“Certo son proprio brutte le pagine dei quotidiani degli ultimi mesi. E lo dico da attivista, da tesserato, da persona che ha sempre fatto politica compatibilmente con studio e lavoro sul territorio. Ho anche sempre votato, nei momenti di sconforto,  per le persone più lontane dai miei riferimenti culturali, pur di ostacolare un avversario peggiore, più disastroso ancora,  che se avesse vinto avrebbe governato con programmi improponibili, dov’era scritto il panegirico  della differenza sociale e la difesa ad oltranza di una discriminazione  economica e di classe. Dove il ricco era garantito in quanto tale, da un sistema di tassazione iniquo, e dove le leggi ad personam avrebbero sempre agevolato la scorciatoia per mantenere intatto il patrimonio economico e di potere di quelle stesse persone. Ancora una volta questo  ragionamento può apparire vago, fumoso, sarà tacciato d’essere ideologico e vecchio, magari partorito da chi si è sentito marginalizzato. Ed invece no: questo è il ragionamento di molti giovani di sinistra, cresciuti ed allevati ad ideali in cui credere, che con l’abbrivio della rottamazione coatta, della pretesa di rendere la Politica uno spettacolo di facciata, un’estrema sintesi di slogan ad effetto, di orridi inglesismi, di slide, si è solo sentita spiazzata. Ma come, sarebbe dovuto accadere l’esatto contrario! I quarantenni di oggi avrebbero dovuti essere cooptati, risucchiati naturalmente e secondo le proprie capacità, da un leader moderno  capace di valorizzare e fare sintesi delle diverse anime. Sono rimaste solo tante anime, a parlare idiomi differenti, ad insultarsi più o meno esplicitamente e, nel migliore dei casi, usando un poco di rispetto e sana educazione. C’è più di qualcosa che è sfuggito di mano a chi ha operato il ricambio, a chi pensa di essere incontrastato regista del film che si chiama Italia. E’ qualcosa che ha a che fare con il confronto reale, con l’ascolto che si trasforma in soluzione delle opinioni differenti, che le sintetizza in un unico almeno decente compromesso, che possa accontentare un po’ tutti. Questo ci si aspettava: dopo il contraddittorio e il dibattito, la sintesi. La migliore possibile. C’è stata? C’è stato un ascolto frettoloso, quello di chi lo attua per non essere tacciato di non averlo fatto, in assoluto. Per non vedersi descritto come dispotico, moderno dittatore, figlio d’oro del berlusconismo italiano già noto.  Come a volere recitare una piccola parte da potere esibire come prova, all’occorrenza, che lo discolpi dall’eccessivo centralismo e autoritarismo. Il confronto, se davvero c’è stato, è stato recitato, appena accennato, in uno spazio circoscritto e limitato, dove si ascolta per poter dire di non essere dispotici. Ma, in realtà, non si ascolta effettivamente quello che una nostra stessa costola rivendica. O meglio, sentire non è ascoltare, come vedere non è guardare. Le pagine di questi giorni testimoniano il triste contraddittorio di pochi, per giunta non ascoltati, e liquidati come minoranza numerica, abbandonati a loro stessi. Mentre il partito persona, che accentua il potere del Governo esautorando progressivamente la funzione del Parlamento, delega a poche orrende frasi il ripristino continuo della propria legittimità. Come un bimbo bizzoso e viziato, che ha vinto una partita, in nome di questa vittoria pretende di dire sempre la sua nell’arco di tutto il pomeriggio, il tempo che gli rimane, confrontandosi da despota con gli altri bambini con i quali continuare a giocare.  Il bimbo bizzoso e viziato liquida tutto con la necessità di correre, di portare a casa riforme più o meno sconclusionate, dove  non c’è certezza che si arrechi giovamento al Paese. Con questa riflessione non si auspica di bloccare tutto, di dovere legiferare pretendendo l’accordo di tutti i parlamentari e i senatori del Partito Democratico: ovvio che in nome di una maggioranza consolidata alla fine bisogna pur prendere delle decisioni pratiche ed andare avanti, senza almanaccare ancora, dissertare, speculare nei divanetti di casa, nei circoli, nelle fabbriche o nei cortei, anche per strada. Bisogna comunque agire, colmare il ritardo che ci costringe oggi ad accelerare,  ma c’è un modo in tutti i processi che va rispettato, anche solo per riconoscenza di chi ci ha preceduti, di chi ha agito sempre bene pur producendo poco, o impantanandosi in gore indesiderate, in fanghiglie di compromesso. Insomma, se l’audacia e la velocità, il pragmatismo a legiferare  trasmettono sicurezza e la volontà di decidere, di concretizzare provvedimenti, dall’altra ergono un muro enorme. Ecco che allora, all’interno dello stesso partito, si vivono frustrazioni, perdite d’identità, ci si chiede quanto senso abbia ancora il confronto democratico. In mezzo a questo interrogativo, un guado, una crepa destinata ad espandersi, annaspano basiti ad osservarsi molti elettori. Alcuni nel tentativo di non affogare implodono, altri ammutoliscono per convenienza, altri ancora aspettano di prendere la propria decisione dopo averla maturata e continuano a nuotare forzatamente, indefessi e resilienti. L’elettorato comunque resta basito e sgrana occhi cisposi che non credono davvero di stare vedendo questo squallido spettacolo.  Governare rende impopolari, come chiunque debba assumersi direttamente responsabilità, agire, risolvere. Però, appunto, l’argomentazione di chi tenta di risolvere non può essere sempre e solo quella dei numeri. Esistono linguaggi atavici, apolitici, che valgono nell’etica umana generalizzata, che non hanno colore, che parlano di fiducia, di parola data, di osservanza di una promessa fatta, di una accordo vero e sincero.  Non si può ritrattare completamente tutto e mostrarsi machiavellici e basta, fare e disfare pur di portare a casa un risultato. Non si può ridurre tutto al conseguimento di un numero sufficiente di voti per imporsi e tagliare fuori chiunque osi contraddirci. Soprattutto chi sta cercando di spiegarti che forse stai commettendo degli errori. Nei commentari politici è davvero tenzone ridotta ad una guerra di bande, non di una maggioranza certificata alle ultime Europee. Non è tollerabile che all’interno della Sinistra italiana tutto sia riportato ad un mero di scorso di numeri. Pertanto se un leader ottiene una maggioranza può incontrastato dettare la propria agenda politica senza se e senza ma. I “se” e i “ma” vanno per forza sintetizzati in una probabilità che accontenti tutti. La democrazia non è solo numeri. Mi pare evidente che la Sinistra o quel che ne rimane, quel campo progressista del Paese, ha molteplici anime. Ed invece di trovare una sintesi, se si ricorre sempre e soltanto ad ostentare i numeri dei sondaggi, quanto si è conseguito alle ultime Europee, gli ipotetici gradimenti, probabilmente non se ne esce. L’elettorato credo abbia bisogno e si meriti molto più di questa volgare e inaffidabile tenzone. In realtà questa politica è proprio “giovanilista”, come la pretesa della rottamazione: di giovane non c’è niente. Il giovane è dentro l’idea, non è il dato anagrafico. Ancora una volta i “giovani”, nell’unica accezione che andava osservata e rispettata come elemento di necessario cambiamento e novità, non solo non si sentono rappresentati, se non parzialmente, ma non ricoprono alcun posto istituzionale rilevante. Probabilmente dev’esserci un’idiosincrasia, un’incompatibilità, come un ossimoro letterario, tra la freschezza di un ricambio reale, di un’esperienza che si prodiga e mette a disposizione dei cittadini, e gli apparati che continuano a mutare facce ma non il sistema di cooptazione al proprio interno”.

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