Ho cercato di ricordare da dove provenisse quell’odore che il tempo aveva trasformato in una suggestione, una rappresentazione mentale.
Erano mele cotte. Preparate nelle prime ore del mattino, quando il buio non consente ancora alla prima luce di farsi breccia, tutti sono ancora persi nei corridoi più o meno intricati dei propri sogni o, semplicemente, sospesi nell’incognita del sonno. Ero destato, all’improvviso, dallo sferruzzare. Un rumore metallico, ricorrente, che si perdeva in lontananza. Comunque costante. Allora mi alzavo, con gli occhi che erano due fessure, cisposi, e scalzo seguivo il rumore. Percorrevo sempre nel buio il corridoio, prima un’ansa a destra, quindi procedevo diritto. Diversi passi in direzione della luce, fioca, che sconfinava le figure geometriche antiche del vetro opaco, l’ultimo riquadro in alto della porta. Era socchiusa, mi ci appoggiavo appena e, scorgendomi, “Vai a letto. Che fai alzato a quest’ora?”.
Me la guardavo con aria inquisitoria e stralunata allo stesso tempo. Poi, riempiendo i polmoni d’aria, ricominciavo a respirare regolarmente: “Che ci fai tu in piedi a quest’ora?!”.
“Quello che faccio tutte le mattine” – laconica lei.
“Cucino, così quando vi svegliate avete già tutto pronto. Non riesco a dormire molto. E’ fisiologico. A un certo punto devo alzarmi e fare qualcosa”.
“Fare qualcosa”, l’ho messo a fuoco negli anni, era non pensare troppo. Nel suo vocabolario equivaleva a spingersi in avanti, superare gli eventi, cercare di controllarli, occupare gli spazi per prima, che qualcuno avrebbe potuto farlo al suo posto. Non rimuginare sul suo passato, sul quale non aveva avuto troppo potere e determinazione, ma concentrarsi sul presente. Spremere forze ed energie, produrre qualcosa di utile, distrarsi e allora, sì, i minuti sarebbero trascorsi. In un modo o nell’altro, indolente e chiusa in cucina, continuava a tessere la maglia della propria esistenza. Senza ambizione, ma sapendo in cuor suo di avere fatto tutto il possibile.
Compatibilmente con sé.
Il repertorio culinario oscillava tra le mele cotte e le pizzette fritte con lo zucchero.
Mi mancano entrambi, nonostante per le prime non abbia mai avuto entusiasmo.
Mi manca lei, nonostante le differenze, i linguaggi, i caratteri. Pur non somigliandole affatto torno sempre a ripercorrere quel corridoio nella semioscurità.

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