Una volta a Venezia durante la Biennale è impossibile non riscoprire o, meglio, scoprire per la prima volta i suoi meravigliosi palazzi storici. I padiglioni sono interessanti, qualcuno più, qualcuno meno, molte installazioni, molti pittori esaltanti come altre performance completamente discutibili. Quel che affascina, sempre e comunque, precipitandoci in una sorta di dipendenza infinita, di ottundimento per troppa bellezza, è lei. La città sospesa nell’acqua, dove tutto sembra possibile, anche ahimè gli orribili palazzi galleggianti con a bordo turisti mordi e fuggi. ‘Perché poi te lo dicono tutti, i Veneziani in primis: “Questo non è turismo che sposta l’economia della città”. Serve solo alle compagnie nautiche, mentre lo scempio all’orizzonte si staglia per diverse ore, e ci si comprime tra tanta bellezza architettonica e i mostri nautici. Come continuamente sospesi tra due idiomi differenti, due fazioni antitetiche che si combattono da acerrimi nemici. Eppure la sensazione è che nella città ci si metta molto più in discussione. Così i legami tra i cittadini, la possibilità d’incidere con la propria azione sul territorio, che la politica che pure non è riuscita a fare eleggere il suo aspirante sindaco Casson, cerchi nuove forme di comunicazione, non solo verticali, e si sperimenti per cercare contenuti per cui combattere. Forse è solo la sensazione di un viaggiatore occasionale, che percepisce meno indolenza e, al contrario, una reattività che può diventare ira sagace, battuta salace, desiderio di riappropriarsi in modo sano del proprio territorio, sperimentando nuove forme di aggregazione, rimettendo in discussione le proprie certezze senza cedere necessariamente terreno all’ira primordiale. Così all’antipolitica fine a se stessa, alla rabbia come strumento per riportare al centro dell’attenzione l’individuo. Perché il passo è breve: se è vera l’analisi nel suo principio, sono sicuramente errate le conseguenze, le reazioni ultime. Bisogna reinventarsi lo stare assieme, un nuovo spirito di comunità, un senso di collettività, altrimenti ci si presenta sempre e solo come singoli individui incolleriti, e il magma che unisce è una comune frustrazione e insoddisfazione, non uno specifico piano per reagire e modificare ciò che non si accetta, che ha provocato danni. La rabbia non ha mai rappresentato l’alternativa vincente se non accompagnata da degni contenuti. Insomma è solo un mezzo non certo un contenuto. Eppure i diversi movimenti e le correnti che gongolano in laguna, facendo ondeggiare le varie imbarcazioni, sembrano essere l’unica novità che emerge dirompente. E non è un bene. E allora mi contraddico. La città ed i suoi umori si contraddicono. Venezia, dopo qualche anno, mi ha rinnovato la sua infinita bellezza, sussurrandomi di continuo, sotto un ponticello e una calle, un sottoportico e un campo, che è pronta per ricominciare là dove si sono smarrite le aggregazioni e le ideologie. Che si può sempre ripartire da un passato convincente, che ha fatto il suo percorso, per andare oltre e catalizzare tutte le frustrazioni di delusi, isolati, noncuranti, adirati. Magari sono solo percezioni scaturite da quello che è un buon proposito, di più un augurio personale, niente affatto reali se non nel mio immaginario, mie proiezioni che si fondono e confondono con tanta, troppa bellezza.

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