Quando tra i territori contesi pensavo a come rimbalzassero in Italia le informazioni, degne certamente di attenzione, dei territori occupati, degli scontri a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee, dei terroristi che hanno dato fuoco al bambino palestinese  e incendiato la sua casa, a  Nablus, mettendo a repentaglio anche la vita dei suoi genitori, ancora una volta qualcosa di anomalo nella percezione ritornava. Lo faceva come per avvisarmi, come sentinella, come campanello d’allarme, non solo della comunicazione piuttosto amplificata, ma della discrepanza esistente tra la percezione loro del dramma subito e vissuto in prima persona, e quella nostra, di spettatori esterni. Quando pensavo all’epilogo triste con la morte della giovane ragazza israeliana che aveva preso parte al Gay Pride di Gerusalemme, una delle sei vittime, due delle quali da subito gravi, colpite per mano di un ebreo recidivo con evidenti disturbi psichici, pensavo ancora a quanto tutto fosse una costante imprevedibile. In quei luoghi la costante imprevedibile è realtà, e nessuno si sforza di pensarla diversamente, ci si misura e fa i conti da subito. Fin da bambino. Ci cresce. Due ore prima ero passato proprio al Gay Pride, nella via felice e festosa, di fronte l’ambasciata Americana,  e l’atmosfera era distesa. Bandiere ovunque svolazzavano nel vento caldo e secco, gruppi di ragazzi e ragazze di tutte le età si radunavano in folti capannelli sotto gli alberi. Bandiere arcobaleno sui balconi, incastrate tra i lampioni, negli alberi, anche in qualche filo.  Diritti civili per cui battersi, altri, oltre tutto quanto queste persone sono abituate a dovere tollerare e combattere per emanciparsi. Eppure hanno trovato lo spazio per il riconoscimento dei diritti civili, per puntualizzare ancora una volta, una conquista inevitabile.  Due ore dopo, le agenzie che avevano parlato dello squilibrato, le immagini nella televisione, i fotogrammi al rallenti della tragedia. Il pensiero si fissava sulle analisi storiche e sul fatto che la storia pura ed oggettiva, scritta e riscritta, se non agli studiosi, non certo serve ad appagare lo sforzo di chi, una volta per tutte, vorrebbe individuarla questa soluzione. Le analisi storiche utilizzate  per rinfocolare antichi asti, facendo leva sull’esasperazione, sulla povertà e debolezza, a poco servono.  Solo per rispondere all’ala del tal governo e tal altro. Dopo decenni di conflitti, di intifade e attacchi terroristici, di morti vergognose, come non  si può pensare che il conflitto, in questa superficie che si estende quanto la regione Liguria, non possa risolversi che attraverso una pacificazione, un compromesso, una mediazione difficile che possa accontentare, in qualche modo, gli uni e gli altri. Mettere un punto. C’è bisogno di un punto, che non preveda vinti e vincitori,  ragioni e torti, giudizi morali, piuttosto un azzeramento del pregiudizio e delle sovrastrutture costruite ad arte per il bene di qualche singolo. Davvero non ha senso rivendicare la ragione più antica, farne una questione di chi, per primo, ha osato riappropriarsi di un territorio che non sarebbe stato il suo. Non può bastare nel 2015, al netto delle reciproche e infinite efferatezze subite ed agite. Ed è ovvio che non è questione religiosa, perché in quante altre terre del mondo convivono credi differenti senza per questo contrastarsi e uccidersi? Il resto  è politica, di sopraffazione e fame economica. E la bulimia politica ed economica è travestita da radicalismo religioso, fanatismo, lo specchietto per le allodole al quale ormai credono disperati, incapaci di avere quegli strumenti per decifrare bene la più sicura e veloce delle soluzioni, incapaci di costruire e ripensare un proprio futuro. E allora è più facile abbandonarsi ad una tesi sbandierata, inclusiva quanto totalitaria, che non ammette confronto ma scontro.  In molti ci si abbandonano, perché è più facile, nel disagio e povertà più profonde, essere eterodiretti, gregari di qualcuno che ci indichi una strada, un modo di procedere, una speranza di rivalsa anche armata, che ci restituisca un senso, anche schizofrenico ed alterato, per andare avanti. Vedere quei territori attigui, divisi da fili spinati e muri eretti ovunque dipanarsi in strane gimcane, con gabbiotti di controllo, donne e uomini armati come nulla fosse, persone in borghese dotate di pistole, ci rimanda alla strana convivenza, a tratti incredibile quanto magica,  alla tensione imbellettata di quotidianità. E’ lì, ci hai già fatto i conti quando sei venuto al mondo, e forse proprio per questo la gente sembra essere follemente attaccata alla vita, molto più di noi che sovente la diamo per scontata. Vivere nel disagio, nel timore, nella consapevolezza che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo o riservarti qualche sorpresa fatale, ti fa amare molto più l’esistenza contraddetta e difficile. E’ a noi che rimbalzano le informazioni, in modo come sempre caotico e amplificato. E’ giusto essere informati, un privilegio ed un diritto, ma la distanza c’è. Anche nell’informazione. Ho scorso più frenesia e timore negli editoriali e nelle rassegne stampa che facevano il giro del mondo, che non nei diretti interessati. Un pomeriggio, entrando per la porta di Giaffa, un uomo nudo, sopra un marmo alto, minacciava di suicidarsi per protestare contro l’uccisione del bambino palestinese a Nablus. La polizia aveva costruito una recinzione attorno a lui, per evitare il peggio. Assiepati intorno al cordolo solo stranieri, più o meno tormentati e agitati, incuriositi, dissimulando male  l’apprensione. Per gli altri la vita, attorno, trascorreva cinicamente e drammaticamente tranquilla.

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