Non si fa che ragionare sull’opportunità o meno di certe dichiarazioni, sulla tempistica e il rischio che l’effetto possa essere controproducente. Le similitudini nelle analisi, tra editoriali e approfondimenti di questi giorni, sono ricorrenti. Nella Chiesa come in Politica si sente la necessità di un’enorme inclusione, di ascolto, di ricomprendere la reale società poiché si è rimasti troppo indietro, arroccati sulla pura dottrina e scavalcati dal disinteresse e dal populismo. Tutto vero, come la constatazione che se non ci si sforza, realmente, di cambiare qualcosa, di essere inclusivi, di accettare ciò che strumentalmente, per limiti, naturalmente è sfuggito per troppo tempo al controllo, si è destinati ad allontanarsi ancor più dal mondo reale: da elettori, credenti, elettori e/o credenti. Se veramente non c’è pregiudizio, i tempi sono maturi, probabilmente bisognerebbe dimostrarlo ora, con i fatti.
Interessante il commento di Walter Siti quando parla del problema del celibato che nasconde, ancora una volta e prima di tutto, il problema di ammettere la forma di amore di un uomo verso un altro uomo. Più che il riconsiderare il celibato, disturba l’omosessualità. Più che i sacramenti per i divorziati, la qualità della vita, disturba l’autonomia nel gestire e considerare la stessa vita un fatto individuale. Più che la risoluzione di un problema e di un contraddittorio, reali, interessa piacere e omologare tutti in un finto accordo, un’acquiescenza progressiva. I territori, poi, sono abbandonati, e si trascorre più tempo su quelli virtuali, la rete e la televisione. Lì vanno in scena scelte e posizioni definitive per chi le enuncia e comunica. Tutto muta in un meccanismo che tiene sempre meno in considerazione la volontà, reale, degli individui, e sposta il contraddittorio su una dimensione virtuale, apparentemente accessibile a tutti ma partecipata da pochissimi. Lo sforzo, come sostiene Diamanti, è di non sentirsi a-topici e a-cronici, ma di continuare a credere nella res publica.

David Giacanelli