Il gruppo degli Amoroso, si chiamano così in nome del sentimento profondo e complesso che tutto muove, disfa per ricomporre, è sempre appeso a un filo. Una fune, reale, o un cavo immaginario. Si ritrovano, nelle proprie differenti storie con il capo in giù e i piedi per aria. Quanto alla precarietà della propria esistenza, al malanimo, all’insofferenza, sembra sempre che stiano per farla finita: hanno calcolato tutto nel particolare e, delle volte in modo consenziente, altre abbandonati a un inevitabile e duro destino, sono a un attimo dalla morte liberatoria. Pur avendo misurato i dettagli e ordito tutto con precisione da qualche tempo, con ossessiva perizia di particolari, un frangente salvifico subentra ai calci di rigore. Un momento di lucidità che sopraggiunge inaspettato, il copione che si ribella all’attore, l’incubo che si palesa per quello che è, solo un brutto sogno e non realtà, un’estrema via d’uscita consentono loro di sopravvivere. Una speranza ultima li salva e protegge dai sentimenti più negativi e nichilisti che invece, reali, li accompagnano per le vie di Napoli. Gli Amoroso sono persone di differente sesso, età, estrazione sociale, accomunati dal vivere sotto lo stesso cielo, in un’unica città, accanto all’inquietante vociare, atavico, del Vesuvio. Napoli, così bella e ricca di monumenti, evocatrice di pensieri lussuriosi, indolente e sporca se vista da vicino quanto splendente se osservata nel suo generale, è gremita di fili cui restano appesi, e pertanto sospesi nel vuoto, i suoi Amoroso. ‘Ché non si meravigliano più di rimanere penzolanti, al contrario ci convivono fino alla soluzione. I personaggi di questi racconti sono tutti dei visionari e l’autore di “Napoli appesa a un filo” edito da Iemme edizioni, Francesco Costa, fa di tutto per farceli in qualche modo detestare, per metterci in guardia. ‘Ché niente è bianco e nero. Eppure, più si addentra in ciascuno dei suoi racconti, più ci affezioniamo ai suoi personaggi fino a provarne tenerezza, compassione, a rimanerne rapiti. Lo stesso avviene per Napoli e il suo continuo pulsare, anche se sulla città non abbiamo certo bisogno d’esser convinti quanto a storia e splendore artistico. Nessuno degli Amoroso, alla fine, potrebbe definirsi un santo, eppure abbondano angeli pronti a salvarli. Tanto meno sono dei delinquenti, piuttosto forse più umani degli altri, incapaci di tenersi il proprio carattere, la propria modalità, la verità che s’identifica con un’enorme insoddisfazione, tutta per sé. Alla fine devono parlarsi, in molteplici e ben congegnati monologhi. Devono raccontarci attraverso Costa la propria esistenza appesa a un filo, il dispiacere, la sciagura e sfortuna, che è poi il riscatto o qualcosa che gli somiglia. E’ come se lo scrittore volesse dirci che, in una qualche forma, tutti abbiamo diritto a un’esistenza, a un palco sul quale parlare, una fune alla quale rimare appesi, issabili ma pieni di parole da urlare e pur sempre aggrappati. L’importante è che, alla fine, il momento di aprirsi e raccontarsi arrivi. Sarà bastato quest’ultimo frangente per dare un significato alla nostra amarezza, a salvarci dal baratro della morte. Pur tra le pieghe dei dispiaceri e le difficoltà è ammessa sempre una via di fuga, un’ultima sincerità, uno spiegarsi consapevoli dei nostri limiti. Tra alterne peripezie e dolori tutti dobbiamo avere il nostro momento di rivalsa, anche solo immaginato in un sogno, vissuto come un’apparizione, sopraggiunto inspiegabilmente in una frazione di secondo, salvifico e pacificatore. Nei suoi racconti abbondano le figure poetiche, donne e uomini, anziani che si lasciano condurre per il cielo di Napoli dagli angeli, giovani virgulti innamorati di loro stessi che non fanno che dispensare amore carnale ovunque ci sia una ricezione possibile, ragazze sconclusionate che come funamboli verticali camminano su pezzi di vetro sopravvivendo sempre e comunque. La verità è che una Amoroso io l’ho conosciuta in vero. Napoletana, di origini abruzzese, una donna magnifica cui mi hanno rimandato tutti questi episodi. Figura centrale, per caso, della mia esistenza. Appesa anch’essa a una fune, funambola verticale, ma destinata solo a grandi emozioni, ragionamenti esemplari, di una genorisità e riccchezza che non ho più ritrovato.
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