Dopo una certa età e consapevolezza, si è pronti a perdonare di più. Le persone, i malumori, i fraintesi come le parole e le espressioni subite, anche le più dolorose ed inspiegabili, quelle che repentine e illogiche ci trafiggono proprio quando non ce lo aspettiamo. Ci scopriamo più forti di chi vorrebbe offenderci, per questo siamo capaci di perdonare.  ‘Ché non è offrire l’altra guancia, non ha alcun significato legato alla fede, piuttosto una sana consapevolezza dell’asprezza della vita, del tempo che ci rimane, della caducità degli attimi, dell’effimero, della volontà di vivere serenamente distribuendo in modo saggio e proporzionato energie e forze. Allora davvero piccolo e insignificante, non solo patetico, piuttosto tanto insicuro da spronarci al perdono, perché chi ragiona così non deve certo potere vivere bene, siamo pronti a perdonarlo. E’ colui che insinua un cattivo giudizio, chi si libera la mente e la coscienza, l’ansia dell’animo apostrofandoci come meglio crede per lenire il proprio dolore, la propria amarezza: li rimpalla sull’altro, all’esterno. E’ un po’ come chi nutre l’invidia piuttosto che l’ammirazione. Come si fa, mi chiedo oggi,  ad invidiare qualcuno o qualcosa, dopo avere sufficientemente vissuto per comprendere un poco del senso che ci ammanta?  Perché giudicandoci ad alta voce, l’insicuro e l’invidisioso pensa di circoscriverci e, forse, di controllarci un poco. Invece è un meccanismo, pusillanime, della sua mente, che vive solo in quello spazio desolato e triste che è il suo ragionamento.  Nessun essere vivente è circoscrivibile.

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