E allora cosa ci rimane? Le pietre bianche che rilucono alla luce del sole, che feriscono gli occhi. La sensazione reale del caldo, l’umidità che bagna la riflessione e lo sguardo, che imperla le rughe nel tempo che scorre. Le cicale che istupidiscono, le piogge improvvise, i ricordi, la voglia d’essere comuni tra gli altri.
Il candore del ricordo, la nostra ingenuità, una buona porzione di pudore che sopravvivono nonostante tutto.
La certezza d’essere onesti quanto stupidi, come il cicaleggio  l’estate.
Pensavo proprio a questo, alla sovrapposizione di sensazioni molteplici e confuse, comunque piacevoli anche nella loro dissonanza e contrasto, mentre passeggiavo tra le stradine del centro storico di Lecce.
Si sovrapponevano immagini: me, bambino, me, adulto.
Il tempo che passa, che non ferisce più. La consapevolezza pericolosa che subentra, di come si pretenda d’essere per il tempo che ci rimane. Nessuno sconto a nessuno, nessuna patina che non sia indispensabile. La schiettezza nell’espressione e la volontà di non volere, assolutamente, perdere altro tempo in azioni o relazioni che non interessano.
Questo l’aspetto più bello dello scorrere del tempo, della clessidra che si ribalta e annuncia lo scoccare del termine. Conservare pochi rimpianti, qualcuno, e concentrarsi su ciò che banalmente ci rende sereni. Non riempire, ma sottrarre, ridurre tutto all’osso, all’essenziale che ci muove e continua a guidarci.
Ciascuno con il suo essenziale, per i crocicchi, in prossimità del mare o in lunghe camminate sulla china di un pendio, nello smog cittadino e ovunque si possa focalizzare cos’è per noi importante. Quello che ci rimane. Il tempo per me.

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