Quella sera ero impaziente. Avevo paura di addormentarmi con l’incubo di perdermi qualcosa. Era un momento importante, ineludibile, che avrebbe cambiato la mia e altre vite. Il mio status sarebbe stato diverso. Infarcito di nuova consapevolezza e una buona dose di responsabilità. Allora decisi che non potevo coricarmi solo. Dovevamo essere in due, almeno avrei sopportato tutta quella tensione per abbracciarla e trasmetterla fino a che non fosse giunto il momento. Ricordo che lasciai il cellulare sul comodino accanto al letto, vicino all’abatjour. Tutto era a portata di mano, studiato nel dettaglio dell’urgenza. Non un tentennamento, almeno per quello che poteva competermi. Per il resto madre natura avrebbe fatto il suo corso, con una cifra d’imponderabilità cui non era dato opporsi. Anche quest’ultima, però, era stata di molto circoscritta, per via di numerosi esami eseguiti preventivamente. Avevo concordato che se non fosse squillato il telefono, avrebbe dovuto, almeno, mandarmi un messaggio rassicurante e, possibilmente, una foto. Quest’ultimo desiderio era un po’ troppo. Poteva rasentare il feticismo, ma a ripensarci oggi non direi. Intorno alle 02.30 del mattino, puntuale rispetto alle mie ansie, era arrivato quel breve e deciso suono: il trillo annunciatore. Come un angelo laico, comunicava una nuova esistenza tra noi, il dispositivo elettronico sentenziava che una piccola porzione di me, del mio dna, era ora autonoma e circolante tra noi. Che avrebbe vissuto e sarebbe cresciuta nella stessa superficie terrestre che abitavo io. Prima tre righe esplicative rispetto ai dettagli tecnici, quindi un’immagine. Campeggiava un occhio, nitido, grande e spalancato, di colore nero. Lo riconobbi subito. C’era qualcosa di famigliare, troppo. Come quello sguardo si fosse depositato sopra di me altre infinite volte, attraverso il display del cellulare. Come mi stesse responsabilizzando già, rivendicasse la giusta attenzione e considerazione, soprattutto il riconoscimento dell’appartenenza. L’espressione del viso, appena pronunciata e così matura, precisa, era il segno che si trattava proprio di lui. I lineamenti si sarebbero detti l’espressione morfologica del carattere analitico, espresso progressivamente, dopo. Ricevuto il messaggio e sinceratomi che lei stesse bene, che il bambino stesse bene, che tutto era al suo posto, provai prima una fitta immensa di gioia, un calore inspiegabile e devastante, un groppo in gola, quindi un peso alle articolazioni. Come quell’enorme sorpresa mi avesse gradualmente pietrificato, mi tenesse concentrato sull’evento senza ammettere la minima distrazione e diminuzione di tensione. Solo qualche istante dopo avere esercitato la porzione di controllo e supervisione possibili, essermi davvero capacitato che non avrei potuto e dovuto fare più niente, se non aspettare qualche ora, sprofondai nel sonno più liberatorio. Persi coscienza. Finalmente potevo liberarmi. La felicità poteva correre sgangherata, senza chiedere permesso, né timorosa di non essere compresa. Era nato Mattia.

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