, un’ulteriore tristezza da ricacciare in una madia della propria psiche, un flashback che porta ansia. Che ti fa rammentare per dimenticare subito dopo, e sottrarre cosi sofferenza a sofferenza. Come potersi meravigliare del profluvio delle relazioni sulla rete? Quando manca l’essenziale ci si riversa nel superfluo. Vivere in rete, contattare persone e stringere amicizie virtuali, in fondo è una medicina indispensabile per allontanarsi dalla realtà in capiente. In quella, ormai, c’è sempre meno spazio: ti comprime e stritola ogni volta che vi fai capolino. Altro che globalizzazione. La Rete annullava spazio e tempo, per questo era efficace, perché accorciava ogni distanza. Oggi è solo un rifugio, neanche sempre sano. Come sempre bisogna saperci stare, capirne i limiti, le dipendenze, conservare la giusta distanza. Oggi è davvero una tana, un altopiano dove fermarsi un attimo per riprendere fiato prima di immergersi, nuovamente, nella realtà in capiente. Per questo si sceglie un’altra dimensione, proprio per crearsi una sorta di bozzolo comodo e sempre rispondente, dove tuttalpiù, si può incorrere in un contraddittorio, scomodo, e comunque il nemico può essere bannato. Come se cercassimo, altrove, le risposte ed il conforto che le maglie sociali sempre più sfilacciate non sono in grado di darci. Con questo non giustifico l’onnipresenza e supremazia dei social, né tanto meno la qualità dell’informazione che li popola e la struttura narrativa della comunicazione che li caratterizza. Spesso un groviglio incolore, un ammasso di monosillabi, improperi, proposizioni sintetiche dove le lettere progressivamente si estinguono lasciando il posto ad i numeri, a segni che sostituiscono il linguaggio. Andrebbero interrogati autorevoli semiologi. Non mi piace quello che vedo, ma lo comprendo profondamente. Perché gli esempi felici, gli unici rimasti, che imperversano nei media e nei social sono le testimonianze e le vite della classe dirigente, niente affatto rappresentativa. Niente di male, l’ovvietà della quale siamo consapevoli. Solo che là dove si acuiscono le difficoltà sociali ed economiche, là dove si guarda al proprio destino come ad un ologramma, uno spirito impalpabile per definizione, che ha tutti i presupposti per trasformarsi in demone, perché perdere tempo ad ascoltare i commentari e le dichiarazioni, spesso generiche, di quella esigua percentuale di persone che non soffre? Che non rischia nulla? Impermeabile, non per scelta, ma per funzione alla realtà? Se queste considerazioni erano vere, in embrione, qualche anno fa, ora deflagrano. E’ tutto talmente approssimativo, liquido, verosimile ma non vero, affidato alle enunciazioni di volti più o meno rassicuranti, che non si capisce il motivo per il quale le persone dovrebbero sentirsi parte, ancora, di una comunità. Se non quella che possono scegliersi, personalmente, senza essere imbeccati da nessuno. La comunità virtuale è, in quest’accezione, un luogo criticabile ma ormai accessibile a chiunque, trasversale per età e ceto sociale, per occupati e disoccupati, poveri e meno poveri. Ecco come stanno cambiando i luoghi della comunicazione in funzione dei grossi danni economici che ci caratterizzano. Nessuno escluso. Ecco perché, a breve, parlare di elettorato riconoscibile in stime e percentuali diverrà arduo. Non ci si aspetta più un messia, per sua natura salvifico, non si è più irretiti dalle belle promosse fatte di parole abusate e generiche, afferenti ad un’oratoria vetusta e melliflua o dura ma anacronistica. Le soluzioni sono discordanti e scarseggiano. Ci si aspetta molto di più: un cambiamento immediato ed effettivo, efficace in diversa misura per tutti. Si pretende di vedere il germoglio, la traccia delicata di un’inversione di rotta. Per il momento tutto è fermo ai comunicati stampa e ai rapporti ufficiali della tal organizzazione internazionale e dell’altra. Allora, in questa giornata funestata di notizie discordanti, che cozzano tra loro, che non tranquillizzano ho trovato una “buona notizia”. Non ci risolleverà, ma come una mia amica consiglia e pratica in modo ineccepibile ormai da mesi, se la società che viviamo è quello che è, nostro malgrado, possiamo almeno trovarcele noi le buone notizie. La ricerca non cambierà certo la società, ma regalerà a noi qualche attimo di riconciliazione con il sogno, con il buon proposito. Anche attraverso una sana e reale informazione, pesante o leggera che sia, non così stravolgente ma certificata, che non brighi alle nostre spalle e dalla quale poterci, finalmente, non schermire. Sempre dai dati Istat di oggi, ad esempio, viene fuori che gli italiani sono i piu magri d’Europa. Lo certifica l’Istat, nel rapporto Noi Italia, in cui si legge che nel nostro Paese si registra la piu bassa percentuale di persone obese, 10,3% della popolazione di 18 anni e più. Buone notizie anche per fumatori e consumatori di alcol a rischio, che rappresentano nel 2013 rispettivamente il 20,9% e il 13,4% della popolazione di 14 anni e più, in calo rispetto agli anni precedenti. In generale, la spesa sanitaria pubblica italiana risulta inferiore a quella dei principali paesi europei: poco meno di 2.500 dollari pro capite nel 2012 a parità di potere d’acquisto, a fronte degli oltre 3.000 spesi in Francia e Germania. Nel 2012, le famiglie hanno contribuito con proprie risorse alla spesa sanitaria complessiva per una quota pari al 20,8%, in calo di oltre due punti percentuali rispetto al 2001.
Forse è qualcosa, ad ogni modo mi ripropongo, quotidianamente, di scovarne di altre.

David Giacanelli