Le parole di Pietro Parolin sono esagerate e troppo offensive per non essere, almeno, analizzate e passate al setaccio con dovizia di ragionevolezza. Parlare di “sconfitta per l’umanità” riferendosi a un verdetto popolare, il referendum irlandese, è troppo grave. Come respingere puerilmente un’azione che non piace, fare le bizze in punta di piedi e cominciare a sciorinare offese. Un atteggiamento, oltre che sconveniente, infantile. Esiste la disapprovazione, ma quando questa si fa offesa, vuol dire che qualche meccanismo di ragionevolezza è del tutto mancato. Si è sconfinati in un baratro e dimensione, altri, che non possono riguardare la popolazione tutta. Inquieta, ma allo stesso tempo rassicura, costatare che all’interno dell’istituzione Chiesa le interviste e le dichiarazioni rilasciate sull’argomento, da diverse altrettanto eminenti personalità, sono state molteplici e differenti. Molte, a dire il vero, pur nel rivendicare caparbiamente l’unico concetto di “famiglia” ammissibile, quello tra un uomo e una donna, sono più concilianti, disposte almeno a rimettere in discussione alcuni concetti, aprire un dibattito ampio e ragionevole su come la Chiesa possa essere il più possibile permeabile alla società che è cambiata. Non si ricrea consenso attraverso la costrizione e l’imposizione, piuttosto attraverso il dialogo e il confronto costruttivi. Non si deve controllare, piuttosto convincere. Avviene in politica, tra eterogenee posizioni di differenti partiti che cercano la quadra, figuriamoci all’interno della Chiesa. L’importante è non consentire mai, a nessuno, la possibilità di essere condizionati e costretti in un’idea che non sia la nostra, di essere annichiliti o scossi dalla protervia e categorica posizione imposta dall’alto, schiacciati da un dogma non condiviso. Da rappresentanti di un’autorità incapaci di vedere, perché offuscati da convinzioni sempre e solo “personali” e “parziali”. Probabilmente, se lo stesso referendum fosse consentito in gran parte dei Paesi europei, anche quelli dove già vige l’istituzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’esito sarebbe lo stesso e, comunque, andrebbe nella direzione di quello irlandese. Piuttosto tutta questa incontrollabile umoralità rivela come anche la Chiesa sia molto spaccata e lacerata al proprio interno, tra le posizioni più intransigenti e di chiusura, e quelle, ragionevoli, di chi non smette d’interrogarsi e tentare d’interpretare il cambiamento. Essere permeabili all’oggettivo mutamento di pareri e rapporti, interazioni sociali, come alla critica più costruttiva, abbattere sovrastrutture non più rappresentative, disporsi all’ascolto mi rendo conto essere non semplice ma indispensabile chiave per decifrare gran parte delle problematiche che ci attanagliano e dei temi che ci riguardano. Non parole vaghe e generiche, ma lo sforzo reale di disporci al confronto. Questo sforzo, perché costa fatica, si è del tutto perso, rarefatto. Si è smarrito quando non c’è più stato tempo se non per pensare alla propria necessità, alla sopravvivenza. Non si può chiedere ascolto a chi è troppo impegnato a sopravvivere: l’espediente delle dichiarazioni di oggi è solo un esempio, purtroppo serio e grave, che possiamo trasporre in diversi ambiti. Sempre oggi, per citare un altro dato comunicato e che lascia abbastanza sorpresi, l’Ocse ci ha informati sulla percentuale dell’occupazione giovanile. Sono numeri sconcertanti. Saremmo, come Paese, fanalino di coda assieme alla Grecia per la disoccupazione, ma il dato più avvilente e forse significativo, è che oltre alla disoccupazione giovanile in sé, è in crescita la percentuale nazionale dei “Neet”: giovani che non solo non lavorano, ma che hanno smesso di cercare occupazione e di adoperarsi in qualsiasi attività connessa alla ricerca di un lavoro e formazione personale. Possiamo edulcorarla con parole più appropriate, utilizzare le perifrasi più efficaci, ma questa è solo sopravvivenza, un’abulia coatta.

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