Quello che è un fondato sospetto si trasforma in triste realtà. Quando sono nati tutti questi nuovi social, le piattaforme moderne della comunicazione, abbiamo sentito l’esigenza, chi per lavoro, chi per motivi personali, chi per semplice curiosità e diletto, di cominciare a esplorarne la funzione. Ci siamo divertiti, siamo stati attratti dalla novità e, in senso letterale, irretiti. Abbiamo immaginato che fossero degli strumenti importanti, accessori in più, deputati ad agevolarci l’esistenza, a renderci più rispondenti, sempre e comunque. Le positive ripercussioni lavorative, per alcuni che con la comunicazione lavorano, sono state immediate e tangibili. Chi lo avrebbe mai detto, però, ed è opinione sostenuta e corroborata da studiosi di comunicazione, che perlopiù i social sarebbero diventati la piattaforma dove va in scena il “pubblico”, come il “privato”, così il canale preferito dalla Politica per annunciare il proprio operato sorpassando e anticipando le vie ordinarie, le forme istituzionali preposte, quelle ritenute tali da sempre. Bisogna adeguarsi, certo, la globalizzazione ha comportato democrazia d’espressione, possibilità a tutti, comunque parecchi, di accedere alle notizie sempre e farlo in modo veloce. Di comprimere lo spazio e annichilire il tempo. Se tutto questo è stato, è e sarà funzionale e capace di migliorare per molti di noi la qualità e l’efficacia del lavoro, d’altra parte non può che comportare un inaridimento dei rapporti sociali. Quante distonie comportamentali sono scaturite? I social hanno davvero fatto breccia sull’insicurezza della gente, ne hanno occupato spazio e attenzione. Questo, ecco, non era necessario. E più volte ho personalmente ascoltato persone misurare le proprie capacità professionali e caratteriali rifacendosi all’indice di gradimento che riscuotevano sui social. Come a dire che dal numero dei followers e dagli ipotetici amici potesse passare la percezione che un individuo ha di sé. Delegare a uno strumento, una piattaforma per quanto importante sempre tecnologica e dunque virtuale, solo parzialmente reale, la percezione di sé è ormai una triste realtà, diffusa. Forse, in alcuni casi, patologica dipendenza. In realtà la Rete non solo si sostituisce all’impegno nel creare un rapporto e/o una relazione, ma genera tanti rapporti fittizi. Sono d’accordo che è impossibile e inutile, anche stupido opporsi all’evoluzione tecnologica, però non posso fare a meno di costatare come un uso ipertrofico della rete, teso a sondare quanto sia turgido e rigoglioso il proprio consenso personale, sia alquanto triste e misero. Alla fine, davvero, si è delle solitudini virtuali. Allora meglio utilizzare del tempo in più per tornare al contatto reale, allo scambio fisico, alla difficoltà della discussione e del confronto materiali. Non possiamo delegare le nostre certezze, le presunte sicurezze, né tanto meno il nostro umore a un consenso postato o un cinguettio elargito. Non possiamo dipendere, in alcun modo, da tanta pochezza. Sarà un caso, ma poche stimabili persone che conosco un giorno, così come hanno aperto i loro profili virtuali, li hanno chiusi. Alcuni, addirittura, senza darne comunicazione. Erano stanche di tanta vacuità, di dare per scontato che la comunicazione dovesse passare attraverso il social. Volevano riappropriarsi del privilegio di potere non esserci, di potere non rispondere, anche e soprattutto alla provocazione stolta, al prurito primordiale, a essere vellicate. Probabilmente un buon punto di partenza potrebbe essere il ragionamento che ribalta la considerazione fin qui declinata: “Mi ha mai sfiorato l’idea di chiudere tutti i social dove sono presente e azzerare ogni forma di comunicazione che non sia quella verbale, scritta e orale, al massimo delegata, quando indispensabile, a un indirizzo di posta elettronica? Se questo pensiero non ci ha mia sfiorati, allora il nostro livello di dipendenza, anche ben vissuto, anche necessario, comporta una certa pesantezza.

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