Sarà per via dell’età che corre, tutto sommato mi restituisce molta tranquillità, che non necessariamente è saggezza, il costatare come in questo momento storico trovo opportuna l’apologia della “gente comune”. Non solo il nome di un meraviglioso film da oscar, non solo l’oggetto di studio dello scrittore americano Carver e di intellettuali e scrittori di ogni epoca e genere. Sono cicli e percorsi storici, che tornano. Quanto è più difficile vivere nell’anonimato, nell’impopolarità svolgendo il proprio dovere ogni giorno e quanto, comunque, più affascinante e gratificante. Ci si misura con grosse dosi di responsabilità, si devono rispettare scadenze, non si è scevri dall’almanaccare soluzioni. Bisogna comunque esserci, sempre e subito. Veloci, scattanti, uni e trini ma, almeno, non s’impone quella malmostosa e snervante lotta mediatica, la pruriginosa attenzione che sconfina, sovente, nella violazione di un’intimità, della semplice quotidianità che tenta di dipanarsi. La “gente comune”, per molti un’accezione limitata e limitante, un significato trascurabile. Invece, tanto indagata da me, al punto da rendermela così seducente.  Sono le persone intruppate per strada, incontrate a un semaforo, che ti hanno chiesto un’indicazione stradale, che hai attirato in un bar per un ghigno della bocca, per un’espressione accigliata e stanca, per un sorriso gratuito e generoso. Sono loro, queste meravigliose alchimie che si generano senza preavviso, a descrivere, esaustiva, la passione e l’attrazione che provo per la vita. E non è un bastarmi, un accontentarmi, è un senso delle proporzioni, dei rapporti, ancora una volta del contesto. Questa meravigliosa e magica casualità è quella che, sola, mi sorprende. E tu/io, che ne facciamo parte di questa “gente comune”, siamo felici. Solo per la maturata consapevolezza. Rientriamo nel mare magnum dell’indifferente popolazione, con il privilegio dell’anonimato, ma così attiva, solerte, volitiva e pronta a reinventarsi di continuo. Quella gente che con la dovuta distanza, riesce a focalizzare bene chi, per popolarità, si trova di là del guado. Noi anonimi individui con l’inestimabile privilegio di cambiare, in potenza, la nostra traiettoria, senza doverne dare conto ad alcuno. Noi, che possiamo agire, ribellarci a logiche predefinite, a paletti ben conficcati nel terreno, a pseudo autorità. Nessuno si attende da noi particolari dichiarazioni, né risultati da pubblicizzare se non in ristretti e specifici contesti lavorativi, i nostri. E in questo siamo encomiabili. Esenti, per nostra fortuna, dalle numerose nevrosi cui devono soccombere gli altri, per prima quella di addannarsi per tenere tutto sotto controllo, per far tornare l’agognato risultato, per restituire l’immagine che ci aspettiamo, la rappresentazione che abbiamo della gente “non comune”. Per questo tra un io impopolare e un io popolare sceglierei sempre e comunque il primo. Libero da cecchini pronti a cogliere anche la minima reazione, imprevedibile, più spesso una debolezza, la sbavatura non collegabile al ruolo che rivesto. Perché se sono popolare, ammantato da fama, prigioniero nella mia torre dorata, pur sempre una torre, sono costretto in un’idea inveratasi. E’ invece così affascinante far parte di quella massa viva, importante, presente, completamente anonima, svincolata, ma osservante. E’ il privilegio di non brandire la spada della popolarità. In fondo, nell’immaginario di ognuno, il bambino che eravamo quante volte si è raccontato, sottovoce, per pudore e timore, che avrebbe desiderato svolgere la tal professione piuttosto che l’altra? Possibilmente un ruolo importante, che lo avrebbe attenzionato agli altri, che ne avrebbe reso riconoscibile ogni minimo gesto. Ma eravamo bambini. E nell’infanzia è naturale aspettarsi delle gratificazioni. Tra noi, gente comune, e quella non comune,  a distinguerci c’è la “popolarità”, non sempre d’accordo con le sue cugine, “capacità” e “professionalità”. ‘Perché quelle se ci sono le abbiamo comunque tutti, coltivate nel tempo, a prescindere. Solo non sono riflesse su di un enorme schermo cui tutti hanno accesso. Ne siamo consapevoli e la società che viviamo ce lo rammenta di continuo: si conta, quanto più si riesce a essere “popolari”, riconoscibili da un ampio pubblico, a prescindere da quel che produciamo e facciamo. La mistificazione della popolarità va in onda ogni giorno con telefilm, perlopiù americani, format deliranti televisivi, di matrice nazionale o straniera, in cui si costringono gruppi di uomini e donne a vivere nello stesso appartamento, a insultarsi in uno spazio limitato, a sviscerare gli impulsi più biechi, a non mostrare pudore e, spesso, a ostentarsi lascivi. La griglia, più simile ad una graticola che brucia e consuma veloce, è sempre la stessa. Un inno alla volgarità confusa con la schiettezza. Chi la desidera la vostra schiettezza?  Caratteristica che tutti, proprio tutti, li attraversa è un quoziente intellettivo medio basso, l’esprimersi attraverso monosillabi, suoni gutturali, muscoli lucidi e vibranti, un ciarlare continuo. Sul nulla. Dibattere e pretendere di affrontare qualsiasi argomento, anche il più complesso, senza alcuno strumento per un’analisi dettagliata, un confronto utile. La popolarità, inevitabile, abbraccia soprattutto le Istituzioni e la Politica che non possono rimanere esenti da questo piacevole o spiacevole dazio, proporzionale al ruolo che si ricopre, non sempre proporzionata e giustificata da un lavoro encomiabile. Dopo il tramonto delle ideologie, dei partiti storici così come li abbiamo sempre concepiti, delle sezioni o luoghi dove proliferava il democratico dibattito politico e ci si poteva confrontare e crescere, sopravvive solo il leaderismo giustificato dall’urgenza. Governi che sono sempre più rappresentati da un’immagine decisionista, che prende provvedimenti, cerca soluzioni, pone questioni di fiducia, partorisce decreti leggi, abbonda in slides e presentazioni ad effetto, costringe a riunioni lavorative notturne. La Politica è sempre più popolare. Non che molti di questi fattori  non siano positivi, al contrario, considerato che l’abbondante dibattito del passato, sinonimo di democrazia e della sopravvivenza costante di sfumature e correnti differenti, non ha poi condotto all’adozione di provvedimenti se non impopolari non  fornendo soluzioni. Ci si arrivava comunque, molto tardi, quando ci si arrivava, tra la disillusione nel profluvio di promesse fatte nelle cruenti quanto sanguigne campagne elettorali. Tanto varrebbe lasciarsi stupire. Per una volta sospendere ogni giudizio, pregiudizio, e darsi un tempo mentale e reale. Trascorso il quale allora, sì, diventerà tassativo verificare analiticamente quanto conseguito. E la popolarità non aiuterà nessuno in questo caso. D’altronde gli insigni protagonisti della popolarità non credo possano pretendere di chiederci altro, cioè di essere lasciati in pace, di non essere tampinati e osservati. Forse di pazientare un poco, il breve periodo, quello dovuto, per inverare tutti i numeri sciorinati, i rosari di promesse sgranati come un mantra collettivo, persistente. Questo gliedo dobbiamo. Che si prendano questo tempo necessario, la “popolarità”, che siano sorvegliati speciali, sotto una lente che li costringa all’iperefficienza ma che, probabilmente, ne avrà già esautorato la magia dell’ordinario e la malia dell’anonimato. Noi, contenti, “gente comune”.
David Giacanelli