Mi fa inorridire tutta questa protervia e pervicace critica nei confronti di qualsiasi prodotto culturale, scadente o meno, circoli nel nostro Paese.

Espressioni intrise di tautologia, aggettivi che rincarano la dose, che evidenziano la frustrazione individuale. Siamo un po’ tutti frustrati, segnati da un tempo che ci ha scavalcato e ha mietuto vittime e ideali un po’ ovunque. Ci sentiamo abbandonati, isolati, senza quella sana rete sociale che tutto e tutti, all’occorrennza, poteva accogliere.

Ma era, ormai, tanto tempo fa.  Le Istituzioni sempre più lontane e anch’esse impegnate a ridefinirsi, a trovare delle strategie di lungo e reale respiro, rispondenti alla realtà che – non ci stancheremo mai di ribadirlo – è già altra da decenni. Gli ideali, forse, unici immortali per chi li cova davvero. Nostre sentinelle, non quelle in piedi, quelle che difendono l’anima e ci rendono differenti dai collusi e le torbide commistioni tra legalità e illegalità. Fondamentale garantire sempre e comunque il diritto di replica, contrastare, manifestare la imprescindibile disaprovvazione, poiché viviamo in una società democratica, ma alla fine resta solo il berciare. Anche la critica è talmente incattivita da non potere essere più verosimile, piuttosto rispondente ad un disagio, reale, ma prima personale e poi, forse, esterno. Insomma, voglio dire, oltre all’inno all’annichilimento, oltre agli sputi e le urla sguaiate, gli improperi e le assordanti parole che generano l’effetto di un indecifrabile clangore, cosa ci rimane? Possiamo decidere di gettare la spugna e non fare che criticare o, al contrario, il distinguo, giorno per giorno. Vale per la produzione artistica, vale per il lavoro che non c’è, per il dramma psicologico, per la povertà che è maggioranza, per la Politica che non ci rappresenta più, per le relazioni sociali che sono virtuali, dunque spaventose solitudini. Non vorrei continuare a vivere nel disfattismo, ma continuare a sperare. Nelle persone, nei singoli individui che forse, ancora,  esistono e resistono. Moderni, inconsapevoli partigiani. Quelli verso cui nutrire una speranza, laica, che un giorno ti auguri romperanno tutte le strutture e i marchingegni malati e corroborati dal tempo, per ripristinare l’evidenza della trasparenza. La strada è sicuramente lunga, ma se non ci aiutiamo almeno con un proposito, un atteggiamento possibilista, dolorante ma non ammazzato, allora possiamo provare a vedere. Andare a vedere quel che continuamente accade. Ringhiare rabbiosi pure ci serve, coerenti con la nostra frustrazione e povertà, impossibilità di terminare con una qualche prospettiva la giornata che viviamo. Eppoi,  dopo lo sfogo?  Continuiamo a nuotare.

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