La mia storia personale mi ha portato, dopo il diploma di maturità classica, la laurea in Scienze Politiche con indirizzo internazionale, nel mezzo di varie collaborazioni e contratti a progetto, master in Comunicazione istituzionale con l’Adn Kronos Salute e stage non retribuiti, a incontrare il Sociale. Il tutto è cominciato prestando il servizio civile. Sono figlio di un medico e dopo averne parlato più e più volte con mio padre, concordai che un’esperienza formativa, a contatto con una struttura che si occupasse di sociale o di sostenibilità, mi avrebbe fatto bene. Si confaceva al mio carattere, al senso con il quale volevo riempire quel tempo a disposizione. Solo così non avrei avuto la percezione di perdere inutilmente del tempo che, al contrario, mi avrebbe consentito di realizzare delle esperienze fruttuose, conoscere persone differenti, confrontarmi con la società civile. Sono finito ad occuparmi dell’Unione Italiana per la Lotta alla Distrofia Muscolare di Roma, a conoscerne il Presidente, che mi selezionò perché le facessi da assistente personale. All’inizio non fu facile, affatto. Ricordo che quell’immersione piena, in un mondo differente dal mio, così ricco e potente ma anche differente, mi lasciò spesso basito, distante, inopportuno e inappropriato. La distanza era troppa, come fossi dovuto entrare nel cervello di un’altra persona, riordinare tutto, predispormi a percepire i sentimenti e leggere le azioni non in modo univoco, ma cogliendone numerose sfumature collaterali. Dapprima mi sentivo limitato nell’interloquire con quel mondo, non sufficientemente forte per rappresentare un valido supporto, un’ancora per un’altra persona. Non volevo tutta quella responsabilità addosso. L’iniziale incapacità ad adattarmi al nuovo mondo la trasformavo in rabbia, che covavo e alimentavo ogni giorno, tra il rimpianto e l’imprecazione continua, tra le notti insonni o popolate da incubi. Ero sbagliato? Dov’ero finito? Ed invece, mi sbagliavo. Con il tempo, tutto è cambiato. Ho avuto la netta percezione che sarei dovuto capitare solo lì, che quello era il mio posto, proprio perché altro e distante da me. Come fosse stato scritto anzitempo, un presagio importante. A me che sono profondamente laico tutto questo oggi fa sorridere. Comunque ho lavorato tanto, ho cercato di capire, di comprendere dinamiche comportamentali, sociali e psicologiche che non mi appartenevano. Mi si è svelato un mondo rispetto al quale ho immediatamente relativizzato tutto e, allo stesso tempo, il mio sguardo è completamente cambiato. Mi sono occupato di barriere architettoniche, di handicap e legge 626 con un consigliere comunale delegato del Sindaco Rutelli, poi Veltroni. Ho redatto uno studio su come l’Handicap veniva, di fatto, percepito dai mass media. Ho continuato a fare da portavoce a quest’assessore, una persona immensa, di un’intelligenza e sensibilità sopraffina e di una determinazione che non ho più riscoperto in nessuno. Oggi è un’amica, di più, un tassello formativo della mia esistenza, una porta spalancata sul “me altro”, quello che capisce immediatamente tutto un attimo prima, che sa leggere il doppio e il triplo significato che nasconde un unico gesto, limitato e preciso. Non perché dotato di chissà quali particolari capacità intellettive, semplicemente perché allenato a leggere la realtà sapendo utilizzare, almeno, un altro linguaggio. Il mio legame con il Sociale non si è più interrotto, crescendo l’ho solo declinato differentemente. Ho abbracciato anche altri temi: le discriminazioni di genere, di religione, di cultura, sul lavoro e sugli immigrati. Ho cominciato a interessarmi al complesso e triste mondo dei diritti negati e a prestare il mio contributo, pur limitato e circoscritto, per aiutare diverse Onlus e Istituzioni politiche e non, a comunicare e sensibilizzare la stampa e i media su specifiche iniziative, promuovendo campagne tematiche, tavoli di confronto dove giustapporre tesi differenti ma, comunque, partorire soluzioni. Sempre, nella speranza, che profondi vuoti normativi fossero colmati. Di là dalle differenti opinioni, infatti, mi è chiaro oggi che il maggiore ostacolo al superamento del pregiudizio, della barriera culturale e fisica, dell’ignoranza che si fa sprezzante protervia, dell’assoluta mancanza di conoscenza e sensibilità verso temi e problematiche diffusi che vanno rappresentati, spiegati e risolti, è costituito dal vuoto normativo. Cimentarsi nelle sedi opportune, in primis in Parlamento e nelle commissioni di lavoro competenti, ha portato al consumarsi estenuante di dispute e scontri strumentali di una destra che troppo spesso, per non riconoscere nuovi diritti, si è trincerata dietro argomentazioni fantasiose e assolutamente prive di un valore scientifico. Suffragate, si fa per dire, solo da un istintivo quanto limitato senso di auto conservazione. Tutto questo confronto scontro non solo non ha risolto il vuoto legislativo fomentandolo e, se possibile, rendendolo più grave, ma l’ha dirottato su di un livello più basso, infimo, dove sono emersi istinti primordiali e medioevali, spesso ammantati dall’applicazione errata dei principi della fede. Insomma, sono andati in scena reiterati scontri, negli anni, senza esclusione di colpi bassi, di deformazione dell’informazione e dell’oggettività di documenti scientifici scaturiti da ricerche e convegni tenuti da autorevoli uomini di scienza. Negli anni il Sociale, l’hanno urlato tutti a gran voce, ha rappresentato sempre la Cenerentola dei problemi. E’ arrivato sempre “dopo”, senza alcun riguardo, se non quello riservatogli da un atteggiamento “pietistico” elargito, dispensato ai moribondi, con la saltuaria e insensata erogazione, “una tantum”, di interventi a pioggia. L’ultima spiaggia per dimostrare che, in fondo, il tentativo di risolvere è stato esplorato, tentato. Non ci sono mai state nette politiche di contrasto ai diritti violati o, peggio, non ancora riconosciuti. Le graduatorie le conosciamo tutti: l’Italia in materia di diritti tra i principali Paesi che aderiscono all’Ue è sempre fanalino di coda, assieme a Portogallo e Grecia. Questo non è più ammissibile: non abbiamo necessità di eterogenei disegni di legge, tanto contrastanti e manichei in principio da assicurarsi il fallimento nel dipanarsi della loro discussione, del loro viaggio e messa a punto, in ultimo la loro implosione. Un destino, il loro, che li ha arenati come animali agonizzanti sul bagnasciuga, intrappolati in strumentali battaglie perdutesi nei meandri di Camera e Senato. C’è solo bisogno di leggi e sincerità. Di legiferare, in modo definitivo, in modo univoco in principio, sempre migliorabile in corso d’opera. Il mondo dei nuovi diritti che caratterizzano tutti noi, che rappresentano la nuova società che viviamo e abitiamo da tempo, non è del tutto legiferato. Non esiste ragionamento o impellenza, economica, che renda ancora una volta procrastinabile l’affrontare il tema dei diritti. Così le Istituzioni dovrebbero riempire quella pagina vuota e offensiva del diritto negato, tutto italiano. Dovrebbero farlo a forza, senza indugiare e perdere altro tempo, pena la decadenza del loro status, la perdita immediata della fiducia del proprio elettorato. ‘Ché per certo, nessuno di noi vorrà mai rivotarli né sarà disposto ad assecondare tempistiche e sempre nuove priorità.
David Giacanelli