Il racconto di Francesco Costa prosegue ancora con “Orrore Vesuviano”, edito da Bompiani nel giugno di quest’anno. Duecentonovantatré pagine nelle quali torna protagonista la provincia napoletana. Ci siamo spostati un poco, ma veramente di poco, dalla città di Napoli. Continuiamo a vivere alle pendici del Vesuvio. Il nuovo romanzo di Francesco Costa è, prima di tutto, una grande storia d’amore, un tributo all’enigmatico quanto invincibile e complesso legame, che solo può unire un figlio a sua madre e viceversa. Un sentimento tanto profondo da sconfiggere i germi della criminalità, il desiderio del potere, la possibilità di vivere nell’agiatezza, compromettendosi per sempre. I rapporti famigliari, si sa, sono sempre intricati e particolari, mai del tutto risolti. Caratterizzati da fasi altalenanti, ascendenti e discendenti, che continuano a far gongolare Sigmund Freud. Quello alle pendici del Vesuvio è sì un vero e proprio orrore, anche se romanzato, nel quale non fatichiamo a toccare con mano personaggi, a immaginarli nel nostro quotidiano, reali, tra politici e uomini d’affari, tra loschi figuri arroganti che popolano i nostri incubi e realtà per tentarci, mettere a dura prova l’onestà, il nostro essere e pensarci diversi e incorruttibili. L’orrore, invece, nella metafora della vita alberga almeno in parte in ciascuno di noi, in alcuni più, in altri meno. Non sempre è possibile dire di “no” e, anche quando lo è, non si rimane indifferenti e impermeabili ai resti che ci passano accanto, alle vittime, ai morti ammazzati ingiustamente. Non esiste un approccio manicheo all’esistenza, sembra volerci ripetere con ogni escamotage narrativo Francesco Costa. Più diffusa, comunque, è l’altra faccia della medaglia: la possibilità di scendere al compromesso, anche se frutto della fantasia dell’autore, che ci farà guadagnare un posto in prima fila nel già difficile mondo nel quale ci misuriamo e dobbiamo sopravvivere. I loschi figuri di Orrore Vesuviano recitano il copione circoscritto di quanto avviene nell’universo mondo. Lo fanno su di un palcoscenico rocambolesco e pirandelliano, dove invertono continuamente umore e rotta, direzione dell’animo. Sono spiacevoli, brutti e sordidi, polverosi come le strade inzaccherate di rifiuti e melmose, dove camminano. Sempre pronti a essere comprati, con una targhetta ciondolante dagli arti.  Le descrizioni geografiche del paesaggio sono incolori e mefitiche, sgarrupate e prive di qualsiasi bellezza e armonia, le fondamenta magmatiche come quelle del Vesuvio.  Gli unici immuni, che non vogliono piegarsi alle regole dell’illegalità e del potere, che vogliono spezzare le catene e ribellarsi al governo putrido del territorio, sono gli amanti di Aurelia Scala, la fioraia del paese, unica donna che con la propria autentica femminilità e maternità vince su tutto. Anche sul male, per riportare un po’ di serenità in ogni lettore. Aurelia è la madre di Luca, il cui padre non si conosce. Quel che è certo è l’insano attaccamento che il padrino di Orrore Vesuviano, Emilio Malaspina, che tutto muove e comanda, nutre nei confronti del ragazzino. Luca e sua madre sono gli unici indenni, almeno all’apparenza, al suo strapotere e arroganza. Tutti i paesani, compresa la fioraia, conoscono una verità della quale solo Luca è tenuto all’oscuro, e che giustifica ogni accadimento, anche il più incredibile e ingiusto. Anche le morti capillari di chiunque si avvicini alla fioraia per farle la corte.  In un crescendo di aspettative e curiosità l’autore ci conduce per mano negli intricati processi famigliari, nei corridoi psicologici che uniscono un genitore al proprio figlio. Nel romanzo vince la bellezza, rara ma pur sempre resiliente, personificata da una fioraia, Aurelia. Con lei vince l’amore materno. Una donna e un bambino, la madre e suo figlio: il binomio protagonista di tutta la vicenda. La prospettiva ben congegnata, attraverso la quale la storia è raccontata e si dipana, in alterne sorprendenti vicissitudini che ci lasciano sempre con il desiderio di conoscere cosa accadrà alla pagina successiva, voltato l’angolo sgarrupato di Orrore Vesuviano, è quella di un bambino di dieci anni. Francesco Costa ci racconta una storia partendo da qui, dalla purezza di un bambino, dalle sue percezioni e sguardi adamantini sul mondo, dalla volontà di combattere ogni forma d’ingiustizia con la forza del pensiero, con stratagemmi puerili quanto carichi dell’amore più sincero e vero. Lo stile è scoppiettante, i personaggi numerosi e, per quanto molto articolati nella fantasia, potrebbero tranquillamente vivere il nostro quotidiano. Buona lettura a tutti.

David Giacanelli